Vai a pagina              ...      
102
              
Nuova discussione   Rispondi
Scugnizzo Oggetto: TEATRO SAN CARLO NAPOLI  20 Gen, 2008 - 09:24  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente


Teatro di San Carlo
Il teatro venne costruito nel 1737 per volere del re Carlo III di Borbone, a cui venne intitolato. Il progetto fu affidato all'architetto Giovanni Antonio Medrano. I lavori furono diretti da Angelo Carasale. Fu inaugurato il 4 novembre del 1737, giorno dell'onomastico del sovrano, con la rappresentazione dell'Achille in Sciro del Metastasio. Il 12 febbraio 1816 un furioso incendio distrusse completamente il teatro. Ferdinando IV di Borbone assegnò la ricostruzione all'architetto Antonio Niccolini, già intervenuto in precedenza sul rifacimento della facciata. La seconda inaugurazione si ebbe il 12 gennaio 1817 con il Sogno di Partenope, scritta per l'occasione da Giovanni Simone Mayr. All'interno, nella volta è collocata una tela di Giuseppe Cammarano, raffigurante Appolo presenta a Minerva i maggiori poeti. (Il Teatro non è visitabile durante le giornate Napoli Porte Aperte perché è in corso l'allestimento di uno spettacolo. Sarà visitabile a luglio in occasione di un concerto gratuito che la Direzione offrirà alla città). (Francesca Del Vecchio)
P.S.
Liliana, è sempre un piacere leggerti, le tue
recensioni sono un capolavoro nel capolavoro
vorrei tanto imitarti ma riesco a fare solo brutte copie.


Ingresso del teatro


interno del teatro
Tra Piazza Municipio e Piazza Plebiscito
vi è una miriade di opere d'arte x tutti i gusti.
Scugnizzo








liliana Oggetto: L'ULTIMA CENA  19 Gen, 2008 - 23:36  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 7490
Attività utente
Attività utente




E' davvero sorprendente come Leonardo Da Vinci nel capolavoro del suo dipinto : "L'ultima cena" abbia colto lo stato d'animo degli Apostoli. uniti da una stessa situazione. Ciascuno mostra un atteggiamento particolare, all'ascolto delle parole di Gesù: quando pronuncia : "Qualcuno di voi mi tradira".
Sensazioni non comuni,che Leonardo coglie, lasciando intravedere attraverso l'espressione dei volti e all'atteggiamento dei corpi, lo sgomento di quanto udito.
Leonardo, svela tutto questo, immergendo anche nelle loro vesti le sfumature e le tonalità
, dei colori che lasciano intravedere le loro personalità.
.Le sensazioni degli Apostolli, manifestate con il sospetto, il senso di colpa, l'autodifesa,la paura,la cattiveria,l'innocenza,fluisce con energia per eprimere lo stato di disagio
che inizia a circolare tra loro,con espressioni che rilevano le marcate fattezze di qualcuno, o evidenziando la femminea espressione dell'Apostolo seduto accanto al Maestro, che ha fatto nascere nello scrittore : Dan Brown,nel libro:Il Codice da Vinci ,qualche dubbio sulla appartenenza del sesso,confuso con quello della :Maddalena
L'unica indiscussa verità è la grandezza di Leonardo estesa a tutta la sua versatilità ,trasmessa in ogni campo della conoscenza,sublimata in ogni forma di arte,perpetrata attraverso i secoli,ma che
ancora riesce a stupire.


Chiedo scusa a scugnizzo se gli ho rubato un pò di spazio,ma sono certa mi perdonerà come cultore dell' arte.
Liliana


_________________
__________________
Il senso della vita non sta in ciò che ci accade
ma in ciò che impariamo da quanto ci è accaduto.
Mirror

Scugnizzo Oggetto: LA REGGIA di Piazza Plebiscito  17 Gen, 2008 - 22:44  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente





Piazza Plebiscito
Una delle piazze +belle di NAPOLI
ivi vi è la prima Reggia a Napoli ve ne sono tre
ma questa è quella che i napoletani sono
+ affezzionati ed i bambini + timorosi xkè
circola una favoletta circa le statue dei regnanti
Una domenica con mio fratello + grande attraversando
piazza plebiscito mi indicò le statue dicendomi:
arrivando all' altezza di vedi questo sign
ore dice
chi a fatto pipi qui a terra ? questo indicandomi
dice nn lo sò invecce quest'altro + coraggioso
sono stato io e quest'altrovittorio emanuele sguainando
la spada dice ed allora tagliamoci il pistolino.
Ed io tutto timoroso e confuso mi ripromettevo che mai avrei fatto pipi a terra.
Palazzo Reale di Napoli : le dimensioni sono quelle di una reggia, si affaccia maestoso sull'attuale Piazza del Plebiscito, fu costruito nel 1600 da Domenico Fontana[1], su commissione dell'allora viceré conte di Lemos. Esso avrebbe dovuto ospitare il re Filippo III di Spagna, atteso a Napoli con la sua consorte per una visita ufficiale che non avvenne mai. Il palazzo divenne la residenza dei viceré spagnoli e poi di quelli austriaci ed, in seguito, dei re di casa Borbone. Dopo l'Unità d'Italia fu eletta residenza napoletana dei sovrani di Casa Savoia.

Durante gli anni 1806-1815 fu arricchito da Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte con decorazioni e arredamenti neoclassici, provenienti dalle Tuileries; fu danneggiato da un incendio nel 1837 e successivamente restaurato dal 1838 al 1858 per mano di Gaetano Genovese che ampliò e regolarizzò, senza stravolgerla, l'antica fabbrica.

Durante quel periodo furono aggiunte alla struttura L'Ala delle Feste e una nuova facciata prospiciente il mare, caratterizzata da un basamento di bugnato e da una torretta-belvedere. Ad angolo

con il Teatro San Carlo fu invece creata una piccola facciata in luogo del Palazzo Vecchio di don Pedro de Toledo.

Nel 1888, per volere di Umberto I, le nicchie esterne furono occupate da gigantesche statue dei re di Napoli: Ruggero il Normanno, Federico II di Svevia, Carlo I d'Angiò, Alfonso I d'Aragona, Carlo V d'Asburgo, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat e Vittorio Emanuele II di Savoia.

Nel 1922 fu deciso (con Decreto del Ministro Anile) di trasferirvi la Biblioteca Nazionale (fino allora nel palazzo del Museo); il trasferimento dei fondi librari fu eseguito entro il 1925.

I bombardamenti subiti durante la Seconda guerra mondiale e le successive occupazioni militari causarono al palazzo gravissimi danni che resero necessario un restauro ad opera della Soprintendenza ai Monumenti.

Facciata laterale
verso il Teatro San Carlo. Vista del "Cortile d'Onore" dall'ingresso su piazza del Plebiscito.Indice [nascondi]
1 Esterno
1.1 Statue dei sovrani di Napoli
2 Interno
3 Appartamento Reale
3.1 Sala I: Teatrino di corte
3.2 Sala II: Sala diplomatica
3.3 Sala III: Saletta Neoclassica
3.4 Sala IV, o Seconda Anticamera di Sua Maestà: Fasti di Alfonso il Magnanimo
3.5 Sala V: Terza anticamera
3.6 Sala VI: Sala del Trono
3.7 Sala VII
3.8 Sala VIII: Salone degli Ambasciatori
3.9 Sala IX: Sala di Maria Cristina di Savoia
3.10 Sala X
3.11 Sala XI: Sala del Gran Capitano
3.12 Sala XII: Sala dei Fiamminghi
3.13 Sala XIII: Studio del Re
3.14 Sala XIV: Sala del Seicento Napoletano
3.15 Sala XV: Sala della Pittura di Paesaggio
3.16 Sala XVI: Sala di Luca Giordano
3.17 Sala XVII: Sala della pittura del Seicento
3.18 Sala XVIII: Sala della pittura emiliana
3.19 Sala XIX: Sala delle nature morte
3.20 Sala XX: Sala Neoclassica
3.21 Sala XXI: (Già Sala dei Pilastri




facciata della reggia




scalone d'ingresso



cortile d'onore


















vitt. emanuele II

Scugnizzo





Scugnizzo Oggetto: CHIESA del GES§ VECCHIO  15 Gen, 2008 - 22:21  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente

Fintanto che SPACCANAPOLI
si allunga ove l'arte la fà da padrona
in qualsiasi via o vicolo laterale vuoi
immetterti di sicuro troverai un gioiello
un qualcosa che ti porta in un altra
dimensione,una dimensione di un secolo
trascorso e che prepotentemente ti avvolge
Il Gesù vecchio una chiesa che mai nessun
turista avrà visto sia x la scarsa descrizione
sia x il posto ove è ubicata tra vicoli e vicoletti che all'imbrunire si è restii ad imboccare.
Nel cuore della Napoli vecchia, poco distante da Corso Umberto, sorge la Chiesa del Gesù Vecchio, prima sede dell'Ordine Gesuita nella città campana, consacrata nel 1624.
Accanto venne edificato, intorno al 1650, il collegio della Compagnia di Gesù, che aveva tra i suoi principali obiettivi quello di istruire i giovani delle classi più abbienti, con la specifica finalità di formare un gruppo elitario in grado di adempiere ai compiti sociali più prestigiosi.
Nella seconda metà del Settecento il collegio è divenuto sede dell'Università degli studi di Napoli e della Biblioteca universitaria, tuttavia dopo l'espulsione dell'ordine dei gesuiti dal Regno, avvenuta nel 1767, erano già state apportate delle modifiche agli ambienti sacri.
La chiesa ha una struttura architettonica a croce latina, con un'unica navata e con cappelle laterali decorate; tra le opere d'arte contenute nella chiesa significativa è quella dedicata a San Luigi Gonzaga, proclamato beato soltanto pochi anni prima della realizzazione dell'edificio, nel 1605.
La tela,che risale al 1627, si trova, attualmente, in uno stato di pessima conservazione : lacerata e spenta a livello cromatico ha mantenuto nel tempo una piccola parte della preziosità di cui l'aveva arricchita il Battistello, autore della sublimazione del Santo, accompagnato in cielo dagli Angeli.
I gesuiti giunsero a Napoli nel 1552 con l'obiettivo di fondare e gestire una scuola, che fu all'inizio sede della divulgazione di studi umanistici e grammaticali, fino a divenire centro propulsore di materie filosofiche e teologiche.
Per i primi anni la sede fu provvisoria e precaria, tuttavia nel 1554 questa si stabilì definitivamente nell'attuale Chiesa del Gesù Vecchio, così definita dopo la fondazione della Chiesa del Gesù Nuovo.
L'ampliamento che consentì la realizzazione del Cortile e dell'Aula Magna, ora sala di lettura dell'Università, fu dovuto alla necessità di creare nuovi spazi in grado di ospitare la cospicua affluenza di giovani, che richiedevano, insieme alle loro famiglie, una istruzione completa e un sostrato culturale adeguato alle esigenze di una società in continua trasformazione.



La Facciata

L'interno


Cortile in uso all'università


Scugnizzo Oggetto: I SAVOIA ED IL SUD ORTO BOTANICO  15 Gen, 2008 - 17:32  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente

Avevamo tutto e di + fintanto nn
arrivò garibaldi ed i piemontesi poi.........
Vi erano i briganti oggi vi sono i politici
tutto ciò che che si poteva trasportare
fù inviato al nord ,tutto ciò che e restato
xkè inamovibile intrasportabile è rimasto
qui a NAPOLI null'altro possiamo aggiungere
a ciò che a fatto la natura ed i BORBONI poi
Il Real Orto Botanico di Napoli fu fondato nel 1807 in un'area ai piedi della collina di Capodimonte, a lato del Real Albergo dei Poveri; oggi si tratta di una struttura universitaria, della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, ed è sicuramente il più importante in Italia per il numero e la qualità delle specie presenti.

Al primo allestimento contribuirono botanici partenopei del calibro di Vincenzo Petagna e Michele Tenore, e, nel decreto di fondazione firmato da Giuseppe Bonaparte, si indicava come scopo della struttura l'istruzione del pubblico, lo sviluppo delle arti mediche, dell'agricoltura e dell'industria.

Oggi l'Orto botanico di Napoli conta circa 25mila esemplari di 10mila specie diverse, provenienti da ogni parte del mondo. Le collezioni vegetali sono presentate secondo tre criteri: ecologico (raggruppamento delle specie in base ai parametri ambientali delle zone geografiche di provenienza), sistematico (raggruppamento di specie analoghe dal punto di vista filogenetico) ed etnobotanico (raggruppamenti in base al tipo di applicazione determinato dall'uomo).
Dei suddetti raggruppamenti, possiamo citare ad esempio l'area delle succulente, l'area della macchia mediterranea, le vasche di piante acquatice, il filiceto (criterio ecologico), l'area delle Pinophyta, l'area delle Magnoliophyta, l'agrumeto, il palmeto (criterio sistematico), la sezione sperimentale delle piante officinali (criterio etnobotanico).

Interessanti sono anche i complessi di serre e il museo di Paleobotanica ed Etnobotanica, ospitato nel Castello seicentesco


Ingresso dell'ORTO BOTANICO


Una delle tante serre


Il castello interno Orto Botanico di NAPOLI

Scugnizzo











Scugnizzo Oggetto: NAPOLI SOTTERRANEA  14 Gen, 2008 - 08:41  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente

La prima Napoli quasi preistorica
come quando fu fondata con il nome di
Phartenope
Questa Napoli è parzialmente ancora
visibile.

Le origini e gli antichi cristiani di Napoli

Napoli, come Roma, Siracusa, Palermo, Cagliari e altre città del bacino del Mediterraneo, ebbe una fitta rete di cimiteri sotterranei, che si sviluppò principalmente alle falde dei Colli Aminei, nella zona suburbana del quartiere dei Vergini-Sanità, la «valle dei morti» come fu definita fin dai tempi di Neapolis grecoromana. Purtroppo di molti iροgei greci, romani e cristiani, di grande interesse storico e archeologico, oggi non rimane che la testimonianza letteraria. Scriveva il canonico Andrea De Jono nel 1839 che la collina di Cαpodimonte era piena di sepolcri antichi che sono andati distrutti o perché sono stati utilizzati come cave di pietra o perché sono stati trasformati in ambienti di uso diverso «resi quale a stallaggio per i giumenti, e quale a fienile o ad uso cαmpereccio». La distruzione e l'occultamento di molti altri ambienti si devono poi attribuire non tanto alla mano dell'uomo, quanto piuttosto alle forze della natura, poiché molte alluvioni hanno contribuito a farne perdere le memorie; come le cosiddette «lave dei Vergini» che scendevano, dopo temporali o piogge torrenziali, dai valloni delle Fontanelle e dalla zona dei Cristallini formando veri e propri fiumi d'acqua e detriti.

Mα perché i napoletani scelsero questa zona per scavare i loro cimiteri? Il motivo principale si deve ricercare nella natura dell'ottimo tufo giallo che è compatto, quindi dava la possibilità di scavare ampie gallerie senza pericoli di frane o smottamenti, come invece spesso accadeva nelle catacombe di Roma. Inoltre, non è da dimenticare che la zona ai piedi della collina dei Colli Aminei era dai tempi dei colonizzatori greci un'area di cave di pietra; si potevano utilizzare, quindi, le stesse squadre di scavatori i quali erano in grado poi facilmente di vendere il tufo che avanzava per le costruzioni. Giustamente U.M. Fasola osserva che «sembra certo che i buoni napoletani antichi, pure pensando ai morti, non sprecarono una risorsa per i vivi, che la provvidenza forniva loro con tanta abbondanza». Nelle catacombe di Napoli il tufo appare estratto non in modo avventato, bensì ritagliato in grandi blocchi squadrati dai quali si potevano ottenere massi più piccoli adatti a scopo edilizio. E escluso, invece, che i cristiani napoletani per la creazione dei loro cimiteri abbiano usato cave abbandonate o grotte naturali, come vuole una leggendaria tradizione fiorita intorno ad esse. Pure infondata è la strana credenza che le catacombe fossero state la sede del culto, dell'organizzazione e della vita stessa della comunità cristiana dei primi secoli, costretta a nascondersi a causa delle persecuzioni. I cristianí di Napoli, come del resto quelli delle altre città, sebbene non riconosciuti dalle αutorità civili, approfittarono delle disροsizίοni della legislazione romana che garantiva a tutti, perfino agli schiavi e ai giustiziati, il diritto al sepolcro. Ovviamente bisognava attenersi alle leggi che regolavano nel mondo romano il servizio funebre; primariamente la norma sulla localizzazione delle tombe fuori dall'abitato, i cui confini erano giuridicamente fissati da una linea ideale detta pomerio, che per Napoli corrispondeva grosso modo a quella delle mura cittadine. Infine, senza prove archeologiche serie e attendibili è la leggendaria intercοmunícαbilità delle catacombe napoletane, nonostante i racconti avventurosi e misteriosi fatti dagli scrittori di Napoli tra il Cinquecento e il Seicento. Tra essi anche Alessio Aurelio Pelliccia, che nella sua dottissima opera ammise che dalle catacombe di S. Gennaro si poteva passare a quelle di S. Gaudioso, o di S. Severo, o di S. Maria della Vita, e perfino alle lontanissime di S. Efebo e addirittura fino a Cimítile (Nola) e a Pozzuoli. Quest'immensa città sotterranea sarebbe stata creata dai Cimmeri, un popolo amante dell'oscurità e degli antri e pauroso delle eruzioni del Vesuvio: evidentemente furono le cave del sottosuolo napoletano, ancora oggi cruccio di urbanisti e causa di crolli e frane, ad accendere la fantasia anche degli studiοsi.

Perché i cristiani, e tra loro quelli di Napoli, abbiano tanto sviluppato l'escavazione sotterranea non deve meravigliare. In primo luogo essa era praticata solo nei luoghi dove la natura del suolo Ιο permetteva, vale a dire in regioni vulcaniche o ricche di rocce calcaree di facile lavorazione; in questi paesi Ιο scavo di ambienti sotterranei per usi vari è di molto anteriore all'avvento del cristianesimo. E il suolo, anzi, il sottosuolo di Napoli, è stato traforato in ogni epoca perché bene si prestava allo scavo. Quindi solo in poche altre città della Campania i cristiani hanno potuto scavare catacombe, come, per esempio, a S. Maria Capua Vetere (l'antica Capua) e a Sessa Aurunca; più spesso furono organizzati cimiteri sopra terra, detti perciò subdiah, molto simili alle nostre moderne aree cimiteriali, come quello dell'antica Stabiae, individuato dal grande archeologo romano G.B. de Rossi alla fine del secolo scorso nei pressi della cattedrale della città, o di S. Restítuta a Lacco Ameno, sull'isola di Ischia, scavato in tempi recenti da P. Monti, per non parlare del grandioso complesso di Cimitile, costruito attorno alla tomba di san Felice da Paolino di Nola nel v secolo: ancora oggi qui accorrono centinaia di fedeli per partecipare durante la festa in onore del santo alla tradizionale e pittoresca processione dei «gigli» .

Μa chi erano i primi cristiαni di Napoli? E che cosa ci può dire la storia sulla nascita della comunità napoletana? Purtroppo sulle origini della primitiva Chiesa cittadina siamo scarsamente informati. Non esiste una testimonianza così sacra e così antica come quella, per esempio, della vicina Puteoli. Sappiamo, infatti, come riferiscono gli Atti degli Apostoli al cap. 28, che nella primavera dell'anno 61 della nostra era Paolo di Tarso, mentre veniva condotto a Roma per essere processato, si fermò sette giοrní a Pozzuoli invitato a trattenersi lì da alcuni «fratelli». E proprio lungo la via Domiziana gli archeologi e gli storici hanno individuato le pii antiche diocesi della Campania: oltre a Pozzuoli, Misenum, Volturnum, Cumae, Liternum, Sinuessa.

I cristiani di. Pozzuoli furono certamente in gran parte membri della locale comunità di ebrei, la quale era specializzata nei traffici marittimi e commerciali: deteneva il monopolio nella fabbricazione del vetro. Da Puteoli il messaggio cristiano deve essere poi arrivato a Napoli; proprio i rapporti facili e fiorenti tra la città partenopea e i comuni del settore occidentale e orientale del golfo non potevano non fare da veicolo a tutte le novità che in qualsiasi modo toccassero un punto qualunque dell'ampio arco del golfo. E Napoli si caratterizzava, inoltre, per costumi e consuetudini socio-politiche di stampo greco, era quindi aperta alle novità e al progresso: insomma, nella docta Parthenope di Marziale e nella otiosa Neapolis di Orazio il verbo cristiano non dovette tardare a diffondersi, e sebbene le notizie più antiche siano soltanto della fine del nι secolo, la ecclesia napoletana ebbe ben presto proseliti. Anzi, è stato giustamente osservato che la comunità cristiana di Napoli «accolse fin quasi dalle sue origini le gentes più note e ricche della città con i loro beni e le loro proprietà. Fu ρrσpriσ grazie alle donazioni dei patrizi napoletani che si venne formando, prima ancora che l'Impero divenisse cristiano, la proprietà ecclesiastica locale, che finì per prendere il posto del grande latifondo romano»8. Un segno dell'antichità della comunità cristiana di Napoli è fornita dal nome del primo vescovo della città: Asprenas. Si tratta, infatti, di un cognomen tipico della classicità romana, ricordato in molte iscrizioni di diverse città e non soltanto del litorale campano. Il nome risulta frequente, per esempio, presso la gens Calpurnia di Pozzuoli e la gens Nonia di Ercolano e Pompei. Mα la leggenda ne hα contaminato la figura e hα raccontato che Aspreno fu discepolo privilegiato di san Pietro e da lui battezzato personalmente; san Pietro, sbarcato α Pozzuoli, avrebbe evangelizzato oltre Napoli anche le cittadine confinanti spingendosi fino a Torre del Greco, Ercolano e Pompei, e finanche nella penisola sorrentina. II principe degli Apostoli in città avrebbe anche celebrato una messa e su quel luogo sarebbe sorta poi una chiesa (S. Pietro ad Aram); Aspreno e sua sorella Candida, presentata da questi racconti come la prima cristiana della città, avrebbero avuto la casa nei pressi dell'odierna piazza Borsa (nell'attuale cappella di S. Aspreno al Porto).

La storia della Chiesa di Napoli, al di là di queste tarde leggende, può però rifarsi ad un autorevolissimo libro. Si tratta del Chronicon Episcoporum Neapolitanorum, cioè della Cronaca dei Vescovi di Napoli: l'opera più preziosa e più ricca di notizie intorno al periodo compreso dalle origini della diocesi partenopea alla fine del IX secolo.

Tale catalogo fu scritto, nelle forme definitive, tra la fine del IX e l'inizio del X secolo, e fu chiamato, dal XVII secolo, in vario modo; in esso vengono riportate, trα le altre notizie biografiche e pastorali, indicazioni sulle opere edilizie, sulle chiese, sui battisteri, sui monasteri, realizzati per interessamento dei vescovi di Napoli sia nell'ambito urbano sia nell'immediato suburbio; al tempo stesso ci danno informazioni sui luoghi di depositiones dei presuli, cioè di sepoltura, contribuendo significativamente a ricostruire parte essenziale delle catacombe di Napoli. La Cronaca informa, così, che dopo Aspreno furono vescovi della città Ερitίmίto, Manone, Probo, Paolo, Agrippino, Eustazio, Efebo e Fortunato: quest'ultimo ραrteciρδ sicuramente ad un incontro di vescovi tenuto a Sardica (attuale Sofia), nel 343-344.

Mα per ricostruire le vicende della Chiesa napoletana con maggiore αffιdabilità bisogna riferirsi alle testimonianze monumentali, che nella generale decadenza economica della regione e nel conseguente trαmontο delle antiche strutture urbane, furono indubbiamente di portata limitata e non paragonabili alla fioritura delle costruzioni greche e romane. In questa direzione intra urbem una posizione preminente spetta al complesso episcopale, nei pressi dell'attuale Duomo della città, anche se non trova concordi gli archeologi sull'assetto complessivo degli edifici di cui era composto; tra questi erano le due cattedrali, la «Costantiniana» o di S. Restituta e la Stefania; i due battisteri, di S. Giovanni ad fontes maiores e il Vincenziano ad fontes minores; il consignatorium, cioè il luogo per la cresima, e l'accubitum, un locale di servizio del vescovo. Rilevante e giustamente famosa è pure la basilica di S. Lorenzo Maggiore, nel cuore del centro antico, non molto distante dall'insula episcopalis; tale edificio fu fatto costruire dal vescovo Giovanni II (morto nel 555) sulla terrazza che sorreggeva il macellum, cioè il mercato, della città, come hanno dimostrato i recenti scavi αrcheologici9.

Mα pur avendo perduto il fascino di luoghi di rifugio e di nascondíglio dei fedeli perseguitati, le catacombe di Napoli sono tra le più importanti e spesso uniche fonti per la conoscenza della gerarchia, dell'organizzazione, delle credenze, della vita privata e pubblica della primitiva comunità cristiana. Gli ambienti funerari sotterranei, anche se in qualche caso depredati nei secoli passati, mostrano architetture, tipologia dei sepolcri e spesso grande ricchezza decorativa. Attraverso lo studio delle interessanti iscrizioni, delle bellissime pitture e dei pregevolissimi mosaici si può ripercorrere lo sviluppo dell'arte e della storia napoletana dal II αl X secolo d.C.

Le catacombe più grandi

L'indagine e il racconto sistematico della Napoli sotterranea cristiana devono necessariamente prendere le mosse dalle catacombe di S. Gennaro, il complesso monumentale più noto, il cimitero più importante, il più antico e il pίù vasto per ampiezza e sviluppo. L'autore della Cronaca dei Vescovi nella biografia del vescovo Vittore (492496) ricorda che ώ suoi tempi, nel ix secolo, la catacomba si trovava ad miliarum unum dalla porta della città. Si riferiva all'antica «porta del tufo», così definita perché dava accesso alla zona delle cave di pietra delle Fontanelle; tale nome in seguito fu cambiato, la porta si chiamò di «S. Gennaro», appunto perché da essa si arrivava alle catacombe del santo patrono. E poiché l'accidentata morfologia della valle della Sanità è all'origine del tracciato dei percorsi viari, rimasti immutati sostanzialmente anche nello sviluppo del borgo, l'andamento della via a cui si riferiva il cronista non deve essere stato dissimile dall'attuale, che comprende via Vergini, via Arena alla Sαntà, un tratto di via S. Vincenzo e via S. Gennaro dei Poveri. Certamente era la via dei sepolcri anche al tempo dei Greci e dei Romani; tuttavia bisogna ricordare che porta S. Gennaro, ín età ducale, era leggermente più all'interno della città, presso il vico Limοncellο, chiamato un tempo vico dei Giudei o degli Spogliamortí. Si sa del resto che sull'andamento delle mura napoletane nell'età tardoantíca sono state formulate varie ipotesi. Sulla scorta di notizie di rinvenimenti archeologici e in base a una documentazione archivistica dettagliata M. Napoli ha ipotizzato che il circuito medievale delle mura rispettava, grosso modo, quello delle mura antiche; in questo caso il tratto nord-orientale, da S. Anello a Caponapoli, attraverso villa Chiara, rampa M. Longo, via Settembrini e via Forcella, giungeva nei pressi di S. Agostino alla Zecca. Al contrario, il tracciato meridionale e occidentale restano dibattuti: forse la murazione, deviata già nel IV secolo a.C. verso piazza Bellini, andava da S. Anello fino a S. Domenico, passando per via del Sole (oggi via Duomo). Durante il regno di Valentiniano m, intorno a 1440, sono attestati un restauro o una risistemazione delle mura, che seguivano il percorso di ruα Catalana fino a via del Porto, l'attuale via De Pretis, parallelamente al mare, fino a ricollegarsi con gli avancorpi fortificati costruiti tra piazza Borsa e via Mezzοcannοne.

Ad ogni modo le catacombe erano fuori dalle mura, extra moenia, a circa 1500 metri dalla porta. L'ingresso attuale non corrisponde a quello antico; oggi si accede al cimitero da un viale ricavato nei giardini della basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio, a Capodimonte. Ciononostante entrarvi è ancora emozionante e suggestivo.

Una moderna scala metallica, sistemata allargando un antico lucernario, immette immediatamente nella parte centrale del grandioso ambulacro del piano superiore. La forte e chiara luce solare si spegne; a fatica gli occhi si adeguano al nuovo effetto, mentre la grave umidità dei sotterranei suscita un intenso ma breve brivido di freddo che pervade il corpo. Il visitatore ha appena il tempo di ambientarsi e di guardarsi intorno che un vivo chiarore lο cattura e lο invita a procedere innanzi. Scoprirà presto che un taglio nella roccia, forse nel vτ secolo, ha separato i due livelli che oggi caratterizzano le catacombe, un tempo accordati, e ha reso di conseguenza un breve tratto del cimitero sub divo, aperto. Ancora qualche passo più avanti e si trova davanti lο straordinario intreccio delle gallerie del livello inferiore, da dove finalmente comincerà a investigare la natura di quel singolare monumento.



Il complesso monumentale di S. Gennaro è di straordinaria estensione; ora si presenta unico, ma è il risultato di ampliamenti e fusioni di almeno 5 ipogei un tempo separati; si sviluppa su due livelli: esso ha costituito significativamente l'elemento che più di ogni altro nel borgo dei Vergini ha rappresentato continuità e sviluppo nelle successive epoche. Nonostante le trasformazioni e le alterazioni i centri iniziali e lο sviluppo del cimitero sono facilmente individuabili. È chiaro agli archeologi, che hanno in questi ultimi decenni compiuto eccezionali scoperte, che il nucleo più antico è da ritenersi il cosiddetto «vestiboΙο inferiore», sorto tra la fine del II e gli inizi del III secolo, da cui si sono sviluppati in fasi successive gli ambulacri della catacomba di livello più basso. In origine era un sepolcro probabilmente di una famiglia gentilizia, che dovette tuttavia convertirsi ben presto al cristianesimo e concedere alla comunità cristiana l'ipogeo e la zona attigua. Infatti difficilmente si può spiegare il possesso pubblico di una così vasta area, se non pensando a una benevola e gratuita concessione del cimitero da parte di una facoltosa gens.

Il grande vestibolo venne liberato completamente dalle terre e dalle murature posteriori solo negli scavi di monsignor G.A. Galante, ai primi del Novecento, solo allora se ne poté comprendere la forma singolare e ammirare la decorazione della volta, che ha suscitato in ogni studioso meraviglia e sorpresa; è costituito da una vasta sala trapezoidale lunga più di 16 metri, larga quasi 6 all'ingresso e 11 al fondo, con uno sviluppo sul lato settentrionale di altre quattro sale minori di forma rettangolare. Il larghissimo soffitto fu sollevato progressivamente dai fοssοres fino a un'altezza di più di 6 metri dal suolo. Le piccole aule laterali furono usate per la sepoltura dei componenti della famiglia patrizia, di cui nulla si può dire, poiché non sono note iscrizioni o fonti che la individuano. La grande sala, invece, serviva quasi esclusivamente per i rituali del culto funebre, nonostante la presenza di sei sarcofagi distribuiti ai lati dell' ambiente, che sarebbero stati ricavati da un banco tufaceo solo al principio del IV secolo. Fu in questo tempo o poco prima che venne sepolto in uno di questi originari ambienti il corpo di sant'Agrippino, sesto vescovo di Napoli e primo patrono della città. La presenza della sua tomba venerata, sistemata poi in una basilica ottenuta da varie trasformazioni strutturali, diede impulso e sviluppo alla evoluzione dell'ipogeo gentilizio da privato in cimitero comunitario.

Quindi dalla seconda metà del IV secolo, contemporaneamente alla utilizzazione e alla trasformazione delle aule intorno al vestibolo, seguì la nascita in grande stile della catacomba inferiore e furono aperte nelle pareti di fondo tre alte e larghe gallerie, lunghe dai 60 ai 70 metri, con nicchioni sovrapposti sulle pareti laterali e su quelle di fondo. Anche se lο scavo dovette durare a lungo, per lο meno 200 anni, si ha l'impressione che il cimitero si sia sviluppato con un progetto unitario nel quale è evidente lο schematismo e la regolarità che appare già nel ritmico continuum delle arcate e nella distribuzione degli ambienti; gli ambulacri sono ortogonali al vestibolo, quasi fossero i «decumani» della necropoli, mentre ad angolo retto si diramano dai due lati numerose gallerie più piccole, come fossero dei «cardini».



Grandiose sono le sue architetture e varia la forma dei suoi sepolcri. Tra essi interessanti sono le molte stanze funerarie di piccoli nuclei familiari, i cubicoli, con ingressi decorati e incorniciati da colonnine intagliate nel tufo, una diversa dall'altra; ciascuna stanza aveva un sistema di chiusura, come si deduce dai fori ai lati degli ingressi. I cubicoli hanno le forme più diverse: quadrati, rettangolari, absidati, poligonali; in alcuni casi sono «geminati» (cubiculum duplex). Hanno le volte in piano o a crociera o a botte o a cupola più o meno ribassata; sono dotati di nicchiette per i lumi e le lucerne e alcuni conservano anche tracce di mensole per le offerte e i pasti funebri. Sulle pareti erano le pile dei loculi, ordinati e regolari, grandi o piccoli, a secondo dell'età del defunto, monosomí, bisomi, eccetera, a secondo del numero delle salme che contenevano. Variamente distribuite erano le mensole e le nicchiette dove si posavano le lucerne a olio per illumínare gli ambienti; lumi erano anche davanti alle tombe. Mα per fornire agli ambulacri maggiore luce e aria c'erano speciali aperture quadrate, i cosiddetti lucernari, oggi m gran parte chiusi.

La catacomba superiore al contrario, molto più di quella inferiore, conobbe differenti periodi di sviluppo. Tuttavia è provato che anch'essa ebbe origine da un sepolcro primitivo, oggi chiamato «vestibolo superiore». Studiato α partire dal 1832, è giustamente famoso per gli affreschi che ne adornano la volta, nei quali sono da individuare le più antiche rappresentazioni cristiane non solo di Napoli, ma della Campania intera. L'ipogeo, scavato nel lato occidentale della collina di Capodímonte non più tardi del secondo decennio del III secolo, cioè del 210-220 d.C., non dista che pochi metri dal sepolcreto gentilizio del piano inferiore, ma si trova ad un livello più alto. Vi si accedeva certamente dalla stessa strada pubblica, sulla quale peraltro erano altri ipogei oggi interrati. Era formato da due sale più o meno quadrate, ciascuna di circa 7 metri per lato; ma pure avendo la stessa volta, hanno un piano di calpestio differente, per cui sono collegati da una breve scala di tufo di cinque gradini. L'ambiente non era destinato solo alle sepolture, ma anche alle riunioni del culto funebre, come sembra confermare un banco roccioso che corre lungo le pareti laterali. Si trattava certo di stanze più modeste del grandioso vestibolo inferiore, viceversa erano più intime e raccolte, proporzionate del resto alla disponibilità dei proprietari che dovevano essere più numerosi, ma meno ricchi dei vicini: sembra probabile, in questo caso, che a differenza del vestibolo inferiore l'ipogeo superiore sia stato fin dall'origine un piccolo cimitero della primitiva comunità cristiana di Νapoli.

Α questo sepolcreto si aggregò ben presto quella che gli archeologi definiscono lα «zona greca», un altro antico ipogeo forse appartenente agli stessi proprietari del vestibolo superiore, infatti dalla prima aula attinsero la luce mediante due finestre elegantemente collocate; tale zona ha caratteristiche che non si ripetono in nessun altro punto del complesso catacombale ianuariano e non rientrano negli usuali schemi architettonici e decorativi: li occupano molteplici tombe, anche nel suolo delle gallerie, e li abbellisce un singolare rivestimento pittorico. Interessanti sono i noni dei defunti dipinti sugli affreschi; oggi se ne leggono a fatica pochi, ma un tempo ne furono contati una quarantina: quasi tutti nomi latini traslitterati, cioè scritti in greco (ragione che diede il nome alla zona); tra essi Annia, Tertullus, Marcianus, Iusta, Ρaυla, Rufina, Fructuosus. L' intenso sfruttamento delle gallerie e del suolo ha fatto dire a U.M. Fasola che qui «è possibile che ci troviamo di fronte al primo cimitero della nascente comunità cristiana di Ναpoli».



Α questi due primi ambienti si aggiunsero più tardi nel piano superiore delle catacombe altri grandiosi ipogei, così che complessivamente il piano raggiunse una lunghezza di oltre 100 metri. Mα in questo caso lο sviluppo del cimitero fu dovuto alla tomba di S. Gennaro: i suoi resti mortali, traslati da Pozzuoli dove subì il martirio verso l'anno 305, furono sistemati degnamente in un cubicolo della catacomba dal vescovo di Νapoli Giovanni i, tra il 413 e il 432. Α partire dal V-VI secolo la devozione verso il martire causò manifestazioni architettoniche impegnative e ardite, oltre a determinare il nome mοderno del cimitero; la catacomba superiore fu trasformata in basilica sotterranea minor di S. Gennaro, variamente descritta dalle fonti letterarie e che per la sua arditezza e ampiezza, fino α 6-7 metri, riempie di meraviglia i visitatori: in essa il luogo dove furono deposte le reliquie di S. Gennaro fungeva da cripta o cοnfessiο, mentre in una stanza superiore trovarono alloggio le sepolture privilegiate dei vescovi di Napoli, abbellite da luccicanti e preziosi mosaici con i loro ritratti. Invece, all'estemo della catacomba, tagliando la collina, fu costruita, sempre dedicata al santo, una più imponente e grandiosa basilica, la maior o extra moenia.

Dαl V al IX secolo le catacombe conobbero una fioritura artistica e cultuale senza precedenti. Tre scale collegavano i due piani delle catacombe, e anche se avevano gradini alti e scomodi comunque permettevano α grandi folle di pellegrini e devoti l'introitus ad martyres, vale a dire l'accesso alle tombe venerate di san Gennaro e sant'Agnppino e a quelle dei santi vescovi deposti nel cimitero. Tra il 762 e il 766, poi, ripαrò nelle catacombe il vescovo Paolo II, poiché coinvolto nel periodo drammatico delle lotte iconoclaste. È stato detto che più che il culto delle immagini in quella questione era in gioco per Napoli l'adesione politica a Bisanzio o α Roma: fu l'avvenimento che contribuì a separare definitivamente l'oriente cristiano dall'occidente; per Napoli provocò la naturale «incardínazione» della Chiesα cittadina in quella romαna. Durante la sua permanenza presso le catacombe, il vescovo fece cοstruíre una vasca battesimale, proprio al centro del grande vestibolo inferiore, e un triclineum, vale a dire una sala per l'assistenza caritativa ai poveri.

Mα nell'anno 831 il cimitero subì un colpo assai grave. Sicone, principe longobardo di Benevento, durante un vano assedio posto intorno α Napoli, s'impossessò dei resti di san Gennaro e li trasportò solennemente a Benevento, città di cui il santo era stato vescovo. Le catacombe caddero in uno stato di abbandono; per questo, pochi anni dopo quanto aveva compiuto Sicone, íl vescovo di Napoli Giovanni IV lο Scriba (842-849) trasportò in città i corpi dei vescovi tumulati nelle catacombe, e non solo in quelle di S. Gennaro: tra i presuli. alcuni erano venerati come santi. Il suo successore, Atanasio I (850-872), affinché i santuari cimiteriali fossero conservati al culto, affidò la catacomba ai Benedettini; pertanto fece demolire antichi edifici sacri esistenti presso il cimitero e vi fece edificare un monastero e restaurare la basilica extra moenia. Così continuarono nella catacomba o presso di essa sepolture di personaggi illustri della Napoli ducale, egualmente proseguirono i pellegrinaggi al cimitero e alle varie basiliche annesse. Come quello ricordato nelle costituzioni rituali dell'arcivescovo Giovanni Orsiní (1334), in esse è detto che nella domenica delle Palme l'arciνescονο con gli altri canonici si portavano in solenne cavalcata fino ώ monastero di S. Gennaro e lì cantavano la messa.

Alla fine del. Medioevo i monaci abbandonarono quei luoghi, il monastero fu trasformato in ospedale per interessamento del cardinale Carafa (è l'attuale ospedale di S. Gennaro dei Poveri); la basilica maior venne quasi del tutto rifatta (XV secolo), ma la si pavimentò con le lapidi e il marmo rubato dalle tombe delle catacombe. Nel 1656, poi, i cadaveri di molti appestati furono ammucchiati negli ambulacri catacombali e per questo furono arrecati molti danni ai sepolcri: furono disperse iscrizioni, sarcofagi, vasi, lucerne e varia suppellettile. Infine, durante l'ultima guerra gli ambienti del cimitero furono usati in diversi modi: come ricovero antiaereo, come sala operatoria di emergenza per il vicino ospedale, come deposito di munizioni dei soldati tedeschi. Tuttavia quanto resta oggi del più antico e più importante cimitero cristiano di Napoli è ancora notevolissimo.

La catacomba di S. Gaudioso è il secondo cimitero paleocristiano di Napoli per ampiezza e valore. L'ingresso attuale è dalla chiesa di S. Maria della Sanità, volgarmente nota Come chiesa di S. Vincenzo. Secondo le indicazioni della Cronaca dei Vescovi si trovava in medio itinere, cioè a mezza strada tra la catacomba di S. Gennaro e la porta omonima. Essa deriva il toponimo da Settimio Celio Gaudioso, vescovo di Abitine, una località non identificata dell'Africa proconsolare. Come sembra, fu esiliato con altri ecclesiastici nel 439 da Genserico, capo dei Vandali, che intanto avevano conquistato la ricca regione nordαfricanα; stabilitosi a Napoli, morì intorno al 1452, quando aveva circa 70 anni: fu deposto il 27 ottobre in ima tomba del cimitero della Sanità, che da lui appunto prese il nome.

Il suo culto si diffuse immediatamente e fu comunque notevole; si pensi che il biografo della Cronaca nel racconto delle gesta del vescovo Nostriαnο (432-449) ricorda che questi «sepultus est in ecclesia beati Gaudiosi Christi confessoris», vale a dire che fu inumato nella chiesa del santo Gaudioso. E in uno dei cubicoli della catacomba ancora ai nostri giσrni si è creduto di potere localizzare la sua tomba.

Il cimitero ha subito, purtroppo, molte trasformazioni e manomíssioní, così che definirne i precisi contorni di estensione è difficile, allo stesso modo non è facile dire se vi siano stati locali più antichi di quelli attuali, datati di solito al ν ο al vι secolo. Alcuni ambienti, infatti, furono distrutti per estrarre le pietre necessarie alla costruzione della chiesa soprastante. Il grandioso edificio progettato ambiziosamente dai Domenicani napoletani fu realizzato nel XVII secolo con il concorso del genio ideativo di un famoso monaco-architetto, fra' Nuvolo; egli seppe abilmente risolvere i due input costruttivi .più delicati che gli si prospettavano: salvaguardare (in parte) la memoria storica del luogo e terrazzare il monte dalle diverse quote. Tale struttura, situata proprio al centro del borgo, rappresentò da allora í1 fulcro di irradiazione intorno al quale si è sviluppata la più intensa concentrazione residenziale della valle.

Altre zone della catacomba, quindi, furono stravolte o colmate di terra per portare allo stesso livello l'area nella quale doveva sorgere la chiesa; ma soprattutto gran parte degli ambienti cimiteriali furono allagati e interrati dalle abbondanti allυviοni di fango e terra che di frequente si verificarono in questa zona. Fu sgombrata da questo vario materiale dal padre Odorico dell'Acerra su ordine del Guardiano del convento di S. Maria della Sanità, il padre Luigi Barbato dei frati Mínori. Lo stesso padre Odorico fu il primo custode ufficiale di questo complesso. Invece, gli scavi archeologici più seri condotti nella catacomba sono quelli di A. Bellucci, eseguiti negli anni Trenta; egli mise in luce nuove e interessanti zone.

Alla catacomba si accede oggi dαll’ίnterno della chiesa, da un ambiente noto come il «succorpo», in origine parte di un ambulacro del cimitero o, più verosimilmente, parte di un ipogeo simile a quelli delle catacombe di S. Gennαro. Su tale ambiente si affacciavano i cubicoli a destra e a sinistra, indipendenti l'uno dall'altro, tutti affrescati e mosaícati. I vari accessi al cubicoli furono murati dagli stessi Domenicαni per sistemare dodici altarini, 6 per lato, che custodirono dal 1616 reliquie ritenute provenienti dalle catacombe e dalle chiese di Roma, portate a Napoli da padre Timoteo, allora vescovo di Marsico, in Basilicata. Al di sopra degli altari sono altrettante pitture raffiguranti le gesta eroiche dei santi; sono sembrate opera di un allievo del Solimena, Bernardino Fera. Inserite nel pavimento, invece, sono una decina di lapidi marmoree del Cinquecento e del Seicento appartenenti alle illustri sepolture di alcuni napoletani; tra esse sono le epigrafi del nobile Giovanni Tommaso Caracciolo, morto l'ultimo di agosto del 1584, di Laura Bonella, morta nel 1630, proveniente dalla nobile famiglia dei Barulí, di Isabella Bucca d'Aragona, morta pure nel 1630, discendente della numerosa stirpe dei marchesi di Alfadena, di don Gennaro del Giudice, insigne patrizio del seggio di Nido e signore di Torello, che mori a 60 anni nel 1690, di Marcello Marciano, consigliere del re, morto nel 1694.

La catacomba, attualmente, si caratterizza, oltre che per il cubicolo con la tomba di san Gaudioso e pochi altri ambienti, per l'ambulacro centrale, lungo circa 30 metri, largo dai 2 al 3 metri; lungo le sue pareti si aprono 13 cubicoli, anche a due piani, che di certo avevano un qualche sistema di chiusura. Alcuni di essi presentano affreschi, altri mosaici. Di straordinario fascino e mistero è, poi, la zona detta della «cisterna» che si sviluppa sul lato est della catacomba. Si tratta di una vasta sala ipogea, lunga circa 25 metri, larga e alta dagli 8 al 10 metri, certamente in origine facente parte della catacomba, ma in seguito utilizzata per le sepolture dei frati Domenicani e ρerciò notevolmente sconvolta.

Il cimitero cristiano di S. Gaudioso fu abbandonato alle soglie dell'anno Mille, anche a causa della traslazione in città dei corpi di Gaudioso e Nostriano, che qui come a S. Gennaro fu operata dal vescovo Giovanni IV; in seguito le «lave» ne occultarono l'ingresso e vari ambienti. Alla fine del Cinquecento si rinvenne casualmente 1' immagine della Madonna dipinta nel succorpo, e i miracoli seguenti determinarono la volontà di edificare in quel luogo un tempio dedicato alla Μαdre delle «guarigioni», cioè della salute, che detta alla napoletana è la Madonna della Sαnítà: da qui ίl nome anche del borgo.

Le catacombe minori

Nel tratto di strada compreso tra la catacomba di S. Gaudioso e ίl complesso sangennariano erano la catacomba e la basilica di S. Vito, sconosciute al cronista del catalogo dei vescovi, ma luogo di culto almeno fino all'ultimo quarto del XV secolo. Di questa catacomba, tuttavia, resta solo la testimonianza di studiosi che l'hanno vista e descritta nel Seicento e Settecento; si troverebbe, secondo alcuni archeologi, nei pressi dell'ex ospedale S. Camillo (oggi centro di recupero per tossicodipendenti); da anni ρerδ si cerca di localizzarla senza risultati. Μ suoi tempi, C. Celano ne vedeva ancora alcune parti con pittime e mosaici, mentre secondo A.A. Pelliccia l'ingresso alla catacomba fu murato una prima volta dai monaci Carmelitani alla fine del Quattrocento poiché intendevano difendersi dalle scorrerie continue dei ladri che vi trovavano rifugio. Gli stessi monaci ampliarono nel secolo seguente la chiesetta e la dedicarono a S. Maria della Vita, perché durante i lavori di sbancamento di una parete di tufo dell'edificio paleocristiano si rinvenne una pittura raffigurante una Madonna.

Al contrario la Cronaca dei Vescovi ricorda che seguendo la strada che portava alla catacomba di S. Gennaro si trovava una chiesa cimiteriale costruita durante l'episcopato del già conosciuto Vittore, alla fine del v secolo, e dedicata a sant'Eufemia, una martire di Cαlcedοniα (oggi Kadíkby, in Turchia) che ebbe grande culto nell'Italia meridionale. In questa chiesa lο stesso vescovo venne sepolto. L'edificio attuale si trova proprio all'angolo di vico Lammatari, consiste in una piccola aula, larga circa 6 metri e lunga circa 10-12 metri, la quale conserva scarse tracce di decorazioni ottocentesche in stucco, ma nulla di antico, poiché al molti rifacimenti si è aggiunto nel 1973 un incendio che l'ha distrutta in parte. Oggi nella chiesa hanno trovato posto un elettrauto e un carrozziere.

Un' altra basilica cimiteriale la Cronaca la dice posta a quasi 4 stadi dalla porta di S. Gennaro; in essa furono sepolti i vescovi Fortunato e Massimo, a cui qualche studioso ha attribuito la costruzione sul finire del IV secolo. Nel Seicento e Settecento alcuni eruditi napoletani dichiararono di averne visto resti fatiscenti, in cui erano le immagini dei due santi vescovi; oggi non resta nessuna traccia monumentale. È molto probabile, come dimostrano alcuni documenti archivistici, che la chiesa cimiteriale fosse ubicata in prossimità dell'attuale piazza della Sanità. Anche questo santuario dovette essere abbandonato dopo il trasporto in città dei corpi di Fortunato e Massimo, prima del IX secolo.

Un polo di irradiazione importante per il quartiere dei Vergini ha rappresentato, invece, la basilica di S. Severo e la catacomba annessa. Vescovo di Napoli per circa 47 anni, tra il 364 e 11410, Severo è una figura emblematica del travagliato passaggio tra tardo paganesimo e cristianesimo. In città in quel tempo vivevano circa 30-35.000 abitanti, e non tutti erano cristiani, molti erano rimasti fedeli alle credenze religiose tradizionali. Napoli era una città, anzi, ancora fortemente legata alla religione grecoromana, tanto che alcun suoi cittadini chiesero la visita del sommo pontefice del paganesimo, che in quel tempo era Quinto Aurelio Simmaco, console del 391. Quest'ultimo, in verità, pur essendo un acceso polemista dell'antica religione di Roma, seppe riconoscere e apprezzare l'Onestà dei vescovi cattolici, e specialmente per il napoletano Severo ín più occasioni manifestò la sua stima e il suo caloroso affetto. Μa quegli anni erano comunque difficili. Da più decenni era cominciata l'agonia di Roma, e nel 401 il goto Alarico iniziò la sua impresa di conquistare l'Italia: nella notte del 24 agosto del 410, pochi mesi dopo la morte di Severo, il capo dei Goti irruppe nella città eterna e la mise a ferro e fuoco; dopo 3 giorni prosegui verso il Mezzogiorno, devastando la Campania. La romanítà era finita, l'Impero d'Occidente perduto, e l'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, incarcerato (in Castel dell'Ovo).

Occorreva, quindi, una saggia e ρrudente azione. E Severo in questo tempo di transizione e travaglio si presentò non solo con una intensa opera pastorale, ma anche con una grande attività costruttiva. La Cronaca dei Vescovi informa che egli fece costruire 4 basiliche, di cui una fuori dalle mura e vicina alla chiesa di S. Fortunato. In questa basilica egli fu sepolto, e qui il suo corpo rimase almeno fino alle traslazioni di Giovanni IV, nel IX secolo.

Della basilica sepolcrale del santo non rimane oggi che il titolo, poiché trasformata e mutilata variamente nel Medioevo, fu rinnovata nelle definitive forme di barocco napoletano nel 1680, su progetto di Dionisio Lazzari. È presumibile, come sostenne G.A. Galante, che scavò il cimitero nel 1867, che la sua costruzione fosse in stretta relazione con la catacomba, nel senso che la navata principale si impiantò sull'ambulacro più grande del cimitero, in parte distruggendolo: l'abside della chiesa, invece, doveva essere stata costruita direttamente in corrispondenza della tomba di Severo.

Così oggi della catacomba di S. Severo, sorta intorno al IV-V secolo in una proprietà del santo, rimane ben poco: si trova a 1 metro circa al di sotto del pavimento della chiesa, è composta di soli 2 cubicoli, di cui il più grande misura circa 2,70 metri di larghezza e circa 3,30 metri di lunghezza, di 3 arcosoli, ma con interessantissime pitture di recente restaurate del V e VI secolo, e di diverse formae, le tombe «terragne» ρίù povere scavate nel pavimento.

Se le catacombe napoletane furono ubicate prevalentemente nella zona extraurbana del quartiere Vergini-Sαnítà, la catacomba di S. Efebo (o Eufebio), al contrario, si trονa presso la chiesa attuale di S. Eframo vecchio, o dell'Immacolata Concezione. Essa fu scavata sul versante di Capodichino, alle pendici del monte Lanzata, in una zona a cavaliere tra gli Ottocalli e il pendio di S. Maria degli Angeli alle Croci.

Efebo occupa l'ottavo posto nella serie dei vescovi napoletani. Di lui la Cronaca dei Vescovi seppe poco, così secondo l'etimologia del nome lο dice di aspetto bello, e ancora ρίù bello di animo, tanto che fu a capo del popolo di Dio e lο governò coscienziosamente. Fu sepolto prima nel cimitero che divenne celebre e fu a lui intitolato, poi nella basilica detta «Stefania», infine, in epoca imprecisabile, i suoi resti furono riportati nuovamente fuori della città, nella chiesa a lui consacrata, dove sarebbero stati ritrovati, secondo un leggendario racconto nel 1591, insieme a quelli di altri due santi vescovi di Napoli: Massimo e Fortunato. Le ossa sono Ora collocate nell'altare maggiore dell'odierna chiesa di S. Eframo, realizzato nel 1773 dal «marmoraro» Michele Salemme, che peraltro utilizzò elementi più antichi.

La chiesa, che deriva il nome dalla mutazione di Efebo in Eusebio o Efremo, risale ai primi del xvi secolo; fu fatta costruire dai frati Cappuccini, a cui venne anche affidato il convento nel 1530, secondo i criteri di semplicità e sobrietà propri dell'ordine. Nel Settecento fu eseguito un parziale restauro, a cui si devono gli unici elementi decorativi della struttura, quali i cinque Ovali maiolicati della facciata, il quadrante maiolicato dell'orologio, il coro ligneo e la sacrestia. Del Settecento è anche la tela che adorna l’altare maggiore, attribuita a Jacopo Cestaro: essa raffigura S. Efebo tra i Ss. Fortunato e Massimo.

La prima traslazione del corpo di Efebo, quella nella «Stefania», anche in questo caso è da mettere in relazione con la situazione della Campania nei secoli VIII-IX; la regione era tormentata dalle incursioni dei Saraceni e dominata dai Longobardi che, forse più dei primi, costituivano un pericolo per le reliquie dei martiri e dei santi. Fu anche per questo, come più volte abbiamo detto, che il vescovo napoletano Giovanni lο Scriba nel ix secolo fece traslare i corpi dei suoi predecessori dai luoghi catacombali dove erano sepolti e li fece inumare nella Stefania.

Della catacomba parlano variamente le fonti. Nella Cronaca dei Vescovi, nella vita di Orso, vissuto nella prima metà del v secolo, si legge che questi fu sepolto nel cimitero dove riposava anche il beato Efebo: la notizia è doppiamente importante: da un lato indica l'esistenza della necropoli, dall'altro fornisce indizi sulla sua «durata», almeno dal m secolo, quando vi fu sepolto Efebo, alla prima metà del v, con la sepoltura di Orso.

Dell'esistenza di un coemeterium Ephebi informa anche un favoloso «Libro dei Miracoli» del santo, quando racconta di un chierico che guardando attraverso le fessure della porta della chiesa vide un fumo prodigioso che penetrava per gli anditi e le caverne adiacenti al tempío.

Anche Carlo Celano nella sua celebre opera parla della catacomba di S. Efebo, affermando di averla perlustrata personalmente quando, in seguito a un temporale, nel 1641 si apri un varco su di una grotta in una villa nei pressi della chiesa.

Μα la sicura identificazione del cimitero fu compiuta da G.A. Galante, nel 1908, sulla scorta di notizie storiche e da A. Bellucci con l'ausilio di documenti fino ad allora inediti del XV e XVI secolo, nel 1931.

Molto poco rimane però della catacomba, soprattutto sono in massima parte perdute le decorazioni e le iscrizioni. Il complesso si presenta notevolmente sconvolto, a causa dell'inserimento di ambienti posteriori: durante il XVI secolo, come pare, furono aperte alcune cisterne, di notevole profondità, che distrussero in più parti diversi ambienti del cimitero; inoltre la costruzione dell'attuale chiesa provocò in più punti non solo l'obliterazione di zone catacombali, ma anche la chiusura di diverse gallerie.

Comunque, lungo due segmenti di corridoi, ora separati, si aprono numerosi cubicoli di grande interesse, con molte tombe «terragne» e vari loculi alle pareti. Anche qui le caratteristiche più rilevanti che è possibile definire riguardano le dimensioni degli ambienti, che si presentano piuttosto larghi e spaziosi, come nelle altre catacombe di Νapoli.


Ingresso alla Napoli Sotterranea
















Scugnizzo Oggetto: LA STRADA DELL'ARTE  14 Gen, 2008 - 07:44  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente

SI cosi si potrebbe chiamare
"La strada dell'ARTE"
Attualmente diversi nomi le sono
stati attribuiti come: Decumano inferiore,
Spaccanapoli, il suo nome reale è:
Via San Biagio dei Librai,in questa strada che
letteralmente spacca Napoli in due vi sono profuse moltissime testimonianze di Arte
antiche e recenti.
Quando sembra che una strada nn abbia interesse storico od altro potete esserne certi che
state camminando sulla "Napoli Sotteranea"
L'origine e la storia del Sacro Monte e Banco dei Poveri


Il Banco dei Poveri è uno degli otto banchi pubblici sorti, tra il XVI ed il XVII secolo*(2), a Napoli, dalla cui successiva fusione e soppressione sorgerà il Banco delle Due Sicilie, nel 1808, e da quest'ultimo, nel 1861, il Banco di Napoli. A differenza degli altri banchi pubblici napoletani, il Banco dei Poveri ebbe un'origine curialesca*(3). Il canonico Carlo Celano, nel suo itinerario napoletano tra le bellezze, le antichità e le curiosità della città di Napoli, ricordava*(4) che intorno al 1563 un avvocato regalò cinque carlini, cioè mezzo ducato, ad un carcerato che, disperato, glieli avrebbe chiesti, offrendogli in pegno il proprio giubbotto, per pagare il suo debito ed uscire, così, di prigione. Indipendentemente dalla veridicità del racconto di Celano, l'apporto dato dalla gente di toga fu determinante sin da quando l'iniziale opera di assistenza, molto modesta, si trasformò in attività creditizia, dando luogo ad uno dei più prestigiosi istituti di credito napoletani tra il XVII e XVIII secolo.

Il Banco in questione, infatti, nacque dalla fusione di due Congregazioni religiose, quella di S. Maria del Monte dei Poveri e la Compagnia del SS. Nome di Dio, la prima delle quali era attiva sin dal 1563 e teneva le sue riunioni nella chiesa dei SS. Apostoli dei PP. Teatini fino al 1571, anno a partire dal quale fu ospitata presso la chiesa di S. Giorgio Maggiore.

I membri di questa Congregazione nominavano ogni anno, l'ultima domenica d'agosto, nove governatori in corrispondenza del numero delle ottine o quartieri di Napoli: questi erano incaricati di raccogliere le elemosine e di assistere i poveri. Sicuramente, il ricavato di tale questua non doveva essere gran cosa, in corrispondenza alla modestia delle entrate: ciò appare evidente anche dai rendiconti relativi ad alcuni mesi del 1573 segnati nel Libro del Tesoriere che riportano un movimento mensile che non va oltre i sei ducati, raccolti, per lo più, dalle cassette delle elemosine della chiesa di S. Giorgio Maggiore. Ma, contrariamente ai rendiconti, il patrimonio della Congregazione poteva vantare la proprietà di una "massaria", donazione di Dianora Cerqua, senza dire che, nella seconda metà degli anni settanta del XVI secolo, le entrate erano aumentate grazie, forse, al maggior numero di questuanti e - cosa di grande rilievo - grazie alla distribuzione di fogli pubblicitari a stampa, assicuranti indulgenze ed all'affissione di manifesti per le strade.

Nel 1577 fu iniziata la costruzione della Cappella con relativo Oratorio, terminata nel 1579, ubicata nel portico della stessa chiesa di S. Giorgio Maggiore. Ultimata la Cappella, l'attività della Congregazione si limitò alle opere di assistenza ai carcerati, agli ammalati poveri ed ai confratelli bisognosi.

Sin dal 1577, inoltre, il Monte dei Poveri, riconosciuto da una bolla emanata da papa Gregorio XIII, cominciò a ricevere depositi e a emettere fedi di credito, mentre il viceré, Duca di Ossuna, approvava i capitoli del Monte, concedendogli la facoltà di utilizzare il denaro depositato per mutui sui pegni*(5). L'approvazione del Viceré suscitò le rimostranze del Monte di Pietà - primo Monte, sorto nel 1539, a fare prestiti gratuiti sopra pegni - che si preoccupava della concorrenza diretta del nascente Monte. Nonostante questa levata di scudi, però, la questione non ebbe alcuna conseguenza negativa per il Monte dei Poveri, evidentemente perché in una città popolosa come Napoli, c'era un'ampia richiesta di simili istituti.

Nel Libro del Tesoriere compaiono anche gli accrescimenti patrimoniali della Congregazione entro il 1585: da Pellegrina Maietta ereditò, nel 1584, una casa ed alcune botteghe ubicate nella Piazza di Forcella, col vincolo di far celebrare delle messe per la sua anima. Inoltre, dalle polizze esaminate risulta che il Banco possedeva anche appartamenti nei quartieri della Concordia, del Mercato, della Vicaria e di Pontenuovo*(6).

Nel 1582 papa Gregorio XIII, con un Breve, concesse l'indulgenza plenaria per dieci anni all'orazione delle Quaranta ore da celebrarsi nell'Oratorio; qualche anno dopo, nel 1586, papa Sisto V riconobbe l'attività della Congregazione.

Il Monte dei Poveri era conosciuto anche come Monte della Vicaria, dal momento che, nel 1585, la Congregazione di S. Maria del Monte dei Poveri chiedeva al Viceré, la concessione di un piccolo vano nel Palazzo della Vicaria, dove costruì un altare ed esercitò l'attività di deposito e di concessione di prestiti su pegni: fino all'anno 1585 questo sembra sia stato l'unico legame che tale Congregazione avrebbe avuto con il ceto forense.

La Compagnia del SS. Nome di Dio, sorta nel 1583 su iniziativa di Orazio Teodoro, ospitata nel convento di S. Severo Maggiore di Napoli dei PP. Riformati di S. Domenico, a Forcella, ed approvata da un Breve di papa Gregorio XIII, annoverava, tra i suoi membri, due insigni personalità del foro napoletano: Michele Zappullo e Scipione Roviglione*(7).

Tale legame esistente tra i componenti le due Congregazioni diede luogo alla fusione delle due Compagnie: tra questi si ricorda l'avvocato Aniello Longo ed altre tre personalità probabilmente appartenenti alla magistratura quali Cesare Manforte, Giovan Geronimo Funicella ed Alessandro Febo. I nomi di questi ultimi, infatti, sono preceduti dall'appellativo magnifico. Nonostante il ruolo svolto da queste personalità, l'unione delle due Compagnie non fu del tutto pacifica: diverse furono le dispute tra i loro membri, ciò comportò l'azione separata delle suddette per più di dieci anni, fino all'ottobre 1598 quando, su iniziativa di Michele Zappullo, si provvide nuovamente all'unificazione avvenuta nel 1599. Si scelse, quindi, quale unica sede, quella ubicata nel portico della chiesa di S. Giorgio Maggiore. Conseguenza della fusione fu anche l'aumento del numero degli aderenti, che consentì di assicurare una maggiore assistenza ai carcerati*(Cool.

Nel 1585, la Congregazione di S. Maria dei Poveri ottenne l'autorizzazione ad anticipare, su pegni, denaro ai carcerati, motivo per cui dovette assicurarsi un capitale, che fu di 600 ducati. Parte del denaro raccolto nei primi anni di attività fu destinato ai lavori del Monte che doveva conservare pegni sempre più numerosi. Infatti, tra il 1598 ed il 1599, la loro quantità fu tale da richiedere l'assunzione del guardaroba, impiegato addetto alla conservazione dei pegni e responsabile degli stessi. Tuttavia, solo qualche anno più tardi ci sarà la nascita del Banco vero e proprio con sede nel locale ubicato nel cortile della Vicaria, presso la scala da cui si saliva alla Sala del Consiglio. Nel 1605 furono introdotte, su licenza del Viceré, le fedi di deposito con il sigillo del Monte dei Poveri e Nome di Dio e, l'anno dopo, si adottò il titolo definitivo di Sacro Monte e Banco dei Poveri. Nel 1608, poi, sarebbero stati introdotte tutte le figure di funzionario - Libro maggiore, Cassiere, Pandettario e Giornali - esistenti negli altri banchi mentre, nel 1612, furono redatte le nuove capitolazioni che ebbero il regio assenso una ventina d'anni dopo, dal conte di Monterey. Infine, il 16 marzo 1616, divenuti ormai insufficienti i locali di Castel Capuano, fu acquistato per 10.000 scudi il palazzo di Gaspare Ricca, di fronte al Castello: il palazzo divenne sede definitiva del Banco dal 9 marzo 1617. Il Monte, tuttavia, conservò la vecchia cappella di S. Severo e l'oratorio nella chiesa di S. Giorgio Maggiore fin quando questa non fu ricostruita nel 1643, anno in cui si provvide alla costruzione di un oratorio nel palazzo Ricca, sopra la guardaroba dei pegni. Infine, nel 1663, venne edificata, in fondo al cortile, una splendida cappella su disegno di don Giuseppe Caracciolo*(9).

Concludendo, va comunque sottolineato che i primi depositi, avvenuti nel 1600, furono imposti da alcuni magistrati, quindi furono depositi obbligatori legati anche ad attuari, cioè funzionari del Tribunale, sorta di cancellieri. Inoltre, i confratelli della Congregazione, in gran parte avvocati e magistrati, proprio per dare maggior credito al Banco, decisero di togliere il proprio denaro dagli altri banchi per depositarlo nella Cassa di depositi del Monte dei Poveri, invitando i loro amici e spingendo persino la Regia Corte a fare altrettanto. Così, a partire dal 1603, si nota un aumento dei depositi e non solo di quelli obbligati*(10).

Si deduce, quindi, da tali notizie che, in diversi modi l'aiuto del ceto forense fu determinante per il decollo del Banco dei Poveri: ciò non solo per motivi di ordine economico, ma soprattutto per il prestigio ed il potere esercitato da quel ceto borghese, temuto e rispettato da tutti.
P.S.
Mi scuso con gli eventuali lettori se ometto
ulteriore notizie ma cerco di sintetizzare al
massimo anche x nn tediare troppo x la
lungaggine dei post.


Palazzo del Banco dei Pegni a
SPACCANAPOLI

Scugnizzo








Scugnizzo Oggetto: IL DUOMO DI NAPOLI  13 Gen, 2008 - 23:29  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente

Un vicolo,una strada come tutte
ed ecco d'improvviso uno spiazzo
e la maestosa facciata di un tempio
una chiesa una cattedrale eretta quando
ancora la civilta faceva capolino e si
affermava attraversando secoli x il piacere
di farsi ammirare dal xx secolo.


Il Duomo di Napoli


La zona in cui si trova il complesso del Duomo fu centro di culto già in epoca greca, era, infatti, sede di un tempio dedicato ad Apollo. In seguito ospitò alcune delle prime chiese cristiane della città: Santa Restituta, dalla quale si accede al Battistero di San Giovanni in Fonte, e la Stefania della fine del V secolo.
La cattedrale fu innalzata nel 1294 per volontà di Carlo II d'Angiò. Furono utilizzati materiali di spoglio come le 110 colonne di epoca greco-romana addossate ai sedici grandi pilastri delle navate.
Nell'arco della sua storia, la cattedrale ha subito numerosissimi interventi che l'hanno modificata secondo il gusto del tempo. Tra questi, nel 1600 fu coperta la maestosa capriata lignea con un soffitto a cassettoni per volere del cardinale Decio Carafa. Il soffitto fu decorato con dorature ed intagli contenenti tele del Santafede, di Girolamo Imparato e di Luca Giordano.
L'ultimo restauro realizzato risale al 1972.
Anche la facciata ha subito numerosi rimaneggiamenti nel tempo.
La cattedrale è a croce latina, a tre navate, di cui quella centrale è larga il doppio di quelle laterali e termina con un abside a pianta poligonale alta oltre trenta metri in cui troneggia l'altare maggiore. Anche le due navate laterali, coperte da volte a crociera, terminano con con absidi più piccole, accanto a ciascuna delle quali ci sono due cappelle: la Cappella dei Minutolo, a destra, e quella degli Illustrissimi, a sinistra, di periodo gotico.
In prosecuzione del lato sinistro del transetto c'è la cappella di San Ludovico di Tolosa, detta anche Sagrestia Maggiore, costruita all'inizio del XIV secolo.
Di grande importanza il fonte battesimale del Seicento, voluto da Decio Carafa realizzato con gambo di porfido e vasca di basalto egiziano, di provenienza pagana, con tirsi e maschere bacchiche di fattura greca.
Di grande rilievo è anche la Cappella del Crocefisso.
Sotto la tribuna dell'altare maggiore c'è il Succorpo di San Gennaro.
Il campanile della cattedrale era originariamente isolato e crollò con il terremoto del 1349; di esso si salvò solo il basamento che fu riutilizzato per la sua ricostruzione tra il 1451 ed il 1457. Alla fine del XVI secolo vi si addossarono vari costruzioni che lo nascosero del tutto e che sono poi state eliminate nel corso degli ultimi restauri.
L'area del complesso della cattedrale ha subito un profondo cambiamento quando, nel 1860, Ferdinando II di Borbone realizzò l'allargamento della strada, l'attuale via Duomo, che comportò anche l'arretramento di alcuni fabbricati che vi si affacciavano.
Dal Duomo si accede, inoltre, agli scavi archeologici sotterranei.
P.S.
Volendo si può inoltre visitare il Tesoro di
San Gennaro,ricco di ori e argenti con statue
pregevole e preziose tramandatoci a noi
dai secoli.


Il Duomo (centro storico)


Interno della Cattedrale


Scugnizzo






Scugnizzo Oggetto: MONASTERO DI SANTA CHIARA NAPOLI  13 Gen, 2008 - 11:39  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente

Ci sono quadri di rinomati pittori indubbiamente belli ma in ogni quadro specie se il pittore è bravo ci inserisce qualcosa di suo della sua arte del suo estro rendendo la visione astratta alla realtà originale.
Napoli qualsiasi pittore che vuole effigiarla nn a bisogno
di nessun estro o bravura basta attenersi a ciò che tutti
possono ammirare.
Napoli può essere giudicata, malmenata, denigrata,
ma dalla spazzatura risorge sempre come moderna
FENICE .
hiesa di Santa Chiara

La chiesa e il complesso monastico di Santa Chiara furono edificati tra il 1310 e il 1340 per volere di Roberto d'Angiò e della regina Sancia nei pressi della cinta muraria occidentale, all'inizio del decumano inferiore (oggi S.Biagio dei Librai, o Spaccanapoli).
La chiesa fu originariamente costruita in forme gotiche provenzali da Gagliardo Primario, ma tra il XVII e il XVIII secolo fu ampiamente ristrutturata in stile barocco. Dopo i bombardamenti che la colpirono pesantemente nel 1943, e un incendio che la distrusse quasi interamente, è stata riportata all'aspetto iniziale con un restauro conclusosi nel 1953.

La facciata è sobria e imponente, con un grande rosone centrale. Il campanile, separato dalla struttura, fu iniziato nel 1328, ma completato solo nel '500, quando fu dotato anche di cinque campane; queste, cadute per il bombardamento del 1943, furono rimesse al loro posto nel 1949.


La facciata vista da piazza del Gesù

Il campanile della chiesa di Santa Chiara


L'interno è un vasto, alto ambiente rettangolare, su cui si affacciano le cappelle, illuminate da bifore e trifore. Dietro l'altare maggiore campeggia il grande sepolcro di Roberto, lievemente danneggiato dai bombardamenti; opera dei fratelli Giovanni e Pacio Bertini, rappresenta la figura seduta del re, ed è sovrastato da un'epigrafe attribuita a Francesco Petrarca ("cernite Robertum regem virtute refertum"), grande ammiratore del sovrano angioino.
La nona cappella conserva la struttura barocca, ed accoglie le sepolture dei Borboni: in particolare, la sontuosa tomba del principe Filippo, primogenito di Carlo III, opera di Giuseppe Sanmartino (1777); di fronte a questa, è il sepolcro della venerabile Maria Cristina di Savoia, regina di Napoli.
La prima cappella sulla sinistra, adiacente all'ingresso, ospita invece le spoglie di Salvo d'Acquisto, il carabiniere sacrificatosi, durante la II guerra mondiale, per salvare un gruppo di civili innocenti dalla rappresaglia nazista.


L'interno, sobrio e imponente, dell'abazia

Adiacente alla chiesa è il coro delle Clarisse, che conserva l'originaria struttura trecentesca e resti degli originali affreschi attribuiti a Giotto e alla sua bottega.

Celebre è poi il grandioso chiostro maiolicato delle Clarisse: originariamente di matrice gotica, questo fu trasformato nel 1742 da Domenico Antonio Vaccaro che ne rivestì la struttura e i ben 72 pilastri ottagonali di stupende mattonelle policrome in gusto rococò, disegnate dallo stesso Vaccaro e realizzate dai "riggiolari" napoletani Donato e Giuseppe Massa.
I pilastri, intervallati da sedili, sono decorati con motivi a tralci di viti e glicini, che si avvolgono a spirale fino al capitello di sostegno del pergolato. Sulle spalliere dei sedili, anch'essi maiolicati, sono rappresentati motivi agresti, marinari e mitologici.
Il chiostro vede la presenza di due ampi viali interni che si incrociano al centro e da ampie aree a giardino, prevalentemente destinato ad agrumeto; come si intuisce anche dai temi delle decorazioni, all'epoca esso si caratterizzava più come giardino di delizie che come luogo semplicemente destinato al raccoglimento e alla preghiera. Oggi è un efficace rifugio per chi cerca un angolo di quiete e silenzio nel cuore della città.


LA CHIESA


CHIOSTRO maiolicato


CHIOSTRO (veduta d'insieme)



Scelta da TITTI

Scugnizzo











Rossella49 Oggetto:   13 Gen, 2008 - 09:37  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 2926
Attività utente
Attività utente



Hermann Hesse "Paese, colline, montagne", acquerello (1926)

La storia personale ed umana di Hermann Hesse è travagliata e sofferta, sovente scandita da gravi crisi depressive, ed è proprio per alleviare il suo "male di vivere" che gli viene consigliato di dedicarsi alla pittura, una forma di arte-terapia che gli psicoanalisti che si susseguono alla sua cura giudicano particolarmente adatta alla sua personalità creativa.
La fantasia creativa è infatti il mezzo terapeutico autopoietico, catartico che lo aiuterà a superare un particolare periodo di crisi depressiva quando, durante la seconda guerra mondiale, deve assistere agli orrori bellici: in quell'occasione, Hesse viene vivamente esortato da Jung, con il quale entra in rapporto, a combattere gli stati di sconforto legati all’umore e all'alternarsi di crisi depressive con la pratica pittorica, ricercando, attraverso l'esercizio della propria creatività, appagamento, serenità, capacità relazionale, risorse interiori per combattere l'apatia mentale e recuperare il rapporto con la propria interiorità emotiva.

La pittura si rivela in effetti per Hesse un potente mezzo di recupero della propria armonia interiore, una salutare via di fuga dalla realtà, quando questa diventa troppo dura da accettare e sopportare, un mezzo per sfuggire alla depressione senza perdere il contatto con la vita reale e rifugiarsi nella pazzia, come hanno fatto prima e dopo di lui tanti artisti, molti dei quali appartenenti all'Espressionismo tedesco: egli ne è cosciente, tanto che dice, descrivendo un suo particolare, difficile momento:"Allora mi feci piccino piccino ed entrai nel mio quadro, salii sul trenino e penetrai con esso nel piccolo tunnel nero... poi il fumo si ritirò e svanì, e con esso tutto il quadro con me insieme".
La pittura, quindi, come fuga per la propria salvezza, come mezzo per esorcizzare gli orrori della vita e gli spettri della mente.

Hesse pittore è un autodidatta, seppure di eccezionale talento, e dell'autodidatta conserva una freschezza espressiva che sconfina spesso in una certa ingenuità visionaria che impedisce ogni presa di posizione intellettualistica: molto più che lo scrittore Hesse, il pittore sembra immerso in un contatto profondo, ancestrale, radicato con la natura intesa come madre-terra, come sorgente di vita, custode di ogni certezza, quasi una forma empatica che lo coinvolge e lo esalta come nient'altro e gli fà dire:"Dipingere è meraviglioso".

Come risalta fin da una prima occhiata al quadro proposto, uno dei tanti acquerelli di Hesse, il linguaggio formale appare caratterizzato da cromie variopinte, intense e penetranti, da nitidi contorni, da campiture decise, da una stratificazione insolitamente spessa del colore ad acqua, da scelte cromatiche che non hanno preoccupazioni naturalistiche, a denunciare la sua adesione spirituale ad una poetica di stampo espressionista (che forse gli è geneticamente congeniale), peraltro suffragata dalla frequentazione di molti artisti dell'epoca (quali ad esempio Moilliet, Amiet, Klee, Derain) e dalla conoscenza del movimento impressionista attraverso l'opera di Cezanne.

A fronte della sua attività letteraria, l'opera pittorica di Hesse appare comunque caratterizzata da una drammaticità meno sofferta, presente, sì, nella narrazione incisiva, talvolta concitata, dai colori forti e dalle forme decise, ma sempre rasserenata, come nel dipinto in esame, dalla contemplazione della natura e dall'amore per il mondo semplice e sereno della cultura agreste: l'ambito ludico nel quale ha origine la sua poetica funziona da catalizzatore ai fini di un esito estetico sostanzialmente controllato, composto ed a tratti gioioso, perchè dipingere è per Hesse prima di tutto una gioia, come testimonia questa sua poesia, rimandandovi, per altre sue liriche, ad una pagina di Wolfgang Pruscha :



Gioia del pittore

I campi portano grano e costano denaro,
sono insidiati i prati dal filo spinato,
bisogno e avidità hanno allignato,
tutto appare murato e corrotto.

Ma qui nei miei occhi alberga
un ordine diverso di ogni cosa,
si estingue il violetto, la porpora troneggia,
di lei io canto la canzone innocua.

Giallo su giallo, e giallo unito a rosso,
fresco azzurrino velato di rossore
luce e colore balza di mondo in mondo,
s'inarca e risuona in onde d'amore.

Regna lo spirito che ogni morbo guarisce,
risuona verde da rinata sorgente,
nuovo e ricco di senso il mondo si spartisce
e il cuore si fa lieto e lucente.

Da artonweb
Wilma Torselli










Rossella49 Oggetto:   12 Gen, 2008 - 11:11  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 2926
Attività utente
Attività utente



Gustave Courbet
la falesia di Etretat
1869
olio su tela; 133 x 162
Parigi, Musée d’Orsay


Il dipinto fu eseguito nell’estate del 1869 a Etretat, così come L’onda (o Il mare in tempesta) e ambedue inviati al Salon dell’anno successivo. I quadri sono quasi pendant, mostrando in due atti la forza drammatica della natura, e sono entrambi immagini di energia maestosa e colossale. Nella serena conseguenza della tempesta, Courbet cambia la proporzione della terra rispetto al mare e al cielo, includendo ora la più conosciuta bellezza geologica di Etretat, la cosiddetta Porte d’Aval. Tutta la furia della natura si è ora calmata. Per la prima volta utilizza una tela di vaste dimensioni per un paesaggio in cui è totalmente assente ogni traccia di vita umana o animale. L’opera rappresenta un capolavoro per la limpidezza dell’atmosfera, l’equilibrio e il ritmo.



Scugnizzo Oggetto: NAPOLI POMPEI  10 Gen, 2008 - 18:08  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente

Ancora una perla tramandatoci
dai secoli.
POMPEI
Un post interessante x chi a già visitato
Pompei e x chi un giorno avrà la ventura
di visitarlo .
Pompei - scavi archeologici
Aperto tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.30
(da ottobre a febbraio fino alle 17.00)
La storia di Pompei inizia verso la fine del II millennio a. C., quando le popolazioni italiche della Campania centro-meridionale, gli Opici, occuparono l'estremità di un'antichissima colata lavica che, dalle pendici meridionali del Vesuvio, si protendeva verso il mare. Questo pianoro dalle pareti scoscese, circondato su due lati dal fiume Sarno e situato vicino alla costa, si presentava ai suoi primi abitanti come un luogo ottimale per l'insediamento: poteva essere facilmente difeso, l'acqua non mancava e l'attività preistorica del vulcano aveva reso fertili le terre circostanti. Inoltre dal pianoro di Pompei si dominava quasi tutta la costa del Golfo di Napoli e si poteva controllare la foce del fiume, punto di arrivo al mare delle vie e dei traffici provenienti dalla pianura interna. Di questo primo abitato non sappiamo praticamente nulla, poiché gli strati più antichi sotto le case della città romana non sono stati quasi mai raggiunti dalle ricerche archeologiche. Tutto quello che ci rimane è un nucleo di frammenti ceramici raccolti in vari punti della città. Molto tempo dopo, nel VI secolo a. C., avvenne la prima grande trasformazione dell'antico abitato. Tutto il pianoro venne cinto da un muro di fortificazione e furono costruiti per la prima volta i templi più antichi della città: il tempio di Apollo e il tempio dorico. Nonostante sia stata accertata già in quest'epoca la presenza di imponenti edifici pubblici, ampie porzioni dello spazio racchiuso dalle mura non furono edificate e probabilmente utilizzate per l'agricoltura o per l'allevamento. L'approdo presso la foce del fiume aveva intanto favorito la nascita di un mercato, dove si concentrarono le attività commerciali tra le genti italiche e le popolazioni greche ed etrusche della regione. Alla fine del V secolo a. C. Cuma e Capua, le due "capitali" della Campania, furono conquistate dai Sanniti, un popolo italico che proveniva dalle zone interne dell'appennino abruzzese e molisano, attirato dalle fertili terre vicine alla costa. L'ondata degli invasori investì probabilmente anche il piccolo centro di Pompei, ma la struttura dell'abitato restò sostanzialmente immutata. L'ultima fase della storia della città inizia con il II secolo a C., quando Roma concluse felicemente la seconda guerra contro Cartagine e consolidò il suo potere sulle città campane. Pompei si abbellì con edifici, sia pubblici sia privati, simili a quelli che si trovavano nelle città latine e a Roma stessa. Nell'80 a. C. il dittatore romano Silla conquistò militarmente Pompei dopo un lungo assedio e vi fondò una colonia. Da questo momento in poi i magistrati sannitici (meddices) vennero soppressi e la città fu retta da un senato di circa 100 membri (ordo) da due edili (magistrati addetti alla manutenzione dei monumenti e delle strade della città) e da due duoviri (i sommi magistrati a cui era affidato il potere esecutivo). Nel 62 d. C. un disastroso terremoto si abbatté sulle città del Golfo di Napoli danneggiando gravemente anche Pompei. Nerone, allora imperatore, si impegnò personalmente nella ricostruzione delle città colpite dal sisma. Si trattava però dell'inizio della fine. Alla prima grande scossa ne seguirono altre di minore entità, ma con frequenza sempre più intensa. Molte case ed edifici pubblici erano ancora in riparazione la fatidica notte del 24 Agosto 79.

ORIGINI E STORIA

Pompei ha origini antiche quanto quelle di Roma: infatti la «gens pompeia» proveniente dagli Oschi, uno dei primi popoli italici, nell’VIII secolo a.C., fondò e diede il nome al primo aggregato urbano. Luogo di passaggio obbligato tra il nord ed il sud, tra il mare e le interne ricche vallate, ben presto Pompei diventa importante nodo viario e portuale e, pertanto, ambita preda per i potenti stati confinanti. Primo a sottomettere Pompei è lo Stato greco di Cuma. A questo, solo per il periodo tra il 525 e il 474 a.C., viene sottratta dagli Etruschi in piena espansione. Sul finire del quinto secolo è conquistata dai Sanniti che dalla zona appenninica di Isernia dilagano prepotentemente verso il mare Tirreno. Nel 310 a.C. anche i Sanniti vengono sconfitti dai romani e, Pompei, è consociata al nuovo Stato. Ribellatasi con la Lega Italica nell’89 a.C., viene espugnata da Silla, e pur salvandosi dalla distruzione, perde ogni residua autonomia divenendo «Colonia Veneria Cornelia P.» in onore del conquistatore. In questi seicento anni ogni popolo invasore trapianta i propri costumi e la propria arte a Pompei, soprattutto i Sanniti di cui restano, dopo quattro secoli di progressiva romanizzazione, impronte rilevanti nelle costruzioni e nell’arte.

LA PRIMA TRAGEDIA E LA FINE

Nonostante tante travolgenti vicissitudini politiche, Pompei continuò incessantemente il suo sviluppo da modesto centro agricolo a importante nodo industriale e commerciale. La prima vera grande sciagura sopravviene con il terribile terremoto del 62 d.C., che riduce la città a un cumulo di macerie. Solo l’indomita tenacia e la capacità dei cittadini superstiti riescono ben presto a riattivare le attività industriali, commerciali ed a ricostruire la città semidistrutta. Già stanno provvedendo ad ultimare e ad ampliare i templi quando improvvisa sopraggiunge la seconda e irreparabile sciagura: il Vesuvio, da secoli considerato un vulcano spento e quindi ricco di vigneti e di ville rustiche e di residenze sontuose, il 24 agosto (per i naturalisti il 24 novembre) del 79 d.C., poco dopo mezzogiorno, si ridesta improvviso ed esplode con una potenza inesorabilmente distruttrice. Plinio il Giovane, da Miseno, è testimone dello spaventoso spettacolo «il cui aspetto e forma nessun albero può rappresentare meglio di un pino»; ne dà una descrizione impressionante scrivendo anche le vicissitudini e la fine tragica dello zio (Plinio il Vecchio) che, trascinato dalla passione scientifica, accorre con una nave ad osservare da vicino lo spaventoso fenomeno e muore per soccorrere e rincuorare l’amico Pomponiano. Rapidamente sulle fiamme che salgono altissime si distende una immensa e nera nuvola che oscura il sole. Un diluvio di lapilli e scorie incandescenti si riversa su Pompei. Crollano mura e tetti e poi un’ondata di cenere mista ad acqua, cancella ogni forma di vita. Nel buio continuo la scena apocalittica è esaltata dai fulmini, terremoti e maremoti; i pochi superstiti che cercano scampo verso Stabia e Nocera vengono raggiunti e uccisi dai gas velenosi che si propagano ovunque. Questo inferno dura tre giorni e poi tutto è silenzio. Una coltre di morte, con cinque o sei metri di spessore, si stende da Ercolano a Stabia.

IL RISVEGLIO DOPO DICIANNOVE SECOLI

Il Vesuvio rimarrà desto per secoli e secoli sino ai giorni nostri; le altre città saranno ricostruite più o meno nello stesso posto, ma Pompei non risorge più quasi per duemila anni. La gente teme il terribile sortilegio incombente sul luogo. Sciacalli e cercatori di tesori trafugano per quanto possibile i resti ancora affioranti, poi Pompei viene dimenticata e se ne perde ogni traccia. Mille-seicento anni passano prima che se ne incontrino le prima vestigia e altri centocinquanta anni perché si abbia la sensazione della scoperta della città. Iniziano così gli scavi sotto i Borboni, ma solo per depredare la città delle opere più interessanti, opere che ben presto formano il grande Museo Nazionale di Napoli. Ai primi dell’Ottocento, scavi ancora affrettati mettono in luce il Foro riducendolo a poco più di un cumulo di rovine. L’eccezionale stato di conservazione viene in parte recuperato con Giuseppe Fiorelli nel 1860. Questi dà inizio a scavi sistematici e accorti ed è il primo a rilevare le impronte colando il gesso nello spazio lasciato dalle sostanze organiche dissoltesi nel lapillo compatto; con questo sistema riprendono forma i corpi degli uomini e degli animali, di piante, di oggetti polverizzatisi millenovecento anni fa. Nei decenni che seguono, l’opera di restauro e di ripristino raggiunge livelli eccezionali e sin dal 1909, con Vittorio Spinazzola, gli edifici sono ripristinati dal tetto alle fondamenta ed ogni cosa, salvatasi per tanti secoli sotto il lapillo, ritorna alla luce. Questo tipo di scavo sempre più perfetto prosegue nella città ancora non scoperta (circa il 25%) e così Pompei, in questi ultimi anni, sembra risorgere miracolosamente, quasi si ridestasse dopo un sonno di diciannove secoli, dove ai vecchi abitanti operosi e appassionati ci siamo sostituiti noi frettolosi visitatori.

LA CITTÀ

Pompei nasce sull’estremità di un’antica colata lavica alta 40 metri, sul mare e sulla foce del fiume Sarno allora molto più vicini alla città. Il primo centro, prevalentemente agricolo, corrisponde all’attuale zona intorno al Foro. Il rinnovamento e l’espansione ha inizio ben presto per mano dei Greci (e per breve periodo anche degli Etruschi) che iniziano un nuovo Foro, cioè il Foro triangolare, e continuano più o meno ordinatamente il tracciato viario. La massima espansione è raggiunta con i Sanniti sì che, all’intervento dei Romani, le poderose mura hanno già il loro definitivo sviluppo di tre chilometri limitanti un centro urbano di 66 ettari. Pompei sannitica alla fine del quarto secolo è già una città considerevole, superiore alle altre vicine ed all’ancor modesta Neapolis; è un centro destinato a superare Cuma, ma l’ingresso nella sfera politica romana rallenta ogni ulteriore espansione. Infatti nei 350 anni che seguono il tessuto urbanistico non viene alterato e il continuo rinnovamento s’innesta perfettamente nella città sannitica. L’intervento di Roma imperiale si accentra sui lavori di sistemazione e aggiornamento: vengono creati alti marciapiedi (con passaggi su grosse pietre sporgenti poiché le strade sono prive di fogne); il traffico viene regolato da una razionale disciplina che determina zone riservate ai soli pedoni (esempio: il Foro) e zone con accessi controllati (esempio: l’Anfiteatro); i bagni pubblici (Terme) sono incrementati e dislocati sui tre nodi di maggior richiesta; i centri cittadini sono integrati e potenziati per tre distinte funzioni sociali. La città sin dai tempi dei Sanniti era divisa in nove zone da due arterie longitudinali (decumani) e due arterie trasversali (cardini); ogni zona o regione corrispondeva all’incirca ad un quartiere con proprie feste rionali, programmi elettorali e caratteristiche economiche e commerciali. Pressò le porte cittadine e attorno al Foro sorgevano alberghi («Hospitia») e rimesse per gli animali («stabula»); sulle vie principali abbondavano osterie («cauponae») e gli antenati dei bar («thermopolia»). Ogni edificio aveva la propria cisterna alimentata dai tetti a compluvio, Roma costruì una deviazione dell’acquedotto augusteo del Senno e l’acqua venne distribuita alle terme, alle fontane pubbliche e alle abitazioni più ricche. Poche erano le fognature e quasi tutte serventi le latrine pubbliche; le abitazioni si servivano di singoli pozzi assorbenti. Pompei aveva circa 20.000 abitanti tra numerosi mercanti, liberti e schiavi, (di origine campana, greca e asiatica) e meno numerose famiglie patrizie (di origine sannitica o di immigrazione romana). Il ceto mercantile andava dilagando sempre più nella città a tal punto che le vecchie residenze si stringevano o scomparivano del tutto invase da nuovi negozi e industrie; come pure i nuovi arricchiti adattavano a ricche residenze le severe case sannitiche, spesso unendo anche due o tre vecchi alloggi. Negli ultimi anni, con la "pace augustea" e il decadimento di ogni necessità difensiva, le costruzioni iniziano ad invadere e a scavalcare le possenti mura. Pompei era governata da due reggenti («duoviri») in carica per cinque anni. Collaboratori erano i due «aediles» (preposti all’igiene, ai pubblici spettacoli, al mercato ed al vettovagliamento della città) e il consiglio supremo («ordo decurionum») formato da cento pompeiani eletti per meriti speciali. Tutte te notizie interessanti la vita cittadina come elezioni, spettacoli e annunci economici, venivano reclamizzate da apposite scritte e disegni eseguiti da esperti «scriptores» sulle pareti di tutti gli edifici. Ben più numerose troviamo le scritte graffite sui muri; questi ultimi appaiono come un interminabile quaderno d’appunti dove tutti scrivono: bottegai; innamorati; studenti; tifosi sportivi; turisti di quei tempi; ed anche lenoni e lestofanti. E una marea di rapidi appunti con i quali centinaia di creature sembrano ancora parlare con noi di comuni problemi di vita quotidiana in una lingua di duemila anni fa.

LA CASA IDEALE

Pompei offre ancora un tesoro eccezionale per la storia dell’umanità: la casa. Infatti troviamo un’antologia ricchissima e preziosissima della «domus», cioè della casa unifamiliare, che va dal IV secolo a.C. al I secolo d.C. Lo schema base è fissato dai Sanniti evidentemente quale prodotto di lunghe esperienze precedenti. La «domus italica» viene ad avere una corona di servizi attorno ad un asse generato da spazi rigidamente calibrati e concatenati tra toro. Pertanto i locali necessari per le esigenze prevalentemente fisiche, come camere, servizi igienici, servizi di cucina, pranzo, ecc., si snodano ai lati della serie di spazi destinati allo sviluppo della vita culturale e sociale della famiglia. Questi spazi si sviluppano quasi totalmente al coperto («atrium») o quasi totalmente allo scoperto («peristilium»); tra l’atrio e il peristilio s’inserisce l’ambiente più sacro alla famiglia: il «Tablinum». Ogni locale attorno prende aria e luce solo dai due grandi spazi centrali, raramente dall’esterno. Lo schema è tanto valido che i Romani non lo variano per centinaia di anni. Il loro intervento si limita a decorare fastosamente e ad ampliare la domus con nuovi servizi. L’atrio spesso è arricchito da quattro colonne (atrio tetrastilo o corinzio); il giardino all’aperto si adorna di fontane, statue, ninfei. Si aggiungono: locali di riposo e belvedere («exedrae, diaetae»); quartieri riservati alle donne («gynaeceum»), alla servitù; bagni completi come terme private («balneum»); dilagano sopraelevazioni per guadagnare camere e servizi.

TECNICA ED ARTE

Gli stili architettonici impiegati negli edifici sono quelli classici, individuabili per i caratteristici capitelli: dorico (a forma anulare senza decorazioni); ionico (decorato e con grandi volute agli angoli); corinzio (decorato da alte foglie di acanto); composito (fusione del corinzio con lo ionico) che nelle costruzioni pompeiane assumono anche caratteristiche proprie radicate soprattutto nella tradizione sannitica. I tipi costruttivi pure si distinguono nettamente nelle varie epoche denunciando così le date d’inizio e degli ampliamenti o dei rifacimenti di ogni edificio. La prima (IV-III secolo a.C.) e la seconda epoca sannitica (200-80 a.C.) passano dall’opera quadrata e incerta alle costruzioni con blocchi di tufo. Il primo periodo romano (80 a.C.-14 d.C.) realizza costruzioni con pietre irregolari e blocchetti quadrati messi a reticolato diagonale. Il secondo e ultimo periodo romano (14 d.C.-79 d.C.) introduce l’uso del mattone. Gli stili pompeiani per la pittura e la decorazione delle pareti sono il capitolo più interessante della manifestazione artistica di Pompei e sono stati distinti in quattro stili. Primo stile, detto a incrostazione o strutturale, (150-80 a.C.) perché si caratterizza con riquadri e bugne imitanti il rivestimento di marmi colorati (v. Casa di Sallustio, del Fauno). Secondo stile detto architettonico (80 a.C.-14 d.C. circa), perché ha grandi riquadri con composizioni figurate alternate a prospettive architettoniche realistiche (v. Casa di Obelio Firmo, del Labirinto, delle Nozze d’Argento, della Villa dei Misteri). Terzo stile detto egittizzante o ornamentale (inizio circa 14 d. C.) perché vi predomina il gusto decorativo eseguito con perfetta cura dei dettagli e con straordinaria finezza dell’esecuzione e del colore (v. Casa di Lucrezio Frontone, Cecilio Giocondo). Quarto stile detto fantastico (inizio circa 62 d.C.) poiché gli schemi, le architetture e le prospettive diventano del tutto irreali e cariche di elementi ornamentali

LE TIPOLOGIE

La scoperta di Pompei rivelò ai primi scavatori un'immagine del tutto inaspettata della città antica e dei suoi monumenti. In particolare, i differenti generi di abitazioni attirarono fin da allora l'attenzione di studiosi e di visitatori. La casa romana infatti era il luogo in cui si svolgeva gran parte della vita quotidiana e il mezzo attraverso il quale il proprietario cercava di dare un'immagine del proprio benessere a chi si recava a fargli visita. Conoscere le case della città, complete dell'arredo e della decorazione originaria, significa conoscere la storia degli abitanti. La casa romana classica è composta da una serie di stanze raccolte attorno a un grande ambiente chiamato atrio. L'atrio poteva essere interamente o parzialmente scoperto è rappresentava il centro dell'abitazione. Al centro dell'atrio si trovava una vasca chiamata impluvio, destinata a raccogliere l'acqua piovana. L'atrio era detto tuscanico se il tetto che lo copriva non aveva supporti che lo sorreggessero da terra, tetrastilo se il tetto era sorretto da quattro colonne poste agli angoli dell'impluvio e corinzio se attorno all'impluvio era disposto un vero proprio colonnato. L'ampio ingresso faceva sì che l'interno fosse visibile anche dalla strada, rivelando così ai passanti i segni della ricchezza dei proprietari. Questo tipo di casa, specialmente la casa ad atrio tuscanico, ha origini molto antiche ma è attestata a Pompei solo dal II secolo a. C., da quando cioè la città sannitica venne assorbita nell'orbita culturale romana. Alla casa ad atrio viene aggiunto con il passare del tempo un portico con giardino chiamato peristilio posto generalmente subito dietro l'atrio e, se possibile, in asse con esso. Si tratta di un elemento essenzialmente decorativo. Attorno al peristilio si dispongono le grandi sale (oeci) da banchetto o da ricevimento e in qualche caso anche delle piccole terme. Al centro del peristilio si allestiva il giardino della casa. Alcune case con peristilio furono costruite in posizione panoramica sul limite meridionale e occidentale della città, cosicché dal giardino colonnato si potesse godere anche della vista verso il Golfo di Napoli e la penisola sorrentina. Le case ad atrio o ad atrio con peristilio erano le abitazioni dei ceti più elevati della città. Si pensi che soltanto l'atrio raggiungeva mediamente una superficie di circa 150 mq. Esisteva naturalmente anche un genere di edilizia più popolare, che troviamo concentrato principalmente nei quartieri orientali della città. Qui, in un periodo compreso tra la fine del III e il II secolo a. C. venne infatti costruita una serie di isolati paralleli occupati da case a schiera. Si tratta abitazioni di dimensioni inferiori rispetto a quelle delle case ad atrio, la cui superficie originaria era per metà occupata da ambienti coperti e per metà da un giardino detto hortus. La parte abitata si sviluppava anche in questo caso attorno a un ambiente centrale, quasi un piccolo atrio, sempre scoperto. Con il passare del tempo molte delle proprietà originarie vennero acquistate da pochi proprietari e gli isolati si trasformarono in lussuose case dotate di enormi giardini. Oltre alle abitazioni costruite entro le mure gli scavi ci hanno rivelato la presenza di lussuose ville costruite presso la città, lungo le strade che collegavano Pompei con le città vicine. Queste ville, come la villa di Diomede o la villa dei Misteri, erano in realtà delle fattorie che producevano olio e vino dove il padrone aveva allestito un quartiere residenziale per sé, per la sua famiglia e per gli ospiti di riguardo. Ritroviamo in queste ville tutti gli elementi delle dimore urbane ma, a differenza delle case in città, qui il peristilio è sempre posto davanti all'atrio e non viceversa.

L'ANFITEATRO

L'anfiteatro di Pompei è il più antico anfiteatro romano del mondo. Fu costruito dai due magistrati che reggevano il governo della città (duoviri) subito dopo la fondazione della colonia sillana e poteva ospitare fino a 20.000 spettatori. I magistrati si chiamavano Quinzio Valgo e Marco Porcio, gli stessi che costruirono il teatro coperto. Spesso, nelle città conquistate dai romani, accadeva che i grandi edifici da spettacolo venissero costruiti in zone periferiche sia per il costo minore dei terreni, sia per evitare i disagi dovuti all'affollamento degli spettatori nel centro della città. Per la costruzione venne sfruttato l'aggere della fortificazione più antica, che forniva un poderoso terrapieno a cui venne addossata la fondazione delle gradinate orientali. Un nuovo terrapieno fu invece realizzato appositamente per sostenere le gradinate occidentali. Oltre la fortificazione non sappiamo cosa ci fosse in questa zona prima della costruzione dell'anfiteatro, ma è possibile che vi si trovassero della abitazioni private come nel caso della vicina palestra grande. Come nei moderni teatri, le gradinate (cavea) erano divise in ordini di diversa qualità, che avevano anche ingressi separati. A ridosso dell'arena, si trovavano i posti migliori, riservati ai magistrati, ai membri del senato locale (decurioni), agli organizzatori e finanziatori dei giochi. In caso di eccessiva calura, gli spettatori potevano essere riparati da enormi teli (vela) che venivano issati sopra la cavea e l'arena. Gli spettacoli prevedevano combattimenti tra uomini e animali, oppure tra uomini e uomini, ed erano seguiti da arbitri e giudici di gara, come spiegavano una serie di affreschi dipinti tutto intorno all'arena e purtroppo oggi perduti. In occasione degli spettacoli, intorno all'anfiteatro si svolgeva un mercato e i venditori, con il permesso dei magistrati competenti (edili) potevano addirittura utilizzare gli archi della struttura esterna come botteghe.

IL TEMPIO DI APOLLO

Il santuario dedicato ad Apollo è il più antico luogo di culto di Pompei. Non conosciamo l'aspetto originario dell'area sacra. Sulla base dei reperti più antichi raccolti nei depositi votivi del santuario possiamo però stabilire che il culto risale al VII secolo a. C. o addirittura al secolo precedente. In quest'epoca così antica, non era stato costruito un tempio vero e proprio, ma il culto doveva svolgersi in un'area aperta forse attrezzata con uno o più altari. Il primo edificio fu costruito nel VI secolo a. C., ma solo una parte delle terrecotte dipinte che decoravano il tetto si è conservata. Il tempio che vediamo oggi fu costruito in età sannitica dal questore Oppio Campano, come ricorda l'iscrizione posta sulla soglia della cella. Poco tempo dopo, per permettere la realizzazione del Foro, l'area del santuario venne ristretta. Il senato della colonia sillana fece porre presso il tempio un altare in onore di Apollo. In età augustea, fu sistemato nel santuario un orologio solare e venne elevato il muro occidentale per togliere la vista alle case vicine. Dopo il terremoto del 62 d. C., tutta l'area sacra venne naturalmente restaurata con grande cura. Apollo e il suo tempio sono stati costantemente oggetto delle cure dei magistrati della città e ciò ne sottolinea l'importanza. In età augustea si svolgevano addirittura dei giochi in onore del dio, i ludi Apollinares. Il carattere del culto, però, non è ancora del tutto chiaro. Sono due le ipotesi possibili: o Apollo era il dio poliadico, cioè il protettore per eccellenza della città, oppure era il dio che proteggeva le attività commerciali, da sempre fonte di sostentamento e di ricchezza per gli abitanti di Pompei.

IL TERMOPOLIO DI ASELLINA

Tra tutti i locali e le botteghe che si aprono su via dell'Abbondanza, il termopolio di Asellina è forse uno dei più piccoli. Termopolio è una parola greca che vuol dire "luogo in cui si vendono bevande calde" e indica ciò che noi chiameremmo un'osteria. In genere erano locali posti a uno degli angoli dell'isolato in cui si trovavano, con un solaio in legno che sosteneva il piano superiore. Qui gli avventori potevano riposare oppure incontrare prostitute messe a disposizione dai gestori del locale. Nonostante le sue dimensioni, questo termopolio doveva essere uno dei più famosi del quartiere. Infatti, sulle pareti ai lati dell'ingresso, una serie di iscrizioni parietali ricordano il sostegno dato dalla padrona e dalle cameriere del locale ai candidati durante le elezioni. Erano tutte ragazze di origine straniera come dimostrano i loro nomi (Smyrina, Aeglae e Maria) tutti di origine greca o orientale. Al momento dello scavo fu rinvenuto sul bancone tutto il servizio necessario all'attività del locale, composto da vasi per bere o per conservare bevande calde e fredde. Si poteva frequentare il termopolio anche la sera, come dimostra l'unica grande lampada di bronzo che fungeva da lampadario, appesa al centro della volta.

IL TEMPIO DEL GENIO DI AUGUSTO

In età augustea, una sacerdotessa pubblica di nome Mammia costruì a sue spese e su un suo terreno un piccolo tempio sul lato Est del Foro. Mammia era un personaggio così importante a Pompei che il senato locale le concesse una tomba sul suolo pubblico, nella necropoli di Porta Ercolano. Se l'interpretazione dell'iscrizione che ricorda la dedica dell'edificio è corretta, dovrebbe trattarsi di un tempio dedicato al Genio dell'imperatore Ottaviano Augusto. La cronologia della struttura sembrerebbe confermare tale ipotesi, ma non tutti gli studiosi concordano su questa interpretazione. Tuttavia è certo che si tratti di un luogo riservato al culto dell'imperatore, poiché sull'altare di marmo collocato al centro del cortile è raffigurato il sacrificio di un toro, l'offerta che veniva fatta agli dei per l'imperatore ancora vivente. Solo una piccola parte dell'edificio originale è conservata: il piccolo tempio su podio forse con quattro colonne sul fronte e una parte della facciata verso il Foro. Tutto il recinto e gli ambienti retrostanti sono stati restaurati dopo il terremoto del 62 d. C.

LA BASILICA

Basilica è una parola greca che vuol dire "sala del re". I Romani invece utilizzavano questo termine per indicare gli edifici pubblici in cui si svolgevano gli affari più importanti dei cittadini. Le basiliche, infatti, funzionavano come borsa valori, luogo di vendita all'asta e al minuto, tribunale. Ecco perché si tratta sempre di edifici di notevoli dimensioni situati nel luogo più importante della città. A Pompei in particolare, la basilica si trova vicinissima a uno degli ingressi alla città, lungo la strada che metteva in comunicazione l'area del Foro con l'area del porto. La sua costruzione, insieme a quella dei monumenti civili nella parte meridionale del Foro, si può datare verso la fine del II secolo a. C. quando si decise di dotare l'abitato di età sannitica di un nuovo centro monumentale. Prima di iniziare la costruzione, furono distrutti gli edifici che sorgevano nella zona e il pendio della collina fu ricoperto da uno spesso accumulo di terre e detriti che creasse una vasta superficie regolare. Solo più tardi il suo ingresso venne nascosto dal portico di Popidio, costruito negli anni immediatamente precedenti o immediatamente successivi alla fondazione della colonia, per nascondere le facciate irregolari degli edifici che chiudevano il Foro a Sud.

LE OFFICINE E BOTTEGHE

Dato lo straordinario stato di conservazione in cui fu scoperta l'intera città di Pompei, è stato possibile conoscere aspetti della vita quotidiana meno monumentali o lussuosi quali per esempio piccole botteghe, officine di artigiani o locali di ristoro. Le botteghe o i luoghi di vendita erano sparse per tutta la città senza rispettare una particolare disposizione e, il più delle volte, il genere prodotto o venduto era indicato sulla facciata dell'edificio con un dipinto o con una placca in argilla a rilievo. Sono stati individuati luoghi di vendita di olio, vino e latte, botteghe di cuoiai, ciabattini e conciatori, di orefici, di fabbri ferrai e di muratori. Sono stati riconosciuti i laboratori di pittori, stuccatori e scultori, le officine per la produzione di sapone e di profumi, i luoghi dove i medici ricevevano i loro pazienti e dove si vendevano medicine. Le botteghe più numerose in città erano comunque quelle dei fornai, che macinavano il grano con macine azionate da animali, cuocevano e vendevano il pane. Lungo le strade erano numerosissime le caupone e i termopoli. Si trattava di taverne e osterie in cui si poteva bere o mangiare e dove di frequente prestavano servizio anche prostitute.

LA CAPRA

Per realizzare gli edifici antichi non bastavano i materiali da costruzione. Un ruolo indispensabile era svolto dalle macchine per il sollevamento e il trasporto delle parti già lavorate. Uno di questi macchinari era particolarmente utilizzato dagli antichi per la sua facilità di costruzione e di uso. Si chiamava capra o rechamum e veniva allestita a seconda delle necessità. Occorrevano due travi di legno che venivano legate insieme ad un'estremità e divaricate dall'altra. Questa struttura era assicurata a terra con delle funi che fungevano da tiranti. In cima alle travi veniva assicurato un verricello mentre verso la base si inseriva il rullo che doveva fungere da argano. Il rullo era azionato da pertiche che venivano inserite in appositi fori praticati alle sue estremità. Per azionare la capra bastavano due operai, poichè il carico poteva essere alleggerito notevolmente utilizzando una serie di rimandi di carrucole sulla parte della fune che doveva sorreggere il carico. Nei casi in cui i carichi erano particolarmente pesanti si poteva ricorrere a una ruota esterna alla struttura principale, che richiedeva lo sforzo di almeno cinque persone.

LA CASA DEI CEII

Sul fronte di questa casa sono dipinte nove iscrizioni con cui nove personaggi diversi annunciano i loro programmi elettorali. Uno di questi è Lucio Ceio che potrebbe essere stato l'ultimo proprietario della casa. Questa casa ha conservato l'impianto originario delle piccole casette a schiera tipiche di questo quartiere della città. Il poco spazio a disposizione non sembrerebbe aver rappresentato un limite per i proprietari della casa che, evidentemente, desideravano abbellirla secondo la moda corrente a partire dal I secolo a. C., riproducendo cioè dentro la città gli elementi più caratteristici delle villae, le dimore rurali dei ricchi proprietari terrieri. Dopo l'atrio, che possiamo immaginare scoperto, si accede a un piccolo peristilio su cui si affacciano quattro sale. Lo spazio è assai esiguo e così tutti gli altri elementi necessari all'imitazione della villa sono rappresentati sull'affresco che corre tutto intorno al peristilio. Sono dipinte fontane con statue circondate da scene di caccia e vedute di paesaggi che ricordano l'Egitto con tempietti lungo un grande fiume. Successivamente, forse dopo il terremoto del 62 d. C., la casa fu dotata di un secondo piano che non fu mai completato. Al momento dell'eruzione erano pronte le stanze lungo la facciata, ma si stava ancora costruendo la parte sopra il tablino.

LA CASA DEL CENTENARIO

La Casa del Centenario deve il suo nome al fatto di essere stata scoperta nel 1879, anno in cui si celebrava il centesimo anno di scavo a Pompei da parte delle autorità borboniche. Le dimensioni dell'edificio e la sua decorazione interna ci testimoniano l'elevato livello economico del proprietario della casa. Di questo personaggio sappiamo solo che doveva essere un adoratore di divinità egiziane, come dimostrano le pitture e gli oggetti per il culto rinvenuti nel primo ambiente sulla sinistra dell'atrio principale. La zona circostante non è stata ancora interamente scoperta, ma è possibile pensare che nel quartiere non dovessero mancare abitazioni di pari livello, come, per esempio, la vicina casa di Obellio Firmo. Questa casa fu costruita nel corso del II secolo a. C. e poi più volte restaurata fino all'eruzione del 79 d. C. Gli ambienti interni sono raccolti in tre nuclei principali, ciascuno posto su un lato del grande peristilio centrale. Dall'ingresso principale si accedeva ai due atri e alle stanze riservate alla famiglia del proprietario, direttamente comunicanti con il peristilio. Sul lato opposto si trovavano le sale e gli ambienti per i ricevimenti, utilizzati probabilmente in estate data la loro esposizione verso settentrione. Separati dal peristilio da un corridoio troviamo infine gli ambienti di servizio, le cucine, una stanza adibita alle terme e il quartiere servile (ergastulum) dotato di un ingresso secondario indipendente.

LA VILLA DI DIOMEDE

La parola villa in latino non è l'equivalente del corrispettivo termine italiano. Indica piuttosto le fattorie o le case di campagna utilizzate per la produzione agricola di cereali, olio, vino o per altri tipi di colture e allevamenti. La Villa di Diomede però era una villa in cui era stata ricavata anche una residenza signorile, una vera e propria domus fuori dalle mura della città. Fu costruita nel II secolo a. C. con sale dipinte e giardini pensili. Non conosciamo il nome del proprietario di questa residenza ma il suo corpo fu rinvenuto durante lo scavo abbracciato a quello di un servo presso l'uscita secondaria della villa. Portava con sè una chiave, anelli d'oro e un sacchetto pieno di monete. Come gran parte delle residenze di campagna anche la Villa di Diomede presentava la caratteristica inversione del peristilio costruito prima dell'atrio. Dopo il peristilio, su due lati dell'atrio si trovano le stanze padronali, riccamente decorate e affacciate sulla costa. Sul lato restante si trovava l'appartamento del custode della villa, il Procurator. Il quartiere servile si trovava sul lato d'ingresso del fabbricato e qui erano custoditi tutti gli attrezzi necessari al lavoro agricolo.

L'EDIFICIO DI EUMACHIA

Intorno al 2 d. C., una sacerdotessa pubblica e suo figlio, che di lì a poco sarebbe stato eletto sommo magistrato cittadino (duumvir), fecero edificare nel Foro un edificio più grande di tutti quelli che erano stati costruiti fino ad allora e anche di quelli che furono costruiti in seguito. La sacerdotessa si chiamava Eumachia, suo figlio Marco Numistro Frontone e probabilmente costruirono l'edificio proprio durante la campagna elettorale. Dopo il terremoto del 62 d. C., l'edificio venne pesantemente restaurato, ma senza alterare il suo impianto originario. Come ricorda una monumentale iscrizione incisa sull'architrave del portico verso la piazza del Foro, l'edificio era composto da un vestibolo (chalcidicum) un colonnato (porticus) e un ambiente sotterraneo (crypta). Il monumento era dedicato alla Concordia Augusta e alla Pietas, due figure divine che simboleggiavano la pace ritrovata dopo le guerre civili a opera di Ottaviano Augusto. Indirettamente veniva realizzato così un atto di venerazione nei confronti dello stesso imperatore. Nel 7 a. C. Livia, la moglie di Augusto, assieme con il figlio Tiberio, il futuro imperatore e successore di Augusto, fece costruire per la plebe di Roma un porticus con giardini, un vero e proprio spazio per il tempo libero. Con la costruzione dell'edificio, Eumachia e suo figlio vollero celebrare a Pompei la propria dedizione alla famiglia imperiale.

LA CASA DEL FAUNO

La casa del Fauno è la più grande casa di Pompei e deve il suo nome alla statua bronzea di Fauno che decora l'impluvio dell'atrio tuscanico. Si estende su una superficie di circa 3000 mq. e si trova nel quartiere della città in cui è concentrato il maggior numero di case "ad atrio" con peristilio. In questa abitazione troviamo tutti gli elementi caratteristici dell'architettura privata romana, ma duplicati e dilatati fino a creare una vera e propria residenza che non trova confronto con nessun monumento conosciuto di Pompei e dell'Italia romana. Basta considerare quante poche stanze per i bisogni reali degli abitanti sono presenti nella casa in confronto alla superficie degli atri e dei due peristili, per rendersi conto dell'intento eminentemente celebrativo di questa architettura. La casa fu costruita nel II secolo a. C. distruggendo un più antico edificio, databile alla fine del III secolo a. C., di cui sono stati portati alla luce soltanto alcuni ambienti. Il suo proprietario doveva essere certamente un personaggio molto in vista nella comunità di Pompei in età sannitica e di alto livello economico come dimostra il gran numero di oggetti d'oro e d'argento rinvenuti durante lo scavo e la lussuosa decorazione delle stanze di uso sia pubblico sia privato. Non conosciamo purtroppo il suo nome. Sappiamo soltanto che fece scrivere sul marciapiede, di fronte all'ingresso principale, il saluto in latino HAVE per ostentare la sua cultura in un periodo in cui, a Pompei, si parlava la lingua osca. Un suo antenato doveva aver avuto probabilmente dei rapporti con la corte di Alessandro Magno. Forse per questo motivo la grande sala colonnata dopo il primo peristilio venne decorata con il grande mosaico che raffigura la vittoria di Alessandro sul re persiano a Isso.

LA CASA DELLA FONTANA PICCOLA

A Pompei non c'erano soltanto case di grandi dimensioni, ma anche piccole abitazioni. Il minore spazio non sembrerebbe comunque aver rappresentato un limite per i proprietari che desideravano abbellire la propria casa secondo la moda corrente a partire dal I secolo a. C., riproducendo cioè, dentro la città, gli elementi più caratteristici delle villae, le dimore rurali dei ricchi proprietari terrieri. La casa della Fontana Piccola rappresenta uno degli esempi migliori di questo fenomeno. Si tratta di una delle case più piccole dell'isolato in cui è inserita, molto simile, per la disposizione degli ambienti interni e per superficie totale, alle piccole case "a schiera" che si trovano nelle Regioni I e II. Tuttavia dopo l'atrio, che possiamo immaginare scoperto, si accede a un piccolo peristilio su cui si affacciano due sale. Al centro del peristilio è costruita la fontana che dà il nome alla casa. Tutto è realizzato in uno spazio assai esiguo e così tutti gli altri elementi necessari all'imitazione della villa sono rappresentati sull'affresco che corre tutto intorno al peristilio. La fontana infatti è immaginata entro un giardino riccamente decorato con piante e animali e circondato da vedute di paesaggi di campagna o marittimi.

LA PIAZZA DEL FORO

Il Foro era la piazza principale della città. Era chiuso al traffico e vi si poteva accedere soltanto a piedi. Qui erano concentrati tutti i monumenti necessari all'amministrazione politica, giudiziaria e alla vita religiosa ed economica della città, ma una vera e propria piazza monumentale fu costruita soltanto nel II secolo a. C. in un'area sostanzialmente priva di edifici più antichi. Si dovette comunque abbattere una parte del muro perimetrale del vicino santuario di Apollo, che avrebbe altrimenti invaso lo spazio riservato alla nuova area aperta. In questa fase, la piazza era pavimentata in lastre di tufo e aveva già una superficie totale di 5396 mq. Furono subito costruiti tutti gli edifici sui lati Nord Ovest e Sud della piazza, mentre sul lato Est si trovavano il primo macellum, taverne e forse abitazioni private, distrutte in seguito per fare spazio a nuovi monumenti. Per nascondere in parte il prospetto irregolare degli edifici della zona meridionale della piazza, il questore Vibio Popidio fece costruire un doppio porticato negli anni intorno alla fondazione della colonia sillana e poco dopo fu restaurato anche il tempio di Giove sul lato opposto della piazza. Un interesse maggiore per la sistemazione del Foro sorse in età augustea tra la fine del I secolo a. C. e l'inizio del I sec. d. C. La vecchia pavimentazione in tufo venne sostituita da una nuova in travertino su cui venne scritto in grandi lettere di bronzo il nome, purtroppo ormai illeggibile, del donatore. Sul lato Est vennero costruiti una serie di edifici dedicati al culto dell'imperatore, venne restaurato l'antico macellum, gli ingressi alla piazza vennero trasformati in archi monumentali. Infine una particolarità: il Foro di Pompei è uno dei pochi del mondo romano in cui le statue onorarie non sono concentrate al centro della piazza, ma disposte sui lati o addirittura sotto il porticato.

IL TEMPIO DELLA FORTUNA AUGUSTA

Il tempio della Fortuna Augusta è il primo tempio di Pompei dedicato esplicitamente alla venerazione dell'imperatore. Autore della dedica fu un certo Marco Tullio, della famiglia latina dei Tulli, la stessa da cui discendeva Cicerone, che svolse la sua carriera politica tra il 25 e il 2 a. C. All'interno fu sistemata la statua di Augusto assieme a quelle dei dedicanti o, secondo un'ipotesi alternativa, a quelle dei suoi successori fino al terremoto del 62 d. C. Si dovette trattare di una dedica piuttosto gravosa, poiché il tempio fu realizzato a proprie spese e ricoperto interamente di marmo. Anche il terreno su cui fu costruito l'edifico sacro apparteneva al dedicante. È interessante notare che, anche se questa costruzione doveva rappresentare la dedizione all'imperatore, non fu costruito nel Foro. Forse prima della fine del I secolo a. C., epoca in cui furono costruiti l'edificio di Eumachia e il tempio di Augusto, acquistare una proprietà presso il Foro aveva un costo troppo elevato oppure era ancora troppo presto per far affacciare sulla piazza principale un edificio di culto dal carattere politico così evidente.

LA FULLONICA

A Pompei sono note quattro fulloniche; la Fullonica di Stephanus è la più grande di queste e occupa una superficie pari a quella di un'intera casa. La fullonica era una lavanderia, dove si potevano lavare le stoffe ma anche tingerle o lavorarle. Deve il suo nome all'iscrizione dipinta sulla facciata della casa con la quale un certo Stephanus, forse il padrone dell'officina, raccomanda di votare per un candidato alle elezioni per i magistrati della colonia. Da un ampio ingresso, dove si trovava una pressa, si accedeva a un atrio. Qui si trovava l'impluvio trasformato in vasca per il lavaggio delle stoffe. Gli ambienti infatti erano coperti da un terrazzo su cui venivano stesi i panni lavati. Altre tre vasche comunicanti e cinque cosiddetti bacini pestatoi si trovavano nel peristilio. Nella stessa area si trovava la cucina per gli schiavi che lavoravano nella fullonica (gli operai liberi potevano andare a mangiare a casa) e una latrina. Il lavaggio avveniva in varie fasi. Prima si pestavano i tessuti con i piedi nei bacini pestatoi in acqua mista a soda o ad urina (umana o animale) per smacchiarli. Poi venivano ammorbiditi con argilla o terra, battuti con l'ausilio della pressa per ricondensarne la trama e infine risciacquati in acqua per eliminare le sostanze fulloniche.

IL TEMPIO DI GIOVE

Tra la fine del III e l'inizio del II secolo a. C., quando si volle creare una piazza monumentale presso l'ingresso alla città dal porto, venne costruito anche il tempio sul lato settentrionale della piazza. L'edifico che vediamo è il risultato dei rinnovamenti successivi che hanno modificato la struttura originaria del tempio. Di questa resta soltanto il podio, comune alla maggior parte dei santuari di Pompei, che li identifica come templi del tipo etrusco-italico. Questo podio è cavo all'interno poiché è costituito da tre camere allineate coperte a volta. In questi sotterranei venivano depositati tutti i doni votivi portati al tempio e le attrezzature necessarie per lo svolgimento dei riti. Forse, al momento della fondazione della colonia sillana, la parte superiore del tempio fu modificata con l'erezione delle sei colonne di ordine corinzio sulla facciata. Durante lo scavo, fu rinvenuto tra le macerie della cella un colossale busto di un personaggio maschile seduto, probabilmente parte della statua di culto, identificato come Giove. Da qui l'ipotesi che il tempio fosse originariamente dedicato a Giove e poi trasformato nel tempio principale della città, il Capitolium, localizzato nel Foro come nella gran parte delle colonie fondate da Roma.

LA PRAEDIA DI GIULIA FELICE

Il nome di Giulia Felice ci è stato conservato da un'iscrizione in cui annunciava di essere disposta ad affittare per cinque anni una parte della sua proprietà immobiliare, dopo il disastroso terremoto del 62 d. C. Il complesso è infatti diviso in due parti, con ingressi indipendenti, di cui una, più bella e riccamente decorata, era privata e l'altra, con una stanza adibita alle terme, era pubblica. Ritroviamo qui tutti gli elementi presenti nella Casa del Centenario come il doppio atrio, il grande peristilio al centro dell'edificio, un quartiere separato dagli ambienti del proprietario o di rappresentanza, ma combinati in modo diverso. Anche qui era venerata una divinità egiziana (Iside) in un sacello posto nel peristilio. La proprietaria non si era comunque limitata a ingrandire e ad abbellire la sua casa. Aveva voluto ricreare uno spazio che simboleggiasse allo stesso tempo il paesaggio selvaggio e roccioso sacro al dio Pan e i giardini delle accademie filosofiche greche. Infatti il triclinio che si apriva sul peristilio è rivestito di frammenti di calcare come se fosse una grotta da cui, grazie a una conduttura, sgorgava dell'acqua che veniva incanalata in una piccola cascata. Nel giardino al centro del peristilio c'è una peschiera (euripus), attraversata da tre ponticelli e sul lato opposto statue in terracotta di sapienti e filosofi erano sistemate nelle nicchie ricavate lungo il muro.

LA PALESTRA DEI GLADIATORI

Il quadriportico costruito dietro la scena del Teatro grande viene comunemente chiamato "Caserma dei gladiatori". Questa definizione rispecchia però soltanto l'uso più recente dell'edificio che era stato costruito nel I secolo a. C. con diversa funzione. Purtroppo però non è ancora certo quale fosse questa funzione originaria. Generalmente i teatri romani e greci venivano dotati di un portico costruito dietro la scena (porticus post scaenam) per offrire agli spettatori un luogo in cui passeggiare e attendere durante gli intervalli degli spettacoli. Il Teatro grande e il quadriportico non sono però disposti sullo stesso asse, cosa difficile da spiegare se si trattasse dello stesso monumento. Si è allora pensato di riconoscere nel quadriportico un ginnasio, un luogo cioè dove i giovani della città potevano praticare sport e avere una formazione artistica e culturale. Dopo il terremoto del 62 d. C. tutto il monumento venne restaurato. Le pitture che raffigurano trofei e scene gladiatorie, le dimensioni delle piccole celle ai lati del porticato, la scoperta di armature da gladiatore, di abiti da parata ricamati in oro e di ceppi di ferro con cui incatenare gli schiavi, dimostrano chiaramente il nuovo uso che si fece del monumento.

IL TEMPIO DI ISIDE

La costruzione del Tempio di Iside si inserisce nel progetto di monumentalizzazione del quartiere attorno ai teatri. Verso la fine del II secolo venne costruito infatti il recinto porticato dell'area sacra con il tempio al centro. Iside era una divinità egiziana. Il suo culto fu creato appositamente nel III secolo a. C. da Tolomeo I, il generale di Alessandro Magno divenuto faraone dell'Egitto conquistato dai Greci, per favorire l'unione tra due popoli così diversi tra loro. Furono infatti uniti nella stessa divinità elementi di culto egiziani ed ellenici. Il culto ebbe comunque grande fortuna anche fuori dall'Egitto e giunse ben presto in Campania grazie ai commercianti orientali che frequentavano lo scalo di Pozzuoli. Per venerare una divinità straniera fu costruito così un tempio che utilizzava tutti gli elementi ricorrenti nell'architettura sacra del momento, pur essendo diverso da tutti gli altri santuari della città. Dopo il terremoto, il santuario fu completamente ricostruito. Del tempio originario resta soltanto una parte del podio. Con il restauro si operò addirittura un'estensione dell'area sacra a danno della vicina palestra sannitica. Due ambienti che appartenevano originariamente alla palestra furono infatti utilizzati per creare una grande sala per le cerimonie e un nuovo ingresso monumentale.

LA PRAEDIA DI GIULIA FELICE

Il nome di Giulia Felice ci è stato conservato da un'iscrizione in cui annunciava di essere disposta ad affittare per cinque anni una parte della sua proprietà immobiliare, dopo il disastroso terremoto del 62 d. C. Il complesso è infatti diviso in due parti, con ingressi indipendenti, di cui una, più bella e riccamente decorata, era privata e l'altra, con una stanza adibita alle terme, era pubblica. Ritroviamo qui tutti gli elementi presenti nella Casa del Centenario come il doppio atrio, il grande peristilio al centro dell'edificio, un quartiere separato dagli ambienti del proprietario o di rappresentanza, ma combinati in modo diverso. Anche qui era venerata una divinità egiziana (Iside) in un sacello posto nel peristilio. La proprietaria non si era comunque limitata a ingrandire e ad abbellire la sua casa. Aveva voluto ricreare uno spazio che simboleggiasse allo stesso tempo il paesaggio selvaggio e roccioso sacro al dio Pan e i giardini delle accademie filosofiche greche. Infatti il triclinio che si apriva sul peristilio è rivestito di frammenti di calcare come se fosse una grotta da cui, grazie a una conduttura, sgorgava dell'acqua che veniva incanalata in una piccola cascata. Nel giardino al centro del peristilio c'è una peschiera (euripus), attraversata da tre ponticelli e sul lato opposto statue in terracotta di sapienti e filosofi erano sistemate nelle nicchie ricavate lungo il muro.

IL TEMPIO DEI LARI PUBBLICI

Il cosiddetto Tempio dei Lari Pubblici è l'ultimo monumento a essere stato costruito intorno alla piazza del Foro. Non si tratta di un tempio dedicato ai Lari, cioè gli dei protettori della città. Come tutti gli edifici costruiti o restaurati sul lato Est del Foro tra la fine del I secolo a. C. e la metà del I secolo d. C. (edifico di Eumachia, tempio di Augusto, Macellum) è un edificio dedicato al culto dell'imperatore. Non sappiamo con esattezza cosa ci fosse in quest'area prima della costruzione del nostro edificio, probabilmente botteghe e forse anche case private. Per la costruzione di questo monumento, databile agli anni successivi al terremoto del 62 d. C., furono comunque interrotte due strade che consentivano di accedere alla piazza del Foro. Questa struttura, completamente aperta sul Foro, probabilmente senza tetto e decorata con marmi di vari colori, non assomigliava molto a un tempio. Si presentava piuttosto come un grande cortile destinato ad accogliere una serie di sculture nelle nicchie che lo circondavano, una galleria di statue che dovevano rappresentare i membri della famiglia imperiale. Dopo il terremoto, Nerone partì da Roma per visitare personalmente le città campane colpite dal sisma per dimostrare l'attenzione dell'imperatore verso i suoi sudditi in difficoltà. In questo quadro possiamo immaginare la dedica del nostro edificio.

LA CASA DI OCTAVIO QUARTIO

Anche per questa casa, conosciamo il nome del proprietario grazie al ritrovamento di un sigillo bronzeo in una delle stanze da letto (cubiculum) intorno all'atrio. Si chiamava Decio Ottavio Quartio e continuò a lavorare per abbellire la sua casa fino al momento dell'eruzione, senza poter terminare i lavori. La sua casa si trovava all'interno di un isolato che doveva ospitare in origine ben nove case, ma dopo il terremoto del 62 d. C., Ottavio Quartio trasformò integralmente l'aspetto dell'isolato, distruggendo tutte le vecchie proprietà tranne una. Al loro posto fece costruire una piccola casa ad atrio tuscanico e un enorme giardino, decorato come le più lussuose ville dell'aristocrazia romana. L'esigenza di risparmiare spazio per il giardino era tale che il peristilio della casa fu inserito in modo maldestro dentro il tablino. Come nel peristilio di Giulia Felice, si cercò di riprodurre, all'interno della casa, paesaggi e ambienti esterni e lontani. Tutto il giardino è attraversato da un canale (euripus) con fontanelle e ponticelli, posto sotto un pergolato e circondato da statue di divinità fluviali e orientali, di muse, di personaggi legati a Bacco, il dio del vino. Il canale non si trovava esattamente al centro del giardino, ma era stato intenzionalmente realizzato in asse con la sala principale della casa, collocata di fianco al peristilio/tablino e aperta su una terrazza porticata, da cui si poteva godere lo spettacolo dell'acqua che scorreva e del giardino fiorito e decorato.

LE LUPANARE

A Pompei sono noti circa venticinque bordelli, quasi tutti posti presso un incrocio di strade secondarie. Questo è il più grande, costruito appositamente per questo scopo, con dieci stanze distribuite su due piani. In genere, infatti, i bordelli erano associati a taverne e osterie oppure ricavati in stanze singole con porta direttamente sulla strada. L'atrio e le porte delle stanze erano decorate con pitture a carattere erotico. In ogni stanza c'era un basamento in muratura su cui veniva appoggiato un materasso. In questo edificio abbiamo una delle prove che l'attività di restauri imposta dai terremoti che caratterizzarono gli ultimi anni della vita di Pompei, fu praticamente ininterrotta fino alla disastrosa eruzione del 79. Sull'intonaco di una delle celle al primo piano sono impresse le tracce di monete coniate nell'anno 72.

IL MACELLUM

Macellum è forse una parola fenicia che vuol dire "recinto" e i Romani e i Greci ricevettero probabilmente dai Fenici il modello per questo tipo di monumento. Il Macellum era il mercato delle carni e del pesce. Come l'altro mercato alimentare, il Foro Olitorio, si trovava presso il Foro fin dal momento della sistemazione monumentale di questa piazza nel corso del II secolo a. C., ma in un settore un po' appartato rispetto agli altri monumenti. Come in molti monumenti di Pompei, gli interventi successivi al terremoto del 62 d. C. hanno nascosto i resti delle fasi più antiche del monumento. Tuttavia l'aspetto del macellum non dovrebbe essere cambiato di molto nel corso dei secoli. Tutte le decorazioni che possiamo osservare risalgono però all'ultima fase di vita dell'edificio. Nel portico erano rappresentate scene della mitologia greca mentre nell'ambiente di vendita più grande troviamo personificazioni del fiume Sarno e paesaggi marittimi. Sono i luoghi da cui proveniva la merce. Nonostante la sua specifica funzione, anche questo edificio fu deputato alla celebrazione della famiglia imperiale, come tutti quelli che furono costruiti sul lato Est del Foro dall'età di Augusto in poi. Sul lato in fondo al cortile, venne infatti costruito un piccolo tempio in cui vennero collocate le statue dell'imperatore, dei dedicanti e dei membri della famiglia imperiale.

LA CASA DEL MENANDRO

Questa abitazione faceva parte dei possedimenti di una potente e ricca famiglia pompeiana, i Poppei, che vantava il fatto di essere imparentata con Poppea, la seconda moglie dell'imperatore Nerone. La stessa famiglia possedeva a Pompei la Casa degli Amorini dorati, una fornace e aveva visto eleggere diversi suoi membri alle magistrature cittadine. Il nome attuale è dovuto a un dipinto nel peristilio che ritrae il famoso poeta greco. La casa del Menandro rappresenta uno degli esempi più classici del tipo di casa romana con peristilio, conservato qui nel semplice schema originario, in asse con l'atrio. Intorno al peristilio, come di consueto, si aprono piccoli ambienti, una stanza adibita alle terme e un triclinio che è, al momento, il più grande di Pompei. La casa si sviluppa su due piani. Il corpo centrale è infatti costruito a un livello superiore rispetto a quello del cortile con il forno e i sotterranei e a quello dell'ergastulum, il quartiere riservato ai servi. Per fare ciò dovettero essere interrate alcune stanze delle abitazioni che occupavano l'isolato prima della realizzazione di questa unica, grande dimora nel I secolo a. C. Lo scavo ha restituito una serie di oggetti molto interessanti per ricostruire la vita che si svolgeva nella casa, primo fra tutti un intero servizio di argenteria, avvolto in panni di lana, accuratamente custodito in una cassa di legno posta nei sotterranei del cortile. Nel quartiere servile invece erano conservati un carro, un corredo di attrezzi agricoli, anfore con miele, aceto, vino di Sorrento e una con una scritta che raccomandava di riempirla con salsa di pesce di prima qualità.

LA NECROPOLI DI PORTA ERCOLANO

Al di fuori della porta che guardava verso Ercolano, si sviluppò una necropoli a partire dalla fondazione della colonia sillana. Sono state individuate e scavate circa trenta tombe, tutte databili tra l'80 a. C. e il 79 d. C. Qui furono sepolti tra gli altri Marco Porcio, il costruttore del Teatro Coperto e dell'Anfiteatro e Mammia, la sacerdotessa che dedicò il tempio del Genio di Augusto nel Foro. Il rito più usato era quello inumatorio e anche l'abitudine di costruire tombe familiari era assai diffusa, anche se non mancavano inumazioni e tombe singole. In questo settore, seppure non eccessivamente esteso, erano presenti tutti i tipi di tombe comuni in questo periodo. Il più attestato è il tipo a edicola su podio, in cui veniva sistemata l'urna con le ceneri del defunto. Al posto dell'edicola si poteva costruire anche un altare, ma il tipo di costruzione restava sostanzialmente lo stesso. Ci sono anche tombe semicircolari, dette a schola e piuttosto diffuse in età augustea, e tombe costituite da una facciata monumentale che nasconde un recinto, in genere alberato, in cui venivano sepolte le urne. Dopo il terremoto del 62 d. C. le autorità della città posero, nella zona della necropoli subito all'esterno della porta, come a Porta Vesuvio e a Porta Nocera, un'iscrizione che sanciva il recupero dei terreni entro il limite pomeriale, abusivamente occupato dai privati per le loro tombe.

LA NECROPOLI DI PORTA ERCOLANO

Al di fuori della porta che guardava verso Ercolano, si sviluppò una necropoli a partire dalla fondazione della colonia sillana. Sono state individuate e scavate circa trenta tombe, tutte databili tra l'80 a. C. e il 79 d. C. Qui furono sepolti tra gli altri Marco Porcio, il costruttore del Teatro Coperto e dell'Anfiteatro e Mammia, la sacerdotessa che dedicò il tempio del Genio di Augusto nel Foro. Il rito più ricorrente era quello inumatorio e l'abitudine di costruire tombe familiari era assai diffusa, anche se non mancano inumazioni e tombe singole. In questo settore, seppure non eccessivamente esteso, erano presenti tutti i tipi di tombe comuni in questo periodo. Il più attestato è il tipo a edicola su podio, in cui veniva sistemata l'urna con le ceneri del defunto. Al posto dell'edicola si poteva costruire anche un altare, ma il tipo di costruzione restava sostanzialmente lo stesso. Ci sono anche tombe semicircolari, dette a schola e piuttosto diffuse in età augustea e tombe costituite da una facciata monumentale che nasconde un recinto, in genere alberato, in cui venivano sepolte le urne. Dopo il terremoto del 62 d. C. le autorità della città posero, nella zona della necropoli subito all'esterno della porta, come a Porta Vesuvio e a Porta Nocera, un'iscrizione che sanciva il recupero dei terreni entro il limite pomeriale, abusivamente occupato dai privati per le loro tombe.

LA NECROPOLI DI PORTA NOCERA

All'esterno di Porta Nocera la necropoli si sviluppò seguendo il percorso della strada che conduceva a Nocera. Questa è la zona sepolcrale in cui sono state riportate alla luce alcune delle tombe più monumentali di Pompei. I sepolcri sono quarantaquattro, tutti databili tra la fondazione della colonia sillana e l'eruzione del 79 d. C. Il tipo più attestato è quello costituito da un dado in calcestruzzo, decorato da elementi architettonici, che nasconde la camera sepolcrale. Non mancano tuttavia più semplici tombe a esedra o a edicola su podio. Qui vennero sepolti Eumachia, la sacerdotessa che dedicò l'edificio di Eumachia nel Foro e Lucio Ceio Serapio, liberto della famiglia che abitava nella casa detta dei Ceii. Questo personaggio, vissuto nel I secolo a. C., fu probabilmente il più antico banchiere di Pompei. Dopo il terremoto del 62 d. C., le autorità della città posero nella zona della necropoli subito all'esterno della porta, come a Porta Vesuvio e a Porta Ercolano, un'iscrizione che sanciva il recupero dei terreni entro il limite pomeriale, abusivamente occupato dai privati per le loro tombe. Questa necropoli non ha conservato soltanto le tracce della cura che i Pompeiani prestavano ai loro defunti. Alcuni graffiti di argomento erotico incisi sulle tombe sono il ricordo delle coppie che venivano ad appartarsi qui!

LA CASA DELLE NOZZE D'ARGENTO

Alla casa delle Nozze d'argento spetta il primato di possedere il più grande atrio tra le case di Pompei. Si tratta del tipo più elaborato tra gli atri romani, detto tetrastilo perché intorno all'impluvio venivano collocate quattro colonne per sorreggere il tetto. Anche di questa casa conosciamo l'ultimo proprietario che si chiamava Lucio Albucio Celso. Nonostante le successive acquisizioni di ambienti a danno delle case vicine, questa casa ha conservato intatto l'impianto originario, databile al II secolo a. C., con atrio e peristilio in asse con l'ingresso. Più tardi, forse dopo il terremoto del 62 d. C., la casa fu completata con il grande giardino porticato, decorato da una vasca centrale in asse con un piccolo triclinio all'aperto. Come nella Casa di Menandro, anche qui troviamo una stanza adibita alle terme presso il peristilio, ma di dimensioni minori, con decorazioni meno sfarzose e unita alla cucina della casa. Una particolarità di questa abitazione è la struttura del peristilio, del tipo cosiddetto "rodio". Il colonnato su uno dei lati, il più esposto al sole, era più alto di quello sugli altri tre per poter avere una parte della casa sempre illuminata dal sole, anche nel periodo invernale.

LA VILLA DEI MISTERI

Negli ultimi decenni del II sec. a.C. prese il via la moda, da parte dell'aristocrazia romana, di costruirsi lussuose ville in Campania. Lungo tutta la costa, dai Campi Flegrei a Punta della Campanella, i più importanti personaggi storici di Roma vennero a costruire le loro ville: da Scipione l'Africano che possedeva una villa a Liternum, alla figlia Cornelia, che nella villa di Miseno educò i suoi figli, i celebri Gracchi, a Mario, Silla, Pompeo, Cesare, Bruto, Cicerone. Una accanto all'altra, prima sulle colline, poi sempre più vicine al mare, e infine nel mare stesso, grazie alla scoperta di una malta idraulica che permetteva di costruire nell'acqua, sorsero ville lussuosissime, ove i ricchi romani potevano godere del meritato riposo dopo le fatiche della città. Queste ville erano tutte dotate di giardini e fontane con scenografici giochi d'acqua, piscine "olimpioniche", ricchi settori termali, statue ornamentali e fastose decorazioni parietali e pavimentali. Per quanto numerosi siano i resti archeologici, essi non sono in grado di dare l'idea della ricchezza architettonica e decorativa di queste ville. La ricostruzione che Paul Getty ha fatto realizzare a Malibu (California) della Villa dei Papiri, e la Villa di Oplontis a Torre Annunziata, danno forse l'idea migliore delle dimensioni e della ricchezza degli ambienti di queste ville.



Ma accanto a queste ville di villeggiatura, chiamate dai Romani, "ville di ozio" (otium) esisteva un altro tipo di villa, definita rustica, che era destinata alla produzione agricola. L'eccezionale fertilità del territorio campano, il clima mite che permetteva diversi raccolti durante l'anno, determinarono il proliferare anche di questo tipo di villa. Nell'area circostante Pompei (Boscoreale, Boscotrecase, Scafati, Angri, Terzigno), sono state scoperte un centinaio di antiche fattorie, molte delle quali sono state nuovamente sepolte dopo essere state private degli oggetti e delle pitture che contenevano. Le ville rustiche erano generalmente di medie proporzioni, distinte in un quartiere

liliana Oggetto: GRAZIE!!!  10 Gen, 2008 - 18:08  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 7490
Attività utente
Attività utente



Lavoro interessantisimo!!!
Grazie per la dedica


_________________
__________________
Il senso della vita non sta in ciò che ci accade
ma in ciò che impariamo da quanto ci è accaduto.
Mirror

TittiMendoza Oggetto:   10 Gen, 2008 - 10:27  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 5941
Attività utente
Attività utente

Ti ringrazio per la gradita dedica. Non conoscevo questo periodo della storia partenopea e condivido la tua opinione sul "Miglio D'oro".

Se cominciassimo ad apprezzare tutte le "perle" che la nostra bella Italia ha ereditato dal Padre Eterno, forse sapremmo meglio difenderle e proteggerle con amore, dedizione e orgoglio !

Con stima,Titti


_________________
Un animo che alloggia in una mente aperta potrà sempre respirare conoscenza.
Scugnizzo Oggetto: LE VILLE VESUVIANE IL MIGLIO D?ORO  09 Gen, 2008 - 20:53  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente

Dedico a TITTI e LILIANA
questo post denominato
"IL MIGLIO D'ORO"

LE VILLE VESUVIANE
Sono 122 gli immobili monumentali, compresi nel territorio dei Comuni di Napoli, San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano, Torre del Greco, illustrati con parole ed immagini. L'illustrazione rende giustizia dei miglioramenti attuati negli ultimi cinquanta anni grazie agli interventi mirati dell’Ente, ma rivela nello stesso tempo il lungo cammino ancora da percorrere per restituire al suo originario splendore l’intera area vesuviana con le sue ville ed i suoi parchi. La strada, comunque, e' indicata. L'uomo, pur proiettato verso il domani, non può rinunciare al suo passato: la consapevolezza e le testimonianze delle civiltà trascorse assicurano il futuro della nostra.
Era il 1738, quando Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia, sua moglie, scelsero Portici per costruire una nuova reggia e per dare inizio agli scavi della città romana di Herculaneum. Il rigoglioso bosco fiorito sul fiume di lava, il golfo racchiuso dalle isole di Capri, Ischia e Procida, la mole del vulcano in continua attività e le rovine romane che venivano dissepolte, già singolarmente attrattive senza concorrenti, confluivano in un insieme irripetibile. Da quel momento, tutti i nobili napoletani seguirono la corte dei Borbone ed innalzarono nella zona costiera ai piedi del Vesuvio alcune ville per il soggiorno estivo, creando un complesso architettonico unico al mondo per quantità e bellezza: le 122 Ville Vesuviane, un dialogo tra natura ed artificio, mare e vulcano, rococò e neoclassicismo. Nella zona compresa tra i confini del comune di Ercolano, la concentrazione delle Ville Vesuviane si intensificò e divenne di particolare prestigio per l’importanza, nell’economia del Regno di Napoli, dei committenti, tanto che fu denominato Miglio d’Oro il tratto di strada che attraversava gli edifici costruiti da architetti quali Luigi Vanvitelli, Ferdinando Fuga, Domenico Antonio Vaccaro, Ferdinando Sanfelice, completati da vasti giardini e da decorazioni pittoriche realizzate da grandi artisti. Le fughe prospettiche dei colonnati, le figure allegoriche ed i ritratti dell’ambiente circostante venivano dipinti con l’intento di vivere il contatto con la natura anche dall’interno dei palazzi.
Antichi microcosmi dedicati al piacere, tra la vista del mare e quella del vulcano, restituiti alla vita dopo vari decenni di abbandono da attenti e rigorosi restauri, diventano ora cornice unica ed eccezionale per eventi culturali di ogni genere, in cui la storia si intreccia con il piacere della vista.
Il sito propone un viaggio, fatto di parole e di immagini, lungo la strada del Miglio d’Oro e dei suoi tesori, ricchi della storia più rappresentativa dell’arte napoletana. Il viaggio si svolge attraverso schede approfondite, immagini significative, excursus storico-culturali e segnalazioni su iniziative culturali che, promosse dall’Ente Ville Vesuviane in concordanza con altre associazioni ed istituzioni locali, hanno valorizzato e trasformato gli edifici settecenteschi in uno scenario teatrale e musicale di suggestiva bellezza.
P.S.
La denominazione "miglio d'oro" si snoda
lungo una traettoria da sogno e tocca coinvolgendo
tutta la costiera campana con i nomi altisonanti di
Paestum.Amalfi,Minori,Maiori,Meta di Sorrento,Sorrento
lato sud tralasciando il lato nord che comprende
Caserta,Pozzuoli,Campi Fleghei,di certo dimentico
altri nomi e luoghi ma ripeto e sfido chiunque di
qualsiasi nazione che può enumerare tantissime perle
in una sola regione.
Scugnizzo











liliana Oggetto: Napoli è arte  09 Gen, 2008 - 17:57  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 7490
Attività utente
Attività utente





Gentile scugnizzo sono io questa volta a dirti grazie ! La bellissima Napoli è nel nostro cuore e tu hai sempre saputo illustrare la sua storia e la sua bellezza I napoletani hanno tanta creatività e competente senso dell'arte,tu sei tra questi !
E' piacevole leggerti e condividere quanto esprimi.

Saluti Liliana


_________________
__________________
Il senso della vita non sta in ciò che ci accade
ma in ciò che impariamo da quanto ci è accaduto.
Mirror

Scugnizzo Oggetto: NAPOLI  09 Gen, 2008 - 07:27  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente

Ciao Titti
GRAZIE di cuore x aver messo in risalto
i pregi di una regione unica al mondo e
mai abbastanza apprezzata ,vilipesa e
bistrattata da persone scellerate .
Nn smetterò mai di battermi come napoletano
x far si che Napoli abbia la sua giusta
collocazione nel novero delle elette
Ancora GRAZIE TITTI

Scugnizzo


TittiMendoza Oggetto:   09 Gen, 2008 - 00:08  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 5941
Attività utente
Attività utente




Scugnizzo, la tua lodevole idea di esporre in questo Topic, la storia e la cultura partenopea, anche magistralmente illustrata, non poteva trovare miglior momento per rendere onore ad una Regione colpita al cuore, del suo giustificato orgoglio !

Si è sempre sostenuto che l'Italia è:
"il Giardino d'Europa" e credo che Napoli possa vantarsi d'essere uno dei più preziosi fiori dell'italico giardino..... se pur sommerso dal letame !.......
NAPOLI,
D'ESISTERE !


_________________
Un animo che alloggia in una mente aperta potrà sempre respirare conoscenza.
Scugnizzo Oggetto: NAPOLI Reggia di Capodimonte  08 Gen, 2008 - 23:13  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 788
Attività utente
Attività utente

Nn a caso diversi sovrani europei
fecero costruire a Napoli le loro dimore
ed ogni nuovo sovrano si sceglieva un
posto sempre + eclatante e suggestivo
tanto che a Napoli vi sono tre reggie
Napoli citta, Capodimonte,Portici.

Reggia di Capodimonte
La reggia di Capodimonte fu voluta, per la città di Napoli, dal sovrano Carlo III di Borbone, che intendeva con essa impreziosire la sua vasta riserva di caccia sulla verde collina di Capodimonte.

La costruzione del palazzo, progettato da Giovanni Antonio Medrano, cominciò nel 1738 e durò per circa venti anni, con gran ricercatezza nei materiali e nelle rifiniture; al completamento della costruzione, Carlo III vi trasferì la preziosa collezione Farnese, ereditata dalla madre. Alla morte del sovrano, il suo successore Ferdinando IV incaricò l'architetto Fuga di ampliare la reggia e risistemare il parco, con l'importante contributo di specialisti provenienti dal Real Orto Botanico; nel corso del decennio francese, le opere d'arte furono spostate nell'edificio dell'attuale Museo Nazionale, e la reggia divenne residenza di Gioacchino Murat, per poi tornare ad ospitare Ferdinando al suo ritorno sul trono napoletano. In questo periodo, i vasti cortili e gli ampi saloni vengono ulteriormente arricchiti, e il palazzo assume la sua fisionomia definitiva. Sotto i Savoia, la reggia di Capodimonte riveste il duplice ruolo di residenza e museo, per poi assolvere dal 1950 (anno di istituzione del Museo Nazionale di Capodimonte) solo quest'ultima funzione, ospitando collezioni di arte medioevale e moderna e il ritorno della collezione Farnese.

La reggia è visitabile nei suoi saloni -che ospitano, oltre agli antichi arredi, la notevole pinacoteca, collezioni di porcellane e oggetti preziosi-, nei cortili e nel vasto parco, con i suoi viali, i prati e le numerose specie arboree

P.S.
Napoli una città?
NO una contradizione mondiale


Una veduta d'insieme della Reggia di Capodimonte


Entrata della Reggia dal parco


Una stanza nella Reggia


Salottino di porcellana alla
Reggia di capodimonte




Rossella49 Oggetto:   07 Gen, 2008 - 22:18  Profilo Rispondi citando   

Messaggi: 2926
Attività utente
Attività utente



Friedhof im Schnee - Caspar David Friedrich

è stato un pittore tedesco, esponente dell'arte romantica.

« L'unica vera sorgente dell'arte è il nostro cuore, il linguaggio di un animo infallibilmente puro. Un'opera che non sia sgorgata da questa sorgente può essere soltanto artificio. Ogni autentica opera d'arte viene concepita in un'ora santa e partorita in un'ora felice, spesso senza che lo stesso artista ne sia consapevole, per l'impulso interiore del cuore. »

Caspar David Friedrich

Nuova discussione   Rispondi Vai a pagina              ...      
102
              
ANZIANI.IT
Via del Poggio Laurentino 2
00144 Roma (RM)
P.Iva: 05121921000
DATA PROTECTION OFFICER

E' possibile contattare in qualsiasi momento questa email dpo@final.it per richiedere l'anonimizzazione o rimozione completa dei propri dati dalla piattaforma secondo la General Data Protection Regulation (GDPR).

INFORMAZIONI LEGALI