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Scugnizzo Oggetto: VILLA ROSEBERY  05 Gen, 2008 - 08:27  Profilo Rispondi citando   

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NAPOLI
Si racconto Napoli ,sempre + convinto
che essa è una perla data ai porci .
Qualcuno o qualcuna può obiettare che
Arte è sinonimo di quadro pittura o tutto
ciò che può entrare in un museo .
Ebbene Napoli è un museo vivente,qualsiasi
fotografo o pittore in qualsiasi posto di
Napoli può catturare uno scorcio d'arte
un pezzo di storia uno spunto x un libro.
Questa è NAPOLI e noi napoletani nn lo sappiamo.

La storia di Villa Rosebery

La proprietà su Capo Posillipo che dal 1897 prende il nome di "Villa Rosebery", ha origine nei primi anni dell'Ottocento. Si deve all'ufficiale austriaco Giuseppe De Thurn, brigadiere di marina per la flotta borbonica, la creazione della proprietà tramite l'acquisto e l'accorpamento, a partire dal 1801, di alcuni fondi terrieri contigui. Nella zona più alta e panoramica, che sarà poi detta del "Belvedere", il conte Thurn fece edificare una piccola residenza con cappella privata ed un giardino; tutto il resto della tenuta fu invece destinato ad uso agricolo, con ampi vigneti e frutteti, e ceduto in affitto a coloni. Nel decennio dal 1806 al 1816, con la momentanea destituzione dei Borbone dal Regno di Napoli ad opera delle truppe napoleoniche, la proprietà del conte Thurn venne confiscata dall'amministrazione francese; fu in seguito acquisita dal restaurato regime borbonico e quindi restituita nel 1817 al conte.
Dopo aver ottenuto un indennizzo per i danni economici causati dal periodo della requisizione, nel 1820 Giuseppe Thurn decise di mettere in vendita la Villa.
Il valore del fondo intanto era in crescita poiché in quegli anni si andava realizzando lungo la collina di Posillipo una lunga strada di collegamento tra Mergellina e Bagnoli: una nuova via progettata per rendere agevolmente praticabile - anche in carrozza - una zona prima impervia e raggiungibile soprattutto via mare.
La strada vi assecondava la tendenza a favorire lo sviluppo della città di Napoli verso occidente secondo i progetti già elaborati da Ferdinando IV di Borbone e attuati in buona parte da Gioacchino Murat. Quando dunque nel marzo 1820 la principessa di Gerace e il figlio don Agostino Serra di Terranova acquistarono la proprietà di Capo Posillipo, la zona si prestava bene ad essere trasformata da fondo prevalentemente agricolo a villa residenziale.
L'uso agricolo, che poteva fruttare rendite non trascurabili, in realtà non fu completamente abrogato, ma alcuni locali prima utilizzati esclusivamente dai coloni vennero ristrutturati per essere convertiti ad uso di residenza e rappresentanza. I lavori di riassetto della tenuta - che prese il nome di "Villa Serra marina" - furono affidati ai gemelli architetti Stefano e Luigi Gasse che intervennero anzitutto sul casino del Belvedere (oggi Palazzina Borbonica), trasformandolo in elegante residenza dei nuovi proprietari, e sul cosiddetto "Casino Gaudioso", una casetta rurale che si trovava nell'estremità meridionale della proprietà che, adeguatamente ampliata e ristrutturata, avrebbe assolto la funzione di grande foresteria. Interventi di minore impegno furono effettuati anche sulle due casine a mare, che restarono tuttavia destinate ai coloni. Sono dunque gli interventi dei Serra a determinare in buona parte l'assetto della villa così come la conosciamo oggi. Morti la principessa e il figlio don Agostino, nel 1857 gli eredi vendettero la proprietà a Luigi di Borbone, comandante della Marina napoletana; da questo momento la villa fu detta "la Brasiliana" in onore della moglie di Luigi, sorella dell'imperatore del Brasile.
Il nuovo proprietario volle far recintare completamente la tenuta, spesso utilizzata per incontri galanti; ne cancellò quindi definitivamente l'originario carattere agricolo sostituendo alle aree coltivate un grande parco alberato, e la dotò di un porticciolo. L'ambiguo comportamento tenuto da Luigi di Borbone nell'estate del 1860, nel momento della crisi del regno di Napoli di fronte all'avanzata garibaldina, causò il suo esilio in Francia e di conseguenza la vendita della "Brasiliana".
La acquistò un facoltosissimo uomo d'affari, Gustavo Delahante, che la tenne fino al 1897 senza tuttavia effettuarvi lavori di particolare rilievo. Il successivo passaggio di proprietà testimonia del sempre maggiore interesse dei forestieri, gli inglesi in particolare, per le residenze della zona di Posillipo.
Il compratore fu infatti, nel 1897, lord Rosebery, eminente uomo politico britannico che nel 1894-95 era stato primo ministro nel suo paese. L'acquisto della villa coincise con il suo temporaneo ritiro dalla vita politica per dedicarsi a tempo pieno agli studi storico-letterari. Villa Rosebery si trasformò quindi in un luogo riservato e appartato, chiuso rispetto alla mondanità della alta società napoletana e viceversa aperto a pochi studiosi e buoni amici del lord inglese. Ma non potendo più contare sui frutti dell'attività agricola ormai dismessa da tempo, la manutenzione della villa era divenuta dispendiosa per lord Rosebery che la frequentava raramente, pertanto l'inglese - che nel frattempo era tornato all'attività politica - decise di disfarsene. Signorilmente si accordò con il governo inglese per una donazione, che fu perfezionata nel 1909.
La villa fu però utilizzata solo sporadicamente come luogo di villeggiatura degli ambasciatori inglesi in Italia, dopo alcuni anni pertanto anche il governo britannico optò per una cessione a titolo gratuito, questa volta allo Stato italiano.
L'atto di donazione che sancì il passaggio della proprietà al nostro Stato fu firmato nel 1932 dall'ambasciatore del Regno Unito e da Benito Mussolini. Diverse proposte di destinare la villa ad uso pubblico non ebbero seguito, fu quindi messa a disposizione della famiglia reale per i soggiorni estivi. Così nel 1934, alla nascita della primogenita del principe ereditario Umberto, la residenza prese il suo nome e divenne "Villa Maria Pia". Dal giugno 1944, nominato Umberto luogotenente del Regno, Vittorio Emanuele III si trasferì nella villa con la consorte Elena: vi rimarrà fino all'abdicazione e alla partenza per l'esilio in Egitto, il 9 maggio 1946. Recuperata dallo Stato italiano dopo un breve periodo di requisizione nel 1946 da parte degli eserciti di occupazione alleati, la villa fu concessa fino al 1949 all'Accademia Aeronautica. Rimase quindi vuota e in abbandono per diversi anni finché una legge del 1957, includendola fra i beni immobili in dotazione alla Presidenza della Repubblica, non ne determinò la rinascita.


Ipocrisia dei politici e di coloro che
ci dovrebbero essere di esempio
di come si conduce e gestisce una città
Nell'occasione della visita di napolitano
l'esercito ha ripulito il percorso soltanto.
Poi a Capri dove sapendo che i manifestanti
presidiavano Villa Rosebery napolitano se ne andato a
Roma direttamente da Capri.
Scugnizzo








Rossella49 Oggetto:   04 Gen, 2008 - 18:46  Profilo Rispondi citando   

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Deserto
Maria Stella Grillo
Olio su tela

marialuna Oggetto:   04 Gen, 2008 - 15:01  Profilo Rispondi citando   

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Testa di leone,
particolare di una fontana che si trova a Roma
Tempera su carta
di M. S. Grillo

Rossella49 Oggetto:   04 Gen, 2008 - 08:08  Profilo Rispondi citando   

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Paul Gauguin - Snow at Vaugirard II, 1879
oil on canvas, 23 7/8 x 31 3/4 inches


Rossella49 Oggetto:   31 Dic, 2007 - 18:38  Profilo Rispondi citando   

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Joseph Farquharson

Una mattinata d'inverno


Joseph Farquharson (Edimburgo, 4 maggio 1846 – Finzean, 15 aprile 1935) è stato un pittore scozzese.

Egli fu un pittore del periodo vittoriano.

Nato a Edimburgo, combinò sin dall'inizio la carriera di pittore con l'attività di amministratore del vasto territorio nel Finzean, entrambe ereditate da suo padre. Farquharson ricevette l'educazione artistica alla Trustees’ Academy di Edimburgo e nel 1860 iniziò una produzione paesaggistica profondamente influenzata da Peter Graham. Dopo l'incontro con l'oriente, dapprima indirettamente durante un viaggio a Parigi e poi direttamente attraverso alcuni soggiorni in Egitto, la sua produzione si concentrò sull'orientalismo, senza dimenticare il paesaggio che l'aveva visto dipingere le prime tele. Profondamente influenzata dal suo mentore francese Carolus-Duran, la sua pittura è ricca ed elaborata, echeggiante delle lezioni dei maestri di Barbizon.

Scugnizzo Oggetto: L'ISOLA DI NISIDA (NAPOLI)  31 Dic, 2007 - 09:32  Profilo Rispondi citando   

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NAPOLI


Conoscerla, visitarla.amarla è una normalità
nessuna regione in Italia e nel mondo può vantare le
bellezze naturali che si trovano a Napoli
e Campania tutta.
X esaltarla x darle un giusto posto nel mondo
buona parte dei napoletani avrebber bisogno di
essere rieducati e renderli consci del loro ruolo.

L'isolotto di Nisida emerge dal mare solo per 1/6 della sua estensione originaria la superficie attuale e' di 30 ettari, ne hanno guadagnato le forme armoniche che concorre a disegnare con la collina di Posillipo precisamente con l'area del Parco Virgiliano. Le origini sono vulcaniche infatti sorse come cono eruttivo; il lato meridionale del cratere è aperto e rovinato in mare così ché l'imbuto craterico forma una insenatura naturale alla quale, per la forma caratteristica le venne attribuito il nome di Porto Pavone.

Le origini del nome risalgono agli antichi Greci che la chiamarono "Nesis" successivamente Néside e infine Nisida. La si ritrova citata in svariati scritti: Plinio la ricorda per gli asparagi, Ateneo per i conigli, Stazio per la selva, Lucano per le esalazioni pestifere emanate dal cratere non del tutto spento.

Sulla parte più alta dell'isola sorgeva la villa Repubblicana di Bruto. Nel '500 venne costruito un castello. Nell’anno della peste, 1626, il Vicerè ci fece costruire il Lazzaretto e nell’Ottocento diventò bagno penale. Nel corso del '900 l’isolotto fu sede del carcere militare e attualmente del riformatorio.



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Rossella49 Oggetto:   30 Dic, 2007 - 16:42  Profilo Rispondi citando   

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William Congdon
Madonna del Presepe


1960
Olio su tavola


Pittore americano (1912-1998) è uno dei più singolari autori nel panorama della pittura contemporanea. La sua arte svela un'insistente ricerca del sacro. Nel 1959 si converte al cattolicesimo ad Assisi, iniziando così una produzione pittorica legata ai misteri della fede cristiana, ma soprattutto iniziando una meditazione, quasi ossessiva sul crocefisso, di cui realizza più di 150 tele.

Dal 1979 si trasferisce presso un monastero benedettino, nel milanese. La parte più cospicua della sua opera appartiene alla Fondazione "The William G. Congdon Foundation", che si riconosce nel compito di promuovere l'eredità culturale, artistica e spirituale dell' artista.

La Madonna del presepe è una macchia di colore su cui ruota la luce. Cristo, il centro del cosmo e della storia, è la luce che squarcia le tenebre. La madre si curva sul bimbo, al contempo lo protegge e lo mostra. Il contrasto dell'azzurro delicato del corpo materno rende ancora più luminoso il figlio.


Per saperne di più: le icone di Congdon
Il sito della Fondazione: www.congdon.it



Scugnizzo Oggetto: PALAZZO DON ANNA(ovverosia il palazzo degli spiriti)  26 Dic, 2007 - 09:33  Profilo Rispondi citando   

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A Napoli oggi con la penuria degli alloggi con
occupazioni selvagge,questo palazzo magnifico
leggermente disastrato ,nn custodito anche essendo
un autentico monumento secolare nessuno osa
avvicinarsi sia dalla parte del mare sia dalla terra.
Chi x caso di notte si trovasse a passare nelle vicinanze può ancor oggi sentire se nn guardare gli antichi
splendori o gemiti se nn disperati urli.
Il Palazzo Donn'Anna, ubicato all'inizio di Via Posillipo, è uno dei più celebri palazzi di Napoli.

Le origini del palazzo risalgono al XVII secolo per la volontà di Donna Anna Carafa consorte del viceré Ramiro Núñez de Guzmán, duca di Medina de las Torres. Il progetto per la realizazzione fu commissionato al più importante architetto della città di quel periodo, Cosimo Fanzago che realizzò il progetto in un anno (1642) secondo i canoni del barocco. Il Fanzago non riuscì a portare il Palazzo al suo compimento per la morte di Donn'Anna. L'edificio rimasto incompiuto assunse lo spettacolare fascino di una rovina antica confusa fra i resti delle ville romane che caratterizzano il litorale di Posillipo e fra gli anfratti delle grotte. Nell'interno di notevole interesse è il Teatro, aperto verso il mare dalla quale si gode un bel panorama di Napoli.

Il Palazzo è il punto di ancoraggio di una delle più celebri leggende napoletane scritte da Matilde Serao.
Nelle credenze popolari Donn'Anna viene confusa con la famosa e discussa regina Giovanna d'Angiò che qui avrebbe incontrato i suoi giovani amanti scelti fra prestanti pescatori, con i quali trascorreva appassionate notti di amore, per poi ammazzarli all'alba facendoli precipitare dal palazzo, e che le anime di questi sventurati giovanotti tuttora si aggirino nei sotterranei del palazzo che si affacciano a mare, emettendo lamenti.
Scugnizzo


Scugnizzo Oggetto: RAIMONDO DI SANGRO PRINCIPE DI SANSEVERO  25 Dic, 2007 - 22:51  Profilo Rispondi citando   

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Raimondo di Sangro
Principe di Sansevero e.....delle tenebre


L'interno della Cappella Sansevero



Il Cristo Velato


La Pudicizia


Il disinganno


Il capolavoro mediceo
Tutt'ora ancora nessun ricercatore a potuto
scoprire e riprodurre il fenomeno.

Il Principe delle tenebre RAIMONDO di SANGRO
“Ammazzò sette cardinali e con le loro ossa costruì sette seggiole, mentre la pelle, opportunamente conciata, ricoprì i sedili…”
Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane

Nonostante sia morto da almeno centotrent’anni, ogni volta che a Napoli si sente pronunciare il nome di Raimondo De Sangro, la gente si fa il segno della croce e i debiti scongiuri, quasi avesse a che fare con un demone di un’altra dimensione. Evidentemente, questo nobiluomo non ha lasciato ai suoi posteri un bel ricordo. Vediamo di capire perché.
La famiglia dei De Sangro o Di Sangro era molto antica e vantava ascendenze illustri: secondo una tradizione araldica, la famiglia era di origine borgognona ed era imparentata con Carlo Magno attraverso il ramo di Oderisio, conte di Sangro nel 1093. A conferma di questo è lo stemma dei Di Sangro, che è lo stesso dei discendenti dei duchi di Borgogna, che fondevano le stirpi carolingia, longobarda e normanna. Legatissima al potente Ordine Benedettino, la Casa De Sangro vanterà, oltre ad abati ed altissimi prelati, anche i santi Oderisio, Bernardo e Rosalia. Legati da vincoli di parentela con la potente casata furono anche quattro pontefici: Innocenzo III (1198-1216), Gregorio IX (1227-1241), che istituì la famigerata Santa Inquisizione (contro l’ammissione della quale nel regno di Carlo di Borbone si battè proprio il lontano discendente Raimondo De Sangro), Paolo IV Carafa (1555-1559) e Benedetto XIII (1724-1730). Proprio attraverso S. Bernardo la Casa si legò poi all’Ordine dei Cavalieri del Tempio, i Templari. Oltre ai titoli di Principi di Sansevero (un titolo che ha come primo rappresentante, nel 1587, Gianfrancesco “Cecco” De Sangro) e duchi di Torremaggiore, la famiglia contava una lista lunghissima di titoli: Principe di Castelfranco, Principe di Fondi, duca di Martina e molti altri. Raimondo nacque il 30 gennaio del 1710, terzo di tre fratelli, da Antonio De Sangro e Cecilia Caietani d’Aragona. La famiglia, però, conservò la propria unità per brevissimo tempo: la madre, infatti, morì quando il bambino aveva soltanto un anno ed anche i primi due fratelli, Paolo e Francesco, morirono in tenera età. Il padre Antonio, addolorato per la scomparsa della consorte, dopo una vita alquanto dissoluta rinunciò al titolo nobiliare, affidò il piccolo Raimondo al nonno Paolo, sesto Principe di Sansevero, e si ritirò in clausura. All’età di dieci anni, fu inviato a Roma in un seminario gesuitico per essere educato. Alla morte del nonno, alla giovane età di 16 anni, Raimondo ereditò il titolo che era stato del padre e divenne Principe di Sansevero. Quattro anni dopo, a vent’anni, con un notevole bagaglio culturale, frutto della sua preparazione enciclopedica di stampo gesuitico, il giovane riuscì finalmente a tornare nel palazzo dei suoi avi: il Palazzo Ducale Sangro, ancora esistente in piazza S. Domenico Maggiore al numero 9, a Napoli. Il letterato e politico napoletano Antonio Genovesi, nella sua Autobiografia, lo descrive come “di corta statura, di gran capo, di bello e giovanile aspetto; filosofo di spirito, molto dedito alle meccaniche; di amabilissimo e dolcissimo costume: studioso e ritirato; amante le conversazioni d’uomini di lettere. Se egli non avesse il difetto di avere troppa fantasia, per cui è portato a vedere cose poco verosimili, potrebbe passare per uno de’ perfetti filosofi”.

Intanto, il 10 maggio 1734 il diciassettenne Re Carlo III di Borbone, figlio di Filioppo V di Spagna, entrò trionfante a Napoli per prendere possesso del Regno delle due Sicilie. Nonostante la giovane età e l’apparente inesperienza, il sovrano sapeva di doversi creare una corte formata da persone fidate allo scopo di familiarizzare con il regno che si era appena conquistato. Così, subito dopo le sue nozze con Amalia Walburga di Polonia, istituì l’Ordine cavalleresco di San Gennaro, del quale fu primo Gran Maestro, al quale sarebbero appartenuti solo i sessanta membri della più antica nobiltà, scelti uno per uno dal re in persona. Il Principe di San Severo, naturalmente, fu uno dei primi ad essere chiamato. Per ringraziarlo dell’onore concesso, poiché il sovrano amava la caccia, Raimondo gli fece fabbricare dei mantelli di un tessuto impermeabile di sua invenzione: il sovrano, ovviamente, ne restò entusiasta. Il Principe De Sangro ricevette gli elogi e manifestazioni di stima in molte altre occasioni. Nel 1744, per esempio, il Principe, in qualità di colonnello del reggimento di Capitanata, liberò, alla testa delle sue truppe, la città di Velletri, che era stata occupata dall’esercito del generale austriaco Lobkowitz. Sempre per restare nel campo militare, a lui si devono le invenzioni di uno speciale cannone in lega di ferro (allora la maggior parte delle armi era di bronzo) e di un fucile a retrocarica che, di fatto, anticipò l’invenzione del Lefaucheux, l’ideatore riconosciuto della nuova arma. La tecnica e la tecnologia, però, non erano i suoi soli interessi. Nonostante l’insegnamento religioso che aveva ricevuto dei gesuiti, ben presto il giovane nobile napoletano entrò a far parte della Confraternita segreta dei Rosacroce, dove venne iniziato ad antichi riti alchemici. Da quel momento, il Principe cambiò radicalmente la propria vita dedicando tutto il suo tempo all’alchimia. Alambicchi, forni e provette riempirono così lo scantinato del suo palazzo e di notte non era raro vedere strani fumi colorati e sentire odori pestilenziali fuoriuscire dalle finestre sbarrate che davano sulla strada. Fu in quel periodo che i napoletani iniziarono a chiamarlo “stregone”.
Raimondo De Sangro, però, aveva anche un altro hobby: il bel canto. Il Principe, infatti, si dilettava a girare per i suoi vasti possedimenti in cerca di fanciulli dalla bella voce, che di soli trovava nei cori parrocchiali. Allora li “comprava” dai genitori, li faceva castrare dal suo medico di fiducia, il palermitano Giuseppe Salerno, e poi li rinchiudeva nel Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo, a Napoli, dove i giovani, poveri castrati venivano educati per la carriera di soprani. L’aspetto che ci interessa di questa “attività” di Raimondo De Sangro non è soltanto quello meramente canoro: il Principe, infatti, nei castrati non vedeva soltanto dei cantanti ma anche l’avvenuta creazione di quella perfezione che i Rosacroce identificavano nell’”annullamento del dualismo della separazione, nel ritorno all’androgino primordiale”. Erano, per farla breve, il frutto di un’operazione filosofico-morale.
Questo, naturalmente, non fu l’unico “campo” entro il quale il Principe versò le sue conoscenze ed il suo talento. Il prodotto più importante della sua opera nel campo dello scibile umano che non si impara sui libri di scuola è la famosa Cappella di Sansevero, la cappella di famiglia, decorata con statue ed altre opere realizzate, in parte, dallo stesso Principe. Ma di questo parleremo in seguito.
Sempre versato nelle sue pratiche di alchimista e stregone, a partire dal 1750 anche Napoli cominciò ad avere una propria loggia massonica. Raimondo, naturalmente, decise di farne parte. Visto il prestigio di cui godeva, i suoi confratelli lo nominarono immediatamente Gran Maestro di tutto il Regno delle due Sicilie.
La suggestione occultistica e alchimistica introdotta dal filone scozzese nella struttura razionalistica della massoneria di tipo inglese, faceva molta presa sulla nobiltà e sulla borghesia. E il Principe seppe sfruttarla tanto bene che ben presto nella sola Napoli si contarono un migliaio di “fratelli” suddivisi in diverse logge. Le diverse logge furono da lui unificate sotto l’unico indirizzo Scozzese.
Nel Settecento le logge prendevano il nome delle taverne dove i “muratori” si incontravano per discutere di filosofia, di essoterismo, di politica, tutto nel rispetto dell’uguaglianza e del libero pensiero. Discussioni che vertevano su queste tematiche, naturalmente, finirono per impensierire il Santo Uffizio, il tribunale dell’Inquisizione, che da tempo cercava di aprire una “sede” nel Regno delle due Sicilie. Sfruttando, dunque, queste “pericolose logge massoniche”, papa Benedetto XIV il 15 gennaio 1751 comunicò all’ambasciatore di Carlo III di essere gravemente preoccupato per il diffondersi della massoneria nel Regno e negli stessi ambienti di corte. Anche il re Borbone si era dato da fare per saperne di più su “un’unione senza l’intelligenza ed approvazione del Sovrano”. Oltre a questi motivi politici, ve ne erano altri, di carattere più religioso: proprio in quell’anno il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro non si era compiuto e il popolo, aizzato da un certo padre Pepe, aveva dato vita ad un vero e proprio movimento popolare contro i massoni, considerati i responsabili del mancato prodigio. Alla luce di questo, il 28 maggio 1751 Benedetto XIV emanò la bolla Providas Romanorum Pontificum, che confermava la scomunica alla massoneria già espressa tredici anni prima dal suo predecessore, Clemente XII.
La vittima più illustre di tutti questi fatti fu, naturalmente, il Principe di San Severo, il quale, però, presentendo la tempesta che si stava per scatenare, aveva agito in anticipo. Il 26 dicembre 1750, infatti, Raimondo si era presentato al re e gli aveva consegnato la lista dei nomi degli affiliati alla sua loggia massonica, insieme con tutti i documenti relativi alle logge presenti nel Regno.
In seguito, il 2 luglio 1751, Carlo III pubblicò l’editto contro i “liberi muratori”. Il primo agosto dello stesso anno, il Principe scrisse al Papa abiurando la sua fede massonica e mettendosi sotto la sua protezione. Tradendo il segreto massonico, il Principe salvò la propria testa e la propria posizione sociale: il re, infatti, se avesse voluto fare veramente “giustizia” e rispettare le disposizioni papali, avrebbe dovuto mettere in carcere metà della sua corte. Al contrario, il sovrano si limitò a impartire una “solenne ammonizione” a tutti i massoni napoletani.
Cacciato ed odiato dalla sua antica fratellanza e dagli stessi amici di un tempo, il Principe tornò a occuparsi, per gli ultimi vent’anni della sua vita, dell’alchimia e della realizzazione della sua Cappella.
Morì la sera del 22 marzo 1771 “per malore cagionatogli dai suoi meccanici esperimenti”, leggiamo nella Autobiografia di Genovesi. Probabilmente aveva inalato o ingerito qualche sostanza tossica durante le sue lunghe notti nel laboratorio. Questa è la versione “ufficiale”. Vi è, poi, la versione mitica. Secondo una leggenda napoletana, il Principe De Sangro, durante i suoi interminabili esperimenti alchemici, avrebbe scoperto un elisir prodigioso, capace di ridare vita ai cadaveri. Volendolo sperimentare su sé stesso, diede ordine ad un suo servo, di cui si fidava ciecamente, di tagliare il suo corpo a pezzi e di collocarli in un baule, al cui interno si sarebbe dovuto svolgere il procedimento di rinascita, con metalli nobili opportunamente dosati. Alcuni parenti, però, incuriositi da quello strano contenitore entro il quale pensavano forse di trovare oggetti preziosi, vincendo le resistenze del servo, aprirono il baule prima che si completasse l’opera di ricomposizione. Tra il terrore dei presenti, il corpo del principe venne fuori con gli organi ancora soltanto parzialmente collegati tra loro: l’elisir non aveva completato l’opera di ricostruzione. Rapidamente, dopo un urlo di dolore sovraumano, quella larva di corpo si disfece e i vari pezzi ricaddero nel baule.
La leggenda di Raimondo De Sangro, però, non finisce qui. Nel 1790, di fronte al tribunale romano dell’Inquisizione, il conte Cagliostro, già membro della confraternita dei Rosacroce, affermò che tutte le sue conoscenze alchemiche gli furono insegnate a Napoli da “un principe molto amante della chimica”. Quale sia il nome di questo principe, non ci è dato saperlo, visto che i verbali del processo sono tenuti nel più stretto riserbo da parte della Reverenda Camera Apostolica. Comunque sia, i giudici non vollero credere a Cagliostro e lo condannarono all’internamento a vita nella rocca di San Leo. A quanto pare, dunque, il Principe Raimondo De Sangro fu il maestro del Conte di Cagliostro.

LA CAPPELLA SANSEVERO DEI SANGRO

Delle varie attività di Raimondo De Sangro si è detto tanto. Fu valente soldato: abbiamo parlato della sua conquista della città di Velletri; oltre a questo, redasse un trattato militare sull’impiego della fanteria che gli procurò le lodi di Federico II di Prussia. Fu scienziato pratico: inventò un nuovo tipo di archibugio ed un sistema che permetteva di sparare un colpo ogni quattro secondi; progettò una macchina tipografica per la stampa contemporanea di più colori; studiò un nuovo modo per filare la seta; mise a punto una carrozza marina; costruì una macchina idraulica capace di far salire l’acqua a qualunque altezza; ideò una carrozza con cavalli di legno che può camminare per terra e per mare, grazie ad una particolare macchina collocata al suo interno; mise a punto una “carta ignifuga”, con un lato di lana ed uno di seta. Fu filologo: portò a termine uno studio accuratissimo sull’alfabeto “cromatico” dei peruviani; parlava correntemente tutte le lingue europee, l’Arabo e l’Ebraico. Fu, naturalmente, chimico: produsse reagenti che indurivano sostanze molli; ideò alcuni sistemi per colorare il marmo bianco, dandogli un incredibile effetto e facendolo sembrare una pietra preziosa; studiò anche il processo inverso, riuscendo a decolorare i lapislazzuli; inventò procedimenti che rendevano “a freddo” plastici il ferro e altri metalli. Fu astronomo: sul ponte che collegava il suo palazzo alla cappella, andato distrutto nel 1889, collocò un orologio animato a forma di drago, dotato di un particolare impianto di carillon a campane, che indicava ore, minuti, giorni della settimana, nomi dei mesi e fasi lunari. Oltre a tutto questo, c’è chi gli attribuisce, con 150 anni d’anticipo sui coniugi Curie, la scoperta della radioattività naturale. Tale scoperta sarebbe contenuta in una lettera, che è stata sottoposta a perizia calligrafica e ritenuta autentica, datata 14 novembre 1763 ed indirizzata al barone H. Theodor Tschudy (cadetto del reggimento di Svizzeri al servizio del Re di Napoli ed esponente della Massoneria), grande amico di Raimondo. In questo testo vi sono dei passaggi scritti attraverso un codice a traslitterazione di stampo Rosacruciano: in esso il Principe parla di un “raggio-attivo” proveniente da un minerale, la “pechbenda”. Tale minerale, dice il Principe, aveva un effetto mortale sui viventi, come provato dalla sperimentazione sulle farfalle e si poteva “schermare” unicamente con il piombo (“Saturno). Ecco uno stralcio della lettera:

Allorquando ebbi incontro con Supremo Fr. S. Germain, per Gabalì a lui mostrai la scoperta di quelle sostanze (che sapete) cristalline luminescenti al buio di color pece e d’olive (ch’ebbi in gentile dono da S. M. di Prussina) ch’io purgai da piombo, silicio, rame e varie impurità. Le quali subirono in crogiolo concentrato nei vari cammini alchemici. Esse procurarono la morte di farfalle chiuse in ampolle con coverchi forati. Infrapponendo lastra di Piombo tra ampolle e sostanze, le farfalle non morirono. Saturno bloccava raggio e affluvio mortali. Il fenomeno è al pari di raggio-attivo, simile a quello osservasi nel Sole.

Il “manifesto” di tutte queste eccezionali capacità, però, è rappresentato dalla Cappella dei Sansevero dei Sangro, la “Santa Maria della Pietà dei Sangro”, ovvero “La Pietatella”.



Fu costruita come cappella sepolcrale di quell’illustre famiglia da Giovanni Francesco nel 1590, ma quasi tutto ciò che vediamo oggi risale al rifacimento del figlio Alessandro (1631) e soprattutto ai restauri e alle decorazioni del famoso pronipote Raimondo (1744-1766). Un cavalcavia l’univa alla dimora di famiglia: ma, tanto per rientrare nei ranghi del mistero che aleggia intorno a cappella e famiglia, questo crollò, senza una causa apparente, nel 1889. La cappella è un rettangolo abbastanza vasto: più che una cappella, si tratta di una chiesa, in realtà, con un presbiterio nel fondo. La struttura è semplice e armoniosa, la decorazione è di una ricchezza travolgente, sia per i fastosissimi affreschi della volta, di Francesco Maria Russo, realizzati con colori procurati dallo stesso Raimondo, che conservano un’incredibile luce, sia per l’apparato di marmi, stucchi, oro che la rivestono. Le decorazioni furono realizzate da artisti come Queirolo, Corradini, Sammartino, Celebrano, Persico, F. M. Russo e C. Amalfi. Questi artisti, però, non idearono le opere in essa contenute, ma si limitarono ad eseguire la particolare iconografia ideata dal principe, che fornì anche marmi e colori “alchemici”. Scrive Gennaro Aspreno Galante nel 1872: “Egli costruì il cornicione ed i capitelli dei pilastri con un mastice da lui formato che parea madreperla”. Le bellissime sculture della Cappella Sansevero, che ornano i sepolcri degli antenati, soprattutto dei genitori del Principe, sono perfette espressioni di una simbologia massonica-templare-rosacrociana di tale pregnanza ed impatto visivo che lasciano, anche nel visitatore profano, l’impronta indelebile di un “messaggio” che, seppur non recepisce, si “avverte” con forza.
Tutte le opere scultoree sono di grande bellezza ma le tre realizzazioni che hanno dato fama storica alla Cappella sono “La Pudicizia”, “Il Disinganno” ed il “Cristo Velato”. Vediamo di analizzarle.

La Pudicizia è il nome improprio dato al monumento funebre di Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, madre di don Raimondo, morta in giovane età (morte simboleggiata dalla lapide spezzata); il Corradini, per esprimere il concetto voluto dal principe della “pudicizia velata”, scolpì una bellissima donna nuda coperta da un velo trasparente che la rende del tutto “impudica” per la generosità delle forme opulente che giocano con le pieghe del leggerissimo tessuto, dando l’impressione “tattile” di un vero velo poggiato. Questo artificio scultoreo, già usato dai greci della classicità per le veneri e per le vittorie alate, piaceva molto a Raimondo per l’insito significato del “velare” e “svelare”, caro agli iniziati delle scienze occulte ed ermetiche. Sarà usato, infatti, anche nel prodigioso “Cristo” del Sammartino. L’opera fu terminata nel 1751 e sulla base presenta un “Noli me tangere”, in bassorilievo, che ripropone sempre la tematica del Pudore.

Il secondo monumento funebre che analizzeremo, “Il Disinganno”, è quello di Antonio de Sangro, padre del principe, morto nel 1757, che, come detto, sconvolto dal grande dolore per la prematura morte della moglie, si abbandonò ad una vita errabonda ed inquieta della quale scoperto “l’inganno” si ritirò a vita monastica abbandonando le cose del mondo ed il figlioletto Raimondo al padre Paolo. Francesco Queirolo, sempre su suggerimento di don Raimondo, rappresentò un uomo (don Antonio) che si libera di una rete che lo avviluppa, lavorando, si dice, in un solo blocco marmoreo, con una perizia da orafo nell’estrema difficoltà di realizzare la rete marmorea avviluppata alla figura interna. Un genietto alato, che porta sul capo una coroncina “fiammeggiante” e che poggia su di un globo ed un libro, simboleggia l’ingegno “disingannato” che aiuta l’uomo a districarsi dalla schiavitù della rete viziosa. Il bassorilievo della base Cristo che ridona la vista al cieco riconferma il concetto della ritrovata verità.





Il Cristo Velato poi si può ritenere l’opera sintesi di tutta la cappella. Ha sempre colpito l’immaginazione dei visitatori con la forza di una suggestione che non subisce variazioni da secoli. Il principe di Sansevero aveva commissionato il grande “Cristo Morto” con i simboli della Passione (martello, chiodi, tenaglia) al Corradini, ma essendo morto nel 1752, il suo bozzetto di terracotta, oggi al museo di S. Martino, fu splendidamente realizzato in marmo dal giovane scultore napoletano Giuseppe Sammartino, che cominciò così la sua luminosa carriera proprio con quest’opera, del 1753. Ciò che colpisce maggiormente di quest’opera è l’incredibile qualità del velo, così realistico da sembrare di tessuto anziché di marmo. Il modo in cui questo sia stato realizzato rimane un mistero, visto che molti scultori moderni, pur con le attuali conoscenze tecniche, non saprebbero riprodurlo con tale perfezione. Alcuni studiosi sostengono che i veli siano stati ottenuti “cristallizzando una soluzione basica di idrato di calcio o calce spenta” . Il processo sarebbe stato il seguente: la statua veniva posta in una vasca e ricoperta da un velo, o da una rete, bagnati; su questi veniva versato latte di calce diluito e sul liquido veniva spruzzato ossido di carbonio proveniente da un forno a carbone. In questo modo si otterrebbe una precipitazione di carbonato di calcio, e cioè marmo, che si unirebbe al resto della statua. Finora, però, nessuno ha dimostrato con i fatti che questa teoria sia quella giusta. Ma durante l’ultima Guerra Mondiale, un milite tedesco, volendo dimostrare l’assurdità dei fatti, spaccò con il calcio del suo fucile una parte del “Cristo Velato”, mostrando che al suo interno non vi è altro che marmo. La verità su questa statua, però, non è ancora stata pronunciata.
Nell’Archivio Notarile di Napoli è stato rinvenuto il contratto tra il Principe e Sammartino: in questo contratto egli si impegna ad eseguire l’opera di una “statua raffigurante Nostro Signore Morto al Naturale da porre situata nella cappella Gentilizia del Principe, cioè un Cristo Velato steso sopra un materasso che sta sopra un panneggio e appoggia la testa su due cuscini, apprè del medesimo vi stanno scolpiti una Corona di spine tre chiodi e una tenaglia”. Il Principe si impegnava a procurare il marmo e realizzare una “Sindone, una tela tessuta la quale dovrà essere depositata sovra la scultura, dopo che il Principe l’haverà lavorata secondo sua propria creazione; e cioè una deposizione di strato minutioso di marmo composito in grana finissima sovrapposta al telo. Il quale strato di marmo dell’idea del sig. Principe, farà apparire per la sua finezza il sembiante di Nostro Signore dinotante come fosse scolpito di tutto con la statua”. Il Sammartino si impegnava, inoltre, a ripulire tale “Sindone” per renderla un tutt’uno con la statua stessa e a non svelare a nessuno la “maniera escogitata dal Principe per la Sindone ricoorente la statua”. Più avanti, sulla destra, dopo un arco, troviamo poi la lapide tombale dello stesso Principe.

Si tratta di una grande lastra di marmo interamente ricoperta da una scritta in latino, anche questa opera di Raimondo, i cui caratteri sono tutti in rilievo. Eccone una parte:

Uomo mirabile, nato a tutto osare, Raimondo di Sangro, Capo di tutta la sua famiglia, Principe di San Severo, Duca di Torremaggiore […] illustre nelle scienze matematiche e filosofiche, insuperabile nell’indagare i reconditi misteri della natura, esimio e dotto nei trattati e nel comando della tattica militare terrestre e, per questo, molto apprezzato dal suo Re e da Federico di Prussica [… imitando l’innata pietà a lui pervenuta per l’ascendenza di Carlo Magno imperatore, restaurò a sue spese e con la sua saggezza questo tempio [...] AFFINCHÈ NESSUNA ETÀ LO DIMENTICHI.

Il corpo del Principe, però, non è nel sarcofago: qualcuno, chissà quando e perché, lo ha trafugato. Nel maggio 1990 dei ladri trafugarono un dipinto ovale con l’effigie del principe, che era collocato tra due putti in gesso vicino all’altare. L’opera venne recuperata nel luglio 1991 e ci si accorse che qualcuno aveva tentato di “restaurarla” di nascosto: purtroppo per l’ignoto restauratore, l’esecutore del dipinto aveva usato dei colori talmente particolari (detti “oloidrici”), creati con una formula ideata dallo stesso Raimondo, da rendere inefficace qualsiasi tentativo. Oltre a queste bellezze dell’arte scultorea, la Cappella contiene altre due “meraviglie”, inquietanti ed affascinanti. Si tratta delle cosiddette “Macchine Anatomiche”.



Si tratta di due corpi umani, di un uomo ed una donna, totalmente scarnificati, nei quali è messo in evidenza l’intero sistema circolatorio costituito da arterie, vene e capillari. Sembrano la magica trasposizione di tavole anatomiche prelevate da un testo di medicina. Vediamole nel dettaglio.



Lo scheletro della donna ha il braccio destro alzato ed i bulbi oculari interi, quasi ancora lucenti, in un’espressione di vero terrore. Le ossa sono interamente rivestite dal fittissimo sistema arterioso e venoso che, metallizzandosi, ha preservato anche gli organi più importanti. Il cuore è intero; nella bocca si possono riconoscere persino i vasi sanguigni della lingua. Era incinta: nel ventre si può notare la placenta aperta dalla quale fuoriesce l’intestino ombelicale che andava a congiungersi con il feto, che è stato recentemente rubato. Così come quello della madre, anche il cranio di questo feto poteva aprirsi per vedere all’interno la complessa rete dei vasi sanguigni.
Il corpo dell’uomo ha più o meno le stesse caratteristiche. Le braccia, però, in questo caso scendono lungo il tronco.
Resta da capire come il Principe sia riuscito a realizzare due “oggetti” come questi, che, va specificato, non sono sculture. Leggendo la Breve nota di quel che si vede in casa del Principe di San Severo, edita per la prima volta nel 1766, e quindi quasi certamente scritta dallo stesso Principe, si legge che nella Cappella “si veggono due Macchine Anatomiche, o, per meglio dire, due scheletri d’un Maschio, e d’una femmina, ne’ quali si osservano tutte le vene, e tutte le arterie de’ Corpi umani, fatte per iniezione, che, per essere tutt’intieri, e, per la diligenza, con cui sono stati lavorati, si possono dire singolari in Europa”. Alla luce delle attuali conoscenze mediche, si potrebbe pensare che il diabolico Raimondo, sempre con l’assistenza del medico Giuseppe Salerno, abbia iniettato nelle vene delle due malcapitate cavie, probabilmente due suoi servi, una sostanza che, entrando in circolo, abbia progressivamente bloccato la rete e la circolazione sanguigna fino alla morte dei soggetti. A questo punto, la misteriosa sostanza avrebbe “metallizzato” vene e arterie preservandole dalla successiva decomposizione. Il Principe, poi, deve aver aspettato che pelle e carne si decomponessero completamente prima di ottenere quelle che lui, con tanta pomposità, chiamava le “macchine anatomiche”. E’ una spiegazione logica e, in effetti, l’unica possibile: perché il liquido potesse raggiungere tutti i vasi sanguigni, infatti, dalla grande vena aorta al piccolo capillare del piede, sarebbe stato necessario che il flusso di sangue fosse ancora attivo, all’interno dei corpi. Se questa è la spiegazione, possiamo allora spiegarci la strana posizione dei due corpi. Osservandoli con attenzione, si potrebbe pensare che entrambi siano stati legati mani e piedi ad una specie di tavolo operatorio e che solo la donna, prima di morire, sia riuscita a liberare il braccio destro che ha agitato, cercando scampo, fino a quando la sua circolazione sanguigna non si è bloccata.
I dubbi, comunque, restano. Infatti, nel ‘700 la siringa ipodermica, necessaria per l’iniezione, non esisteva ancora, essendo stata inventata quasi un secolo dopo dal chirurgo Carlo Gabriele Pravaz (1791-1853) di Lione. Questo è proprio l’argomento usato dai “sostenitori” del Principe che, rifiutando il fatto che l’uomo e la donna possano essere stati sottoposti da vivi a quell’orribile esperimento dal loro “idolo”, sostengono, invece, che quegli scheletri siano soltanto povere ossa ricoperte da una rete artificiale di vasi sanguigni. Tuttavia, un esame compiuto negli anni Cinquanta del ‘900 ha rivelato “che l’intero sistema di vasi sanguigni, all’analisi, si è rivelato metallizzato, cioè impregnato e tenuto in sesto da metalli in esso depositati”.

Questa la vita e l’opera dei Raimondo De Sangro, Principe di Sansevero e… delle tenebre…

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Scugnizzo Oggetto: ECTOPLASMA  25 Dic, 2007 - 22:20  Profilo Rispondi citando   

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Sembra ciò che leggerete una storia o
una leggenda ma essa nn è altro che un
esperienza vissuta che in futuro spero
ripetere .
Come x un informativa necessaria alcuni
cenni sull'argomento.

L'ectoplasma
In passato si condussero degli studi ulla presenza di esseri paranormali e al termine delle ricerche si produsse notevole materiale sul fenomeno. L'ectoplasma è una sostanza semisolida o gassosa, che si sviluppa all'esterno dei corpo di certi medium, uscendo dalla bocca, dal naso, dalle orecchie, dal plesso ecc., ci sono anche dei casi di foto dove la presenza dell'ectoplasma viene riscontrata dopo lo sviluppo, in questi casi lo spirito si trovava nella zona ma risultava invisibile alla vista umana. La sostanza, dotata di capacità motoria, emana lentamente dal corpo e si stende sotto forma di un largo tessuto membranoso perforato da vuoti e da rigonfiamenti, o sotto forma d'una nebbiolina opaca. L'ectoplasma, emanazione dei fluido vitale, è stato chiamato "sostanza primordiale

Ouesta sostanza è dotata di sensibilità come la materia vivente da cui deriva, teme i contatti ed è sempre pronta a sottrarsi alla vista e a riassorbirsi.Si attrbuiva una sorta di istinto alla sostanza che tende a rientrare nel corpo da dove è stata emessa,essa tende ad emettere gemiti durante il fenomeno ricordano quelli di una partoriente. Inoltre, durante il fenomeno in rapporto con l'entità materializzata, in quanto l'invisibile si serve in effetti di questa sostanza per rendersi visibile in un ambiente umano.

Per conservare prove tangibili di queste manifestazioni, hanno fatto immergere queste mani ectoplasmiche in soluzioni di paraffina contenute in vasche di acqua calda. Quando la mano riemerge dall'acqua è ricoperta da un sottile strato di paraffina, che si solidifica a contatto con l'aria. Una volta che la mano si è dematerializzata, rimane uno stampo cavo dal quale ovviamente una mano normale non potrebbe uscire, a causa dell'estrema fragilità della paraffina. Nel "guanto" di paraffina che rimane si cola dei gesso e si ottiene un calco. Le mani ectoplasmiche hanno la forma di mani adulte in miniatura.
Gradirei precisare che il Principe di Sansevero era al corrente ed anche lui si serviva di queste tecniche x i suoi esperimenti e realizzazioni
Nn ultimo tengo a precisare che ancor oggi fine 2007
ed agli albori del 2008 una carrozza le cui ruote
sprigionano fuoco scorazza x Napoli ad ogni inizio di anno ,essa è la carrozza del principe.

Scugnizzo




Scugnizzo Oggetto: CASTELNUOVO O CASTEL dell'ovo  25 Dic, 2007 - 09:49  Profilo Rispondi citando   

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Sull'antico isolotto di Megaride sorge imponente il Castel dell'Ovo. Una delle più fantasiose leggende napoletane farebbe risalire il suo nome all'uovo che Virgilio avrebbe nascosto all'interno di una gabbia nei sotterranei del castello.

Il luogo ove era conservato l'uovo, fu chiuso da pesanti serrature e tenuto segreto poiché da " quell'ovo pendevano tutti li facti e la fortuna dil Castel Marino". Sull'isolotto di Megaride sbarcarono per la prima volta i Cumani (di origine greco-euboica) a metà VII secolo a.C. per poi fondare sul retrostante Monte Echia la città (o, quanto meno, un organizzato centro abitato) di Partenope, di cui nel 1949 è stata scoperta la necropoli in Via Nicotera 10, mentre si stavano scavando le fondazioni per la costruzione di un edificio che ha sostituito un altro distrutto dai bombardamenti dell'ultima guerra.

Sull'isolotto e sul Monte Echia, nel I secolo a.C., durante la dominazione romana, fu costruita la celebre villa di Lucio Licinio Lucullo, che, probabilmente, si estendeva con giardini e fontane fino all'attuale Piazza Municipio, come sembra dimostrare una struttura riportata alla luce dai recenti scavi sotto Castel Nuovo. Della ricordata villa rimangono i rocchi delle colonne nella cosiddetta "Sala delle Colonne" che, durante l'alto Medio Evo, fu adibita a refettorio di uno dei conventi che furono costruiti sull'isolotto e i resti di un ninfeo sulla terrazza di Monte Echia. Attualmente il Castel dell'Ovo è sede di mostre ed eventi.
Alcune immagini di Castell'dell'ovo esso è ubicato in
città lungo via caracciolo esattamente al Borgo Marinai
uno splendido posto anche sede di noti ristoranti come
Zi Teresa -Bersagliera-Transattlantico-Ciro-e tanti altri.







Il Borgo Marinai con Castel dell'ovo
visto dall'alto.
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Scugnizzo Oggetto: X IL CONSUETO MAGGIO DEI MONUMENTI  24 Dic, 2007 - 22:38  Profilo Rispondi citando   

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Il cimitero delle fontanelle

golgota nella navata dei preti storia recente
Il culto delle adozioni degenerò in feticismo per cui il Cardinale Ursi, nel 1969, ordinò la chiusura dell'ossario.
Negli anni '80 si tentò una timida apertura, ma subito si appalesarono dissesti alla cavità che ne determinarono la chiusura.
Nel 2002, su iniziativa del Sindaco Commissario Straordinario di Governo al sottosuolo, Rosa lervolino Russo e dell'Assessore alla Protezione Civile e Difesa del Suolo, Ferdinando di Mezza, si approntò un progetto dettagliato di messa in sicurezza della cavità e di recupero dell'antico cimitero, con l'obiettivo di restituirlo alla città, garantendo la conservazione dello stesso e della struttura.
I lavori furono ultimati e il cimitero, nel maggio 2006, è stato riaperto al pubblico
I paradossi di NAPOLI
Una famiglia ha fatto costruire
una cappella con relativa statua ad altezza d'uomo
di Padre Pio spendendo un patrimonio e la sera è sfarzosamente illuminata mentre i componenti
di questa famiglia spacciano droga

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Scugnizzo Oggetto: LEGGENDE O VERITA  24 Dic, 2007 - 22:22  Profilo Rispondi citando   

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CHI CONSIDERA leggenda chi pura verità
personalmente dico è VERO

teschio del capitano con "l'occhio nero" In un ambiente cosi suggestivo e magico non potevano non nascere le varie personificazioni delle "anime pezzentelle". Ecco dunque nascere la figura di Lucia, una giovinetta morta subito prima del matrimonio o, le presenze di uomini morti in guerra, principesse cavalieri. Talvolta poi, i teschi hanno una storia e un nome trasmessi attraverso racconti tramandatisi nel tempo; è il caso del "monaco" (o' capa e Pascale) in grado di far conoscere i numeri vincenti al gioco del lotto, quella del "capitano", figura di riferimento emblematica del cimitero delle fontanelle o quella di "donna Concetta" nota più propriamente come "a' capa

che suda". Altro aspetto significativo è legato alle leggende sulle storie dei bambini in particolare quella di "Pasqualino".


"Io ero ciò che tu sei; tu sarai ciò che io sono"
La Morte


Suggestiva è la pratica delle adozioni di alcuni teschi che, di solito, venivano messi in teche e venerati o per grazia ricevuta o per voto o per fede. Nacquero così numerose storielle, tra cui quelle già ricordate dei due teschi che sudano e quella del Capitano.
Questo teschio era stato adottato da una povera ragazza, ad esso ella rivolge tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perché le facesse trovare marito. Così avvenne e, prima di andare all'altare, la giovane volle ringraziare il teschio per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti erano attirati dalla presenza in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo; questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l'occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affrontò e lo colpì ad un occipite con un pugno.
Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera. Si gridò al miracolo ed il teschio in questione fu indicato come il "Teschio del Capitano".
In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.


Alcuni messaggi rinvenuti nei teschi
Anima bella venitemi in sogno e fatemi sapere come vi chiamate.
Fatemi la grazia di farmi uscire la mia serie della cartella
Nazionale. Anima bella fatemi questa grazia, a buon rendere...

Napoli 3/4/1944
La famiglia dell'Aviere Lista Ciro trovandosi senza notizie di suo figlio da pochi
giorni dopo l'Armistizio e quindi sono otto mesi ed essendo devota di voi aspetta
con tanta fede da voi la bella grazia.


INGRESSO DEL CIMITERO DELLE FONTANELLE


IMMENSE PARETI FATTE DI OSSA DEI DEFUNTI



RUSTICA CAPPELLA RICAVATA NEL CIMITERO

TESCHI ADOTTATI DA QUESTA FAMIGLIA

Scugnizzo Oggetto: IL CIMITERO DELLE FONTANELLE  24 Dic, 2007 - 21:34  Profilo Rispondi citando   

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Il cimitero delle Fontanelle ( chiesa di Maria Santissima del Carmine ) Napoli

di Loredana Russo

A Napoli ci sono molte cose strane o quanto meno singolari, molti riti giornalieri che si tramandano di generazione in generazione tutti con saldissime motivazioni personali. A tutto questo si aggiunga che il popolo napoletano è abituato da sempre a convivere con l’idea della morte ( con il Vesuvio che sovrasta e con una zona sismica come la nostra era anche facile che ci si abituasse! ) e ci convive da sempre bene, adattandosi a trasformarla anche come compagnia, come tradizione e devozione.

Un esempio, credo unico nel suo genere, di questo è il cimitero delle Fontanelle.

Questo luogo è una antichissima cava di tufo, che già molto prima del 1500 veniva usata per depositare i morti delle varie catastrofi che si abbattevano periodicamente sulla mia città.

Pensate che solo fra il periodo tra 1562 e il 1707 ci saranno tre rivolte popolari per cacciare i vari invasori di turno, tre carestie (ovviamente), tre terremoti notevolmente intensi, ben cinque eruzioni del nostro amatissimo Vesuvio e come se tutto ciò non bastasse si intervallarono anche tre epidemie di peste. Ora è ovvio che il popolo napoletano avesse fatto amicizia con la morte e pur trattandola con rispetto la considerava oramai di famiglia!

Durante la peste del 1656, che dimezzò la popolazione locale al ritmo di 1.500 morti al giorno, ci si vide nella necessità di trovare un posto per depositare tutti i cadaveri, e per fare questo si usarono tutti i luoghi possibili… persino delle fosse comuni scavate al centro delle piazze.

Uno dei luoghi in cui furono accumulati i corpi era una delle varie cave di tufo che c’erano nella zona periferica al rione Sanità: la cava delle Fontanelle appunto. In questa vennero deposti migliaia di corpi, tutti senza nome tranne due : quello del conte Filippo Carafa di Cerreto dei duchi di Maddaloni e sua moglie, che pare fosse stata uccisa e non morta di peste.

Sono gli unici due corpi deposti in una bara con un nome e la cosa che più sconvolge chi visita questi luoghi è che dopo tutti questi secoli i tratti somatici della contessa siano ancora riconoscibili.

Col passare degli anni questa cava fu riusata per la deposizione di corpi fin quando alla fine dell’ottocento alcuni fedeli guidati da padre Gaetano Barbati disposero in ordinate cataste le migliaia di ossa umane ritrovate nel cimitero.

Su questa cava venne poi costruita in quel periodo la chiesa di Maria Santissima del Carmine, che praticamente da’ accesso al cimitero posto nel suo sottosuolo.

Nella tradizione popolare vi è a volte tanta magia e bontà… ed anche qui accadde uno speciale “miracolo”, la gente comune cominciò ad andare nella cava e iniziò a prendersi cura delle ossa di quei poveri morti senza nome, adottandole.

Ognuno aveva il suo scheletro preferito, lo puliva, gli accendeva lumini, gli recitava preghiere nella convinzione che quest’anima, come le altre avesse trovato un posto nel purgatorio e che pregando gli si sarebbe resa più facile la via d’accesso al paradiso.

Credo che pochi napoletani non siano mai andati al cimitero delle Fontanelle, pochi si, ma tutti lo conoscono!

Io da piccola ci andavo con i miei, vero non sempre, ma capitava e quello che m’è rimasto sempre impresso è che in un posto come quello, nel sottosuolo, circondata da cataste di teschi e tante candele non ci fosse paura, impressione o altra sensazione sgradevole.

Non ho avuto mai paura in quel posto, non mi è mai venuto in mente di essere in pericolo o di trovarmi con degli scheletri spaventosi. Ora non so se è una forma di suggestione al contrario, ma per me ha sempre funzionato così e credo anche per tutte le migliaia di persone che lo visitavano e lo continuano a visitare tutt’oggi.

A Napoli era sorto un culto, una passione tanto forte che negli anni ’50 addirittura vi era una linea tranviaria dedicata al cimitero in questione, per sopperire alla mole di traffico che c’era.

Ora il passaggio non è più così frequente come prima, anche perché dal 1969 il Tribunale Ecclesiastico ha vietato ogni forma di devozione per i resti umani perché ritenuta superstiziosa e quindi contraria alla dottrina cattolica, ma c’è sempre qualcuno che va a trovare il suo morto “pezzentello” , che gli lucida le ossa, che gli accende una candela e gli dedica una preghiera.

Molti hanno anche identificato con dei nomi alcuni scheletri, nomi che a dir loro gli sono stati dati in sogno, nomi che sono giunti fino a noi per una grazia ricevuta, per una preghiera in più fatta, per una fede più forte delle leggi di qualsiasi Tribunale.

Ci sono molti racconti che parlano di visioni in sogno dove queste anime si presentano a chi le curava oramai da anni, che le ringraziano con un favore oppure che comunicano loro che le preghiere ricevute sono andate a buon fine e che finalmente hanno lasciato il purgatorio in cui erano e sono stati ammessi in luoghi migliori.

Ci si può credere o sorriderne o gridare alla vergogna di tali usanze barbare, ma chi va li non lo fa per ottenere qualcosa, lo fa solo perché in fondo al cuore pensa che siamo tutti uguali e che dedicare un pensiero o un’attenzione a chi c’è o a chi non c’è più fa bene comunque e mai male.

Una passione e una tradizione che non so se esiste altrove nello stesso modo, ma sicuramente una dedizione disinteressata, una protezione per chi non c’è più ma che è ancora intorno a noi, solo in un’altra dimensione, una dimensione che a volte abbiamo anche la capacità di vedere e di apprezzare e che merita la nostra attenzione anche con piccole cose come un lumino o una preghiera.

Cose semplici in fondo che non costano nulla e danno un po di serenità a chi le fa e a chi le riceve.

Scugnizzo





Scugnizzo Oggetto:   24 Dic, 2007 - 15:33  Profilo Rispondi citando   

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Porta Nolana



La Piazza: tra il corso Garibaldi e via San Cosmo fuori Porta Nolana e via Nolana.
La Via: da Corso Umberto I°, oltre la via Egiziaca a Forcella, a piazza Nolana, Quartiere Mercato e Pendino.
Anticamente la bella porta quattrocentesca fu detta: "Porta Forcillensis" perché ubicata nella zona di Forcella. Fu Spostata nel luogo dove tutt' ora si trova dagli Aragonesi, nel vasto disegno di rinnovamento delle mura cittadine.
Si chiama così perché apriva la strada che portava a Nola. Fu costruita per sostituire quella di Forcella, che si trovava tra l 'attuale ospedale Ascalesi e l' Annunziata. Anche se si trova in parte coperta da misere case, essa conserva ancora le sue antiche forme architettoniche , che nella loro semplicità mostrano chiaramente lo svolgimento di elementi decorativi in funzione del carattere difensivo dell' opera; gli elementi plastici sono infatti limitati al semplice risalto della cornice , al bassorilievo e agli stemmi. Sull'arco della porta si ammira un bel bassorilievo rinascimentale che si crede rappresenti Ferrante I d'Aragona. Due torri fiancheggiano la porta e recano il nome la Fede , quella a sud , e la Speranza quella a nord , con l' indicazione dell' anno 1555 . La torre della Fede é in parte cavata per la costruzione di vani abitabili e vi è un terraneo adibito a bottega sul fronte di via Cesare Carmigliano . Su questa torre vi è inverosimilmente una costruzione abitata, con tre balconcini e una finestra addirittura sull' arco. Sulla torre Speranza, ancora piena , invece fino a poco tempo fa vi trovava posto una fitta vegetazione spontanea.
La porta Nolana ha un arco a tutto sesto e il fornice è rivestito da un'ornia marmorea , abbastanza larga, incorniciata da un grosso toro. Nello spessore del muro (sottarco e piedritti) vi è ancora la scanalatura per la saracinesca. All' esterno della porta ,sopra l' ornia vi sono tre stemmi di marmo sporgenti dal muro: il centrale , sottostante al bassorilievo, ha la forma a fronte di cavallo e porta le armi aragonesi, inquartate con quelle angioine. E' diviso in quattro campi: nel primo e nel quarto sono i pali d' Aragona; nel secondo e nel terzo, interzato nel palo, sono raffigurate le armi d'Ungheria , le fasce di Francia e Angiò, i gigli e Gerusalemme ; la croce potenziata e quattro croci più piccole, simili, sono nei quattro angoli formati dai bracci della croce. I due scudi laterali, invece, sono sannitici, e le armi sono state abrase. Al di sopra di questi stemmi vi è un bassorilievo scolpito su una lastra di marmo che rappresenta a forte rilievo un sovrano rivestito da completa armatura, ma privo di celata, a testa scoperta e con corona, in groppa a un cavallo. Nella zona popolosa dove si trova la Porta ha luogo un vivacissimo mercato del pesce.





si può notare che i torrioni sono abitati
e che mai nessuna autorità ne prende atto.

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Rossella49 Oggetto:   24 Dic, 2007 - 12:11  Profilo Rispondi citando   

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Il presepe napoletano: fiorì particolarmente nel periodo settecentesco grazie a Carlo III di Borbone, che fece del presepio a Napoli una delle più importanti attività artistiche. Le statuine erano dei capolavori realizzati da artisti e collocate in ampi paesaggi ricchi di personaggi e di scene ispirate alla vita di tutti i giorni.

Scugnizzo Oggetto: NAPOLI CONTINUA  24 Dic, 2007 - 09:46  Profilo Rispondi citando   

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Ecco alcune delle testimonianze dello stato
di abbandono delle opere d'arte tramandatoci
dai secoli di storia infinita




Questa è PORTACAPUANA


PORTACAPUANA il portale


PORTA SAN.GENNARO
oltre queste vi sono ancora tante altre porte
poichè Napoli era racchiusa entro queste porte

Scugnizzo

Scugnizzo Oggetto: NAPOLI L'ASSURDO  24 Dic, 2007 - 08:44  Profilo Rispondi citando   

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Un sincero augurio a ROSSELLA 49 con infiniti ringraziamenti x il gentilissimo pensiero.

NAPOLI l'incarnazione dell'assurdo,contradditorio,
incongrueze,e disparità infinite,amore,odio e tanta pena.
Una citta che ad ogni angolo viè una testimonianza di
storia un pezzo d'arte sepolte nell'immondizia e nella
trascuratezza,
Il 15 Giugno 1484 fu inaugurata l'estensione muraria aragonese per volere di Ferrante I d'Aragona, questa era composta di 22 torri cilindriche che partendo dal Carmine e risalendo l'attuale C.so Garibaldi giungeva alla nuova posizione della ricostruita Porta Capuana, su un progetto di Giuliano da Majano, quindi percorreva via C. Rossaroll per volgere ad ovest e ricongiungersi con Porta S. Gennaro.
Di fianco la cinta muraria e la Porta Capuana in una stampa del 1663
La Porta Capuana è ben conservata e visibile in tutto il suo splendore contornata delle due torri cave denominate Onore e Virtù.



Sopra e di fianco si ammirano la Porta per intero ed il particolare del suo arco sormontato dallo stemma del Ferrante d'Aragona, la Porta fu terminata nel 1488 e vi fu apposta la scultura dell'incoronazione del re aragonese, tale scultura fu poi successivamente divelta con l'arrivo dei nuovi padroni spagnoli qualche secolo dopo.

Ciò che invece resta delle torri e della muratura versa in pessime condizioni, vittima dell'edificazione selvaggia come in via G. Leonardi Albanese, dove la torre è abitata e le mura fungono da fondamenta.

Altre torri sono ancora visibili su via Rossaroll e sulle strade ad essa adiacenti e sono in stato di completo abbandono pur essendo vivida testimonianza di quella città che era definita in tutte le cartografie la "Napoli Gentile". Le vediamo fotografate in basso.

Scugnizzo








N

Rossella49 Oggetto:   23 Dic, 2007 - 13:42  Profilo Rispondi citando   

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Caro Scugnizzo mi piacerebbe venire a Napoli a vedere le sue opere d'arte.....Intanto Buon Natale a te e alla tua famiglia.....




Pieter Bruegel
Adorazione dei Re Magi nella neve

L'arte di Bruegel descrive le manifestazioni della vita: proprio in queste egli ricerca, e trova, lo stravagante e il grottesco. Poco gli importa di mostrare i fatti e gli uomini come dovrebbero essere.

L'inverno è un soggetto molto rappresentato da Bruegel, esprime una dolce e profonda intimità. Qui è anche evidente la rappresentazione del villaggio fiammingo, altro elemento tipico della sua pittura, con i suoi abitanti presi nelle loro fatiche quotidiane, le gioie e le pene.

La scena dell'adorazione è relegata in un angolo, in secondo piano rispetto agli eventi. È la quotidianità ad occupare la scena; la quotidianità così cara all'artista da meritare una descrizione ricca di particolari.



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lacasadigiulia
Scugnizzo Oggetto: SPACCANAPOLI  23 Dic, 2007 - 09:56  Profilo Rispondi citando   

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Nell'occasione del Santo Natale x chi avendo
l'opportunità di passare o andarci x visitarla
Napoli riserva sempre delle piacevole sorprese
anche hai propi cittadini.

Via San Gregorio Armeno


Napoli e 'o presepio: il legame è indissolubile. La caratteristica strada dell’artigianato presepiale è Via San Gregorio Armeno. Una strada detta platea nostriana perchè qui il XV vescovo di Napoli, S. Nostriano, fece costruire le terme per i poveri. Il vescovo Agnello vi edificò invece la prima basilica cittadina. Questa chiesa è ancora oggi visitabile, seppure interamente modificata. La strada ha mantenuto nei secoli una straordinaria vitalità: è un luogo cardine di Napoli, capace di connettere il vero centro della città antica, oggi identificabile in parte con piazza S. Gaetano, con le principali arterie, come via S. Biagio dei Librai e via Tribunali. Potremmo definirla come il centro artistico e culturale di un tempo: nel passato qui si susseguivano le botteghe di artisti, pittori, scultori, argentieri, intagliatori, doratori, che con la loro sapiente arte hanno reso famosi chiese e palazzi. E bisogna ricordare che nei pressi di questa strada, a via S. Biagio dei Librai, in un palazzo in cui si accede anche da S. Gregorio, un libraio diede i natali a Gian Battista Vico. Più avanti, presso piazza S. Domenico Maggiore, una lapide ricorda la dimora di Francesco de Sanctis; nello splendido Palazzo Filomarino, inoltre, visse lo stesso Benedetto Croce. Ma San Gregorio Armeno va ricordata soprattutto per la fiorente produzione di pastori in terracotta. Ed ecco i Ferrigno, i Giannotti, i Maddaloni: tutti di antica tradizione familiare. Moltissimi ogni anno i visitatori che da tutto il mondo arrivano ad affollare la via, che per la Fiera dei Pastori di Natale si carica di un’atmosfera di grande fascino. Non può mancare una visita alla Chiesa di S. Gregorio Armeno, legata alla devozione popolare. Particolare rilevanza ha il culto delle tante reliquie del sangue, variamente soggette a liquefazioni o rosseggiamenti in certe ricorrenze tradizionali, come per S. Protaso, S. Pantaleone, S. Stefano, S. Lorenzo, S. Patrizia, S. Girolamo e S. Giovanni Battista. La costruzione ebbe inizio nel 1574, anno in cui la badessa Donna Giulia Caracciolo pensò all'erezione di una nuova chiesa, consacrata nel 1579 e l'anno successivo dedicata a S. Gregorio, come ricordano le iscrizioni nell'atrio. La facciata presenta tre arcate a bugno di piperno, sormontate da quattro lesene toscane con fregio dorico e tre finestroni. Si accede all'interno mediante un portale di noce con intagli a rilievo dei quattro evangelisti e dei Santi Stefano e Lorenzo. La chiesa è ad una sola navata, con cinque arcate per lato, alternate a pilastri compositi. L'interno fu affrescato da Luca Giordano nel 1679, in occasione del primo centenario della sua costruzione. Sul muro d'ingresso è narrato l'arrivo delle monache greche a Napoli. Lateralmente possiamo notare due quadri di Silvestro Buono, che raffigurano i santi Girolamo e Francesco. Tra i finestroni ammiriamo scene della vita di San Gregorio affrescate dal Giordano. Alcune delle cappelle conservano colonne corinzie di marmo rosa appartenenti alla veste cinquecentesca. Nella prima a destra ammiriamo un'Annunciazione attribuita a Pacecco de Rosa, un'antica statua di S. Donato in legno colorato ed un'altra di S. Apollonia. Nella seconda cappella vi è una tela raffigurante la Vergine con i Santi Pantaleone ed Antonio, attribuita al Sarnelli. La terza cappella è dedicata a S. Gregorio Armeno: sull'altare vi è una tela opera di Fracanzano. La quarta cappella conserva una tela di Niccolò Malinconico, rappresentante la Vergine del Rosario. Dal lato opposto, la cappella accanto all'organo è dedicata a S. Benedetto: la tela che lo raffigura è attribuita al maestro spagnolo Ribera. Interessante una miracolosa immagine del Cristo, scultura lignea del tardo '400 che pare appartenesse alla vecchia chiesa e che Pane definisce "immagine drammatica e splendida". Magnifico è l'altare maggiore, opera di Dionisio Lazzari, la cui balaustra rappresenta un mirabile esempio dell'artigianato partenopeo per i trafori in marmo bianco. A destra si nota una grande raggiera di ottone che sormonta una tripartita, superba realizzazione dei maestri ottonari napoletani. E’ il comunichino della badessa dietro il quale le monache ascoltavano la messa. Da notare anche il soffitto ligneo iniziato nel 1580: intagliato e dorato, contiene pitture di Teodoro Fiammingo. Bella la sacrestia dalla volta affrescata di De Matteis e definita una “stanza di paradiso in terra”, tra lo splendore degli arredi e degli argenti. Tipo
culturale

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