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mela |
Oggetto: da dove cominciare? 27 Set, 2006 - 13:50
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Ma si può cominciare, Pandora, anche da qui. Per esempio, che la Redazione raccolga il dibattito fin qui articolatosi, lo faccia proprio e lo inoltri a chi di dovere ti sembra sbagliato? Inoltre, sul territorio nazionale, operano diverse associazioni che si occupano, anche in questo momento, del problema. Sono facilmente reperibili tramite internet. Ciao |
_________________ stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che io ho detto la mia. |
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mela |
Oggetto: l'eutanasia come diritto 27 Set, 2006 - 12:01
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Io credo che la dignità della vita umana vada rispettata, non ho nessuna comprensione o visione salvifica del dolore che, anzi, trovo brutale e che abbrutisce. Credo che debba essere obbligatorio che ciascuno di noi si esprima in merito una volta raggiunta la così detta età della ragione, in modo da non permettere che nessuno decida in nostra vece, trattandosi di decisione personale, e terribile. Credo che i parenti più prossimi o persone di fiducia, sempre designati dal soggetto, debbano chiedere e ricevere le prove della impossibilità di recuperare a coscienza il malato, oppure di coscienza gravemente lesa che non restituisca alla vita la stessa persona ma che consegni ad una esistenza sofferente o a una “esistenza indifferente” un malato gravemente cerebroleso. Naturalmente in questo caso deve essere stato l’interessato ad esprimersi per tempo in modo esplicito. Credo che queste “prove” , queste assicurazioni, debbano essere fornite, che so, da comitati regionali appositamente individuati composti da medici di diverse discipline, che firmino un apposito documento impugnabile , per esempio, innanzi al difensore civico affiancato da un collegio di …tre comitati d’altra regione. Credo che, una volta accertato il tutto sia d’obbligo tutto: staccare la spina, smettere qualunque alimentazione artificiale, concedere la buona morte mediante somministrazione di qualche sostanza. Purchè sia buona morte, e quindi si assicuri il NON DOLORE al paziente. Credo che in assenza di una legge, o dell’obbligo ad esprimersi preventivamente, vada rispettato il principio del minimo dolore. Minimo dolore per il malato, minimo dolore per i suoi cari. E che una società, se non è in grado con l’aiuto dei suoi esperti e delle parti interessate ad assicurare questo, non è una società civile. Come non mi sembra civile una società che non ha risposta per chi chiede la morte poiché è nell’impossibilità di procurarsela da solo, e che addirittura persegue chi, avendo fatto appello alla propria coscienza ed al proprio coraggio, aiuta a morire una persona cara in preda alla sofferenza che in piena lucidità afferma di non voler continuare a vivere. Ed ora, come dice Alo, pensiamo a vivere.
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Pandora |
Oggetto: 25 Set, 2006 - 02:42
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Ma certo Patrizia, quella distinzione era implicita nei nostri discorsi. Capisco ciò che tu sostieni essere giusto per te. Come penso tu possa capire, anche se non condividendola, la mia posizione. Ma quello che distingue la tua condizione dalla mia è che tu puoi veder accettata ed esaudita la tua scelta. Io, a tutt'oggi, no. E questa non è una piccola differenza. Ciao, buonanotte  |
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Solo una precisazione, Pandora: ho fatto una dfistinzione fra eutanasia (morte procurata, anche quando la vita non è in pericolo, anche se è stravolta ) e accanimento terapeutico (quando la malattia è a uno stadio terminale e le funzioni vitali sono ormai compromesse). Capisco che la linea di demarcazione è sottile e non sempre facilmente identificabile, comunque questa è solo la mia personale opinione (da credente), ed è quello che vorrei per me. Rispetto le opinioni di tutti, ma non vorrei mai trovarmi nella posizione di dover fare per qualcun altro scelte diverse dalle mie convinzioni. |
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Vi ho letti tutti, amici e vi ringrazio.Desideravo un confronto d'opinioni.Ringrazio in particolare LETIZIA e CESARE. Quindi dico la mia opinione: decisamente no all'accanimento terapeutico che tende unicamente al prolungamento delle sofferenze e può essere considerato addirittura un egoismo dei familiari che permettendolo, non accompagnano seppure dolorosamente, la persona cara, verso una morte serena, scegliendo piuttosto una più opportuna terapia del dolore. Attualmente ne esistono di efficaci e si potrebbe dire che attraverso tali mezzi, si potrebbe addirittura quasi abolire l'idea della eutanasia.Dico quasi, perchè purtroppo, ci sono casi estremamente drammatici, di persone affette da malattie lente e inesorabilmente progressive e paralizzanti.Il discorso è questo :io sono cattolica e non posso, non devo , considerare lecita, l'eutanasia, ma lo STATO, che si occupa di tutti i cittadini, quindi anche di coloro che non sono cattolici, deve permettere una legge in relazione al problema.
(Tuttavia, la soluzione, non mi sembra facile, poichè si potrebbe temere un futuro di facili...decisioni.Inoltre non mi si concilia tanto, l'idea d'un medico che cura per guarire, con quella d'un medico...becchino.Ma questa è soltanto la mia opinione.) |
_________________ Il mondo è un enorme teatro all’aperto dove, sullo sfondo d’una scenografia naturale, si rappresentano commedie, drammi e tragedie. Noi siamo attori e pubblico. L.Batà |
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Alo |
Oggetto: 24 Set, 2006 - 22:30
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La miglior morte sarebbe quella naturale,possibilmente sul proprio letto.Ma questo per la maggior parte dei casi è solo un sogno.Sono convinto che se si deve morire si dovrebbe farlo quando si è autosufficienti per evitare di soffrire inutilmente se stessi e gli altri.Pertanto non sono d'accordo con quanti pretendono di accanirsi inutilmente su persone che sono destinati in ogni caso a morire.Personalmente sono favorevole a dare il mio consenso per poter morire in pace senza estremi tentativi per tenermi in vita artificialmente.Poi ognuno è padrone di pensarla come vuole!!! |
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Mi sembra che si debba fare una netta distinzione fra eutanasia e accanimento terapeutico: la prima procura la morte, la seconda prolunga la vita (e la sofferenza?) anche se non c'è più alcuna possibilità reale di guarigione e credo che ogni forma di accanimento terapeutico mortifichi la dignità della vita. Personalmente, penso che come non abbiamo scelto noi il momento in cui venire al mondo, allo stesso modo non possiamo scegiere quello per andarsene; facciamo parte di un disegno superiore che sfugge alle nostre conoscenze e ogni esperienza, anche la più cruda e apparentemente inutile, contribuisce alla realizzazione dello scopo per cui noi siamo qui, ora, in questo preciso momento storico e in questo luogo particolare. Sappiamo tutti, anche per esperienza diretta, che spesso le difficoltà ci fanno tirare fuori da noi stessi potenzialità che nemmeno pensavamo di avere....... |
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Grazie Sticla dell'augurio. Ma ribadisco che mai e poi mai darei disposizioni x porre fine ad una vita pur sapendo che avverrà. Per me personalmente sono d'accordo in tutto e x tutto con te anche sul testamento. Vedi x il mio carattere che x molti sembrerà leggero e superficiale nn è così io rido x nn piangere nella vita ne ho attraversato tante e qualcuna è ancora in atto, nn sarei in grado di continuare a vivere col dubbio amletico x la vita. Uè Sticla s ver ca tu tien o cor che pil a copp Guagliò scherzo e sai xkè? xkè sono uno Scugnizzo |
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Eutanasia
Dott. Enzo Iasevoli
Definizione, storia, forme, stato giuridico.
Definizione: Per Eutanasia, che etimologicamente significa "buona morte", secondo la Dichiarazione della S. Congregazione per la Dottrina della Fede, s’intende: "un’azione o una omissione che di natura sua, o almeno nelle intenzioni, procura la morte allo scopo di eliminare ogni dolore."
Questa definizione può essere integrata aggiungendo al concetto di morte senza dolore, quello di "morte con dignità", significando con quest’ultima il rispetto che ciascuna persona deve dare al proprio Io. Questo concetto diventa sempre più pregnante ai nostri giorni dato che, nel mondo occidentale, almeno l’ottanta per cento delle morti avviene non più a casa propria e tra l’affetto dei congiunti, ma in ambiente ospedaliero, spesso caratterizzato dall’isolamento e dalla solitudine dell’ammalato.
Storia: Il problema dell’eutanasia non è però specifico della nostra epoca; da sempre i medici hanno dovuto farvi fronte e da sempre hanno incontrato pazienti che chiedevano loro di essere aiutati ad anticipare la propria morte. E’ per questo che nel cosiddetto "giuramento d’Ippocrate" si trova scritto: "Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio" E agli inizi dell’era moderna il medico e filosofo inglese Francesco Bacone scriveva che era altamente desiderabile che i medici imparassero "l’arte di aiutare gli agonizzanti a uscire da questo mondo con più dolcezza e serenità".
Quello che è specifico però della nostra epoca, e che spiega l’acutizzarsi del problema, è il profondo mutamento che le condizioni del morire hanno subìto a causa del progresso della medicina, e, più in generale, del miglioramento delle condizioni e delle aspettative di vita. Fino a non molti decenni fa, la morte giungeva di solito abbastanza presto, o perché la malattia non poteva essere efficacemente contrastata, o perché insorgevano complicanze quali infezioni polmonari (la cosiddetta buona, cara polmonite, secondo la definizione dei vecchi medici), che allora si rivelavano rapidamente mortali. La morte avveniva prevalentemente a casa, e, anche se non sempre era una morte "dolce e quieta", il processo del morire e, quindi, il dolore e la sofferenza duravano comunque relativamente poco.
Oggi si muore più tardi e non più per malattie acute, quanto invece per malattie croniche e degenerative legate alla vecchiaia, cosa che ha fatto coniare a Daniel Callahan l’aforisma: "Vite più lunghe e salute peggiore; malattie più lunghe e morti più lente; vecchiaia più lunga e demenza crescente".
Ancora, oggi la medicina è in grado di vicariare le funzioni dei più importanti organi vitali e quindi di tenere in vita un paziente indefinitamente e, comunque, ben oltre il punto in cui si può ragionevolmente dire che stiamo prolungando la vita e non, invece, procrastinando inutilmente la morte. Questo è un punto importante; l’etica medica tradizionale s’è formata in un’epoca in cui molto poco poteva essere fatto per salvare la vita del paziente e quel poco doveva essere fatto. L’imperativo del "vitalismo", che imponeva di prolungare ad ogni costo la vita del paziente, era una reazione all’impotenza della medicina, di fronte al fatto drammatico di non poter riuscire a salvare una vita, spesso ancora carica di promesse. Oggi, invece, possiamo fare moltissimo non solo per salvare la vita, ma anche per prolungarla quando "non può promettere più nulla". Si pone allora il problema di sapere se vale sempre la pena di fare tutto quello che possiamo fare, fino alla totale espropriazione di quel che viene comunemente definito il "diritto di morire con dignità".
Forme: come si evince dalla definizione: "azione od omissione mirante a ...." esistono due forme di eutanasia: 1°) una forma cosiddetta attiva e 2°) una passiva. Nella prima il medico, accogliendo la richiesta di un ammalato terminale, per il quale non vi siano più speranze, non solo di guarigione o miglioramento, ma di attenuazione delle sofferenze, somministra un farmaco ad azione letale dopo avergliene fatto sottoscrivere la richiesta.
La seconda, invece, consiste nel sospendere quella terapia abituale che serve a prolungare la vita e quindi le sofferenze del paziente. A tale scopo però bisogna fare un’importante distinzione fra sospensione della terapia della malattia causa della morte e sospensione della terapia di malattie concomitanti o intercorrenti. Esemplificando: in un ammalato di cancro che volge al termine e che abbia nello stesso tempo una malattia diabetica, la sospensione della terapia di quest’ultima conduce rapidamente a morte, ma non può essere considerata eutanasia, perché la vera causa della morte con le sue sofferenze è il cancro e non il diabete. Lo stesso può dirsi della terapia nutrizionale parenterale.
3°) Una variante dell'eutanasia attiva é il cosiddetto "suicidio assistito", che si verifica quando un medico o un'altra persona fornisce del veleno ad un ammalato, che ne abbia fatto richiesta, ed assista a che esso venga ingerito dal richiedente, senza prestare alcuna collaborazione.
Problemi etici. Da quanto esposto si deduce che il problema dell’eutanasia non investe soltanto l’aspetto etico, morale e filosofico del singolo ammalato, proprietario o usufruttuario del proprio corpo (diritto o no all’autodeterminazione, diritto o meno ad una morte dignitosa), o degli operatori sanitari (rispondere o meno alla disperata invocazione d’aiuto da parte dei sofferenti), ma riveste anche un aspetto giuridico che riguarda sia il legislatore (punibilità o meno di chi presta la propria opera per l’eutanasia) che i responsabili delle varie categorie professionali, nonché le commissioni nazionali o sovranazionali per i diritti dell’uomo e dell’ammalato. Si può fin d'ora affermare che tutti gli Organi competenti si sono espressi contro l’eutanasia, consentendo soltanto la sospensione del cosiddetto accanimento terapeutico, misura con la quale si intende la messa in atto di provvedimenti assistenziali, strumentali e medicamentosi, tendenti a prolungare artificialmente la vita, anche in assenza di qualsiasi speranza di guarigione o sopravvivenza.
La dottrina della Chiesa muove da punti fermi quali:
il riconoscimento del carattere sacro della vita dell’uomo in quanto creatura; il primato della persona sulla società; il dovere dell’autorità di rispettare la vita innocente.
Pio XII ebbe a dire: "Per quanto concerne il paziente, egli non è padrone assoluto di se stesso, del proprio corpo, del proprio spirito. Non può dunque disporne liberamente. Per quanto riguarda i medici, nessuno al mondo, nessuna persona privata, nessuna umana pietà, può autorizzare il medico alla diretta distruzione della vita; il suo ufficio non è di distruggere la vita ma è di salvarla".
La Dichiarazione della S. Congregazione per la Dottrina della Fede (1974) così si pronuncia: "Il diritto alla vita resta intatto in un vegliardo, anche molto debilitato; un malato incurabile non l’ha perduto".
Sul concetto di dignità della morte Paolo VI afferma: "Tenendo presente il valore di ogni persona umana, vorremmo ricordare che spetta al medico essere sempre al servizio della vita ed assisterla fino alla fine, senza mai accettare l’eutanasia, né rinunciare a quel dovere squisitamente umano di aiutarla a compiere con dignità il suo corso terreno". Lo stesso Paolo VI si pronuncia contro l’accanimento terapeutico affermando: "In tanti casi non sarebbe una tortura inutile imporre la rianimazione vegetativa nell’ultima fase di una malattia incurabile? Il dovere del medico consiste piuttosto nell’adoperarsi a calmare la sofferenza, invece di prolungare più a lungo possibile con qualunque mezzo e a qualunque condizione una vita che va naturalmente verso la sua conclusione".
Anche altre confessioni religiose si esprimono contro l’accanimento terapeutico facendo spesso riferimento alla non esistenza de: "l’obbligo di mantenere in vita una persona con mezzi straordinari quando non c’è nessuna speranza di guarigione (lettera dei Vescovi d’Inghilterra e del Galles).
Contro la liceità dell’eutanasia si sono espresse anche Organizzazioni sanitarie internazionali, e perfino l’Assemblea del Consiglio d’Europa con la raccomandazione 779/1976 sui diritti dei malati e dei morenti. Precisamente l’articolo 7 esclude l’eutanasia attiva con queste parole: "Il medico deve sforzarsi di placare la sofferenza e non ha il diritto, anche nei casi che sembrano disperati, di affrettare intenzionalmente il processo naturale della morte". Analoga posizione è espressa dal Codice Italiano di Deontologia Medica, che all’articolo 40 recita: "In nessun caso, anche se richiesto dal paziente o dai suoi familiari, il medico deve attivare mezzi tesi ad abbreviare la vita di un ammalato. Tuttavia, nel caso di malattia a prognosi sicuramente infausta, il medico può limitare la propria opera all’assistenza morale ed alla prescrizione ed esecuzione della terapia atta a risparmiare al malato inutili sofferenze".
Stato giuridico: Dal punto di vista legislativo, in Italia l’eutanasia, specie quell’attiva è considerata alla stregua di un omicidio volontario anche se con le attenuanti. L'articolo 579 del codice penale afferma " chiunque causi la morte di un uomo con il consenso di lui, é punito con la reclusione da 6 a 15 anni". La stessa pena é prevista per il suicidio assistito con la seguente formula" se si fornisce ad un ammalato un veleno che il paziente ingerisce da solo, si commette omicidio del consenziente". Sanzioni penali sono previste anche dall'art. 580 (istigazione ed aiuto al suicidio). Negli USA la Corte Costituzionale Federale ha sancito il diritto di ciascun Stato a poter legiferare in proposito; soltanto lo Stato dell’Oregon ha legiferato per la liceità e legalità. Clamoroso, sempre negli U.S.A., il caso del dott . Kervokian, processato e condannato per aver praticato l'eutanasia attiva su 100 pazienti terminali. In Olanda, tollerata da circa venti anni solo a determinate condizioni: reiterata richiesta da parte del paziente e compilazione da parte del medico di un questionario comprendente cinquanta domande (nel 1999 vi sono stati ben 2216 casi), nel novembre 2000 è diventata legale per legge del Parlamento. In Austria esisteva una legge regionale permissiva abrogata però nel 1997. In Svizzera é previsto e tollerato il suicidio assistito. E' operante e riconosciuta una associazione denominata " Exit, che conta circa 60.000 aderenti, il cui scopo é quello di assistere ed aiutare al suicidio coloro che ne facciano richiesta.
E’ recentissimo il pronunciamento in favore dell’eutanasia da parte della Chiesa Calvinista.
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Letizia |
Oggetto: 24 Set, 2006 - 09:21
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Accanimento terapeutico ed eutanasia Bello lo stridente contrasto tra i due termini, Ciaolili, se non ci fosse da piangere. La scienza vorrebbe convincerci di poter prolungare la vita per sempre (che razza di vita poi, lo sanno solo gli scienziati), la legge ci nega il diritto di poter disporre dell’unico“bene” che tutti possediamo. Forse certi argomenti o certi dilemmi dovrebbero porseli coloro che stigmatizzando per anni i medici che prescrivevano morfina, hanno reso l’ultimo periodo di vita di alcuni malati e delle loro famiglie un vero calvario. Ho visto morire tra sofferenze atroci un uomo giovane e padre di tre figli che invocava un po’ di tregua al dolore non per se stesso, ma per amore dei suoi figli ancora piccoli ed incapaci di comprendere quanto gli stava accadendo, ho visto la sua giovane moglie disperata chiedere un po’ di morfina al medico, ho udito la voce dell’uomo chiedere incessantemente che qualcuno lo aiutasse a morire. Che senso ha una medicina capace solo di leggere analisi ed affermare che sono buone, tranne il diabete per cui è bene somministrare al malato terminale dell’insulina? Quest’uomo era vivo e desiderava essere morto, ma considero ancora più penosa la condizione di chi è in coma per anni e viene mantenuto in vita oltre una ragionevole speranza di tornare alla coscienza. Posso solo immaginare l’angoscia di un genitore o un altro parente che si trovi dinanzi alla scelta se “staccare la spina” o no, ma credo che la vita sia quella in cui si avvertano gli stimoli esterni come piacevoli o meno, in cui si possa gioire e soffrire, ricordare e progettare, non quel simulacro di vita che pur fa battere un cuore e pulsare un cervello vuoto. Sono favorevole all’eutanasia e contraria all’accanimento terapeutico
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