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SCOPERTA LA MOLECOLA CHE BLOCCA IL DIABETE
Per bloccare il diabete basta “disattivare” una molecola. Si tratta del famoso gene dell' invecchiamento, scoperto alcuni anni fa da un...


Per bloccare il diabete basta “disattivare” una molecola. Si tratta del famoso gene dell’invecchiamento, quel “p66shcA” scoperto alcuni anni fa da un gruppo di ricercatori italiani e ora “spento” da un team di scienziati dell’Università Cattolica di Roma. Spento, sì, come un interruttore, o meglio messo fuori uso dagli studiosi: un accorgimento che ha impedito la comparsa del diabete in alcuni topolini da laboratorio. La ricerca italiana, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica americana “Proceedings of the National Academy of Sciences” (Pnas), è stata sostenuta da un finanziamento della “European Association for the Study of Diabetes” (Easd) con l’obiettivo di chiarire il misterioso rapporto che lega alimentazione, metabolismo e invecchiamento. Nell’analizzare i topi, gli scienziati della Cattolica non immaginavano però di scoprire l’azione salvifica di una semplice seppur importante molecola, capace di risolvere l’annoso problema-diabete persino a fronte di una dieta squilibrata ed eccessiva.
«Se riusciremo ad ottenere sugli uomini gli stessi risultati verificati sugli animali – ha spiegato il coordinatore dello studio Giovanbattista Pani – lo “spegnimento” del gene dell’invecchiamento potrebbe diventare una potentissima arma contro il diabete, una delle epidemie del XXI secolo. Secondo la nostra ricerca il “p66shcA” agisce infatti da “sensore” dei nutrienti, favorendo l’accumulo di grasso e l’insorgenza di iperglicemia e appunto diabete. Disattivando la molecola in questione i topi, benché obesi, hanno mostrato una minore inclinazione allo sviluppo della malattia e una maggiore longevità. Entrando più nel dettaglio, il gene dell’invecchiamento accorcia la vita mediante il meccanismo dello stress ossidativi, ma anche informando le cellule della presenza di un eccesso di cibo da assimilare: bloccando tale interruttore si potrebbe ingannare l’organismo». Meglio però rimanere con i piedi per terra: «L’applicazione è futuribile, ma non immediata – ha concluso il professor Pani – Esistono comunque degli inibitori di p66 già in corso di valutazione preclinica: continueremo ad approfondire la materia».
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