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Oggetto: LA STRADA DELL'ARTE 14 Gen, 2008 - 07:44
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SI cosi si potrebbe chiamare "La strada dell'ARTE" Attualmente diversi nomi le sono stati attribuiti come: Decumano inferiore, Spaccanapoli, il suo nome reale è: Via San Biagio dei Librai,in questa strada che letteralmente spacca Napoli in due vi sono profuse moltissime testimonianze di Arte antiche e recenti. Quando sembra che una strada nn abbia interesse storico od altro potete esserne certi che state camminando sulla "Napoli Sotteranea" L'origine e la storia del Sacro Monte e Banco dei Poveri
Il Banco dei Poveri è uno degli otto banchi pubblici sorti, tra il XVI ed il XVII secolo*(2), a Napoli, dalla cui successiva fusione e soppressione sorgerà il Banco delle Due Sicilie, nel 1808, e da quest'ultimo, nel 1861, il Banco di Napoli. A differenza degli altri banchi pubblici napoletani, il Banco dei Poveri ebbe un'origine curialesca*(3). Il canonico Carlo Celano, nel suo itinerario napoletano tra le bellezze, le antichità e le curiosità della città di Napoli, ricordava*(4) che intorno al 1563 un avvocato regalò cinque carlini, cioè mezzo ducato, ad un carcerato che, disperato, glieli avrebbe chiesti, offrendogli in pegno il proprio giubbotto, per pagare il suo debito ed uscire, così, di prigione. Indipendentemente dalla veridicità del racconto di Celano, l'apporto dato dalla gente di toga fu determinante sin da quando l'iniziale opera di assistenza, molto modesta, si trasformò in attività creditizia, dando luogo ad uno dei più prestigiosi istituti di credito napoletani tra il XVII e XVIII secolo.
Il Banco in questione, infatti, nacque dalla fusione di due Congregazioni religiose, quella di S. Maria del Monte dei Poveri e la Compagnia del SS. Nome di Dio, la prima delle quali era attiva sin dal 1563 e teneva le sue riunioni nella chiesa dei SS. Apostoli dei PP. Teatini fino al 1571, anno a partire dal quale fu ospitata presso la chiesa di S. Giorgio Maggiore.
I membri di questa Congregazione nominavano ogni anno, l'ultima domenica d'agosto, nove governatori in corrispondenza del numero delle ottine o quartieri di Napoli: questi erano incaricati di raccogliere le elemosine e di assistere i poveri. Sicuramente, il ricavato di tale questua non doveva essere gran cosa, in corrispondenza alla modestia delle entrate: ciò appare evidente anche dai rendiconti relativi ad alcuni mesi del 1573 segnati nel Libro del Tesoriere che riportano un movimento mensile che non va oltre i sei ducati, raccolti, per lo più, dalle cassette delle elemosine della chiesa di S. Giorgio Maggiore. Ma, contrariamente ai rendiconti, il patrimonio della Congregazione poteva vantare la proprietà di una "massaria", donazione di Dianora Cerqua, senza dire che, nella seconda metà degli anni settanta del XVI secolo, le entrate erano aumentate grazie, forse, al maggior numero di questuanti e - cosa di grande rilievo - grazie alla distribuzione di fogli pubblicitari a stampa, assicuranti indulgenze ed all'affissione di manifesti per le strade.
Nel 1577 fu iniziata la costruzione della Cappella con relativo Oratorio, terminata nel 1579, ubicata nel portico della stessa chiesa di S. Giorgio Maggiore. Ultimata la Cappella, l'attività della Congregazione si limitò alle opere di assistenza ai carcerati, agli ammalati poveri ed ai confratelli bisognosi.
Sin dal 1577, inoltre, il Monte dei Poveri, riconosciuto da una bolla emanata da papa Gregorio XIII, cominciò a ricevere depositi e a emettere fedi di credito, mentre il viceré, Duca di Ossuna, approvava i capitoli del Monte, concedendogli la facoltà di utilizzare il denaro depositato per mutui sui pegni*(5). L'approvazione del Viceré suscitò le rimostranze del Monte di Pietà - primo Monte, sorto nel 1539, a fare prestiti gratuiti sopra pegni - che si preoccupava della concorrenza diretta del nascente Monte. Nonostante questa levata di scudi, però, la questione non ebbe alcuna conseguenza negativa per il Monte dei Poveri, evidentemente perché in una città popolosa come Napoli, c'era un'ampia richiesta di simili istituti.
Nel Libro del Tesoriere compaiono anche gli accrescimenti patrimoniali della Congregazione entro il 1585: da Pellegrina Maietta ereditò, nel 1584, una casa ed alcune botteghe ubicate nella Piazza di Forcella, col vincolo di far celebrare delle messe per la sua anima. Inoltre, dalle polizze esaminate risulta che il Banco possedeva anche appartamenti nei quartieri della Concordia, del Mercato, della Vicaria e di Pontenuovo*(6).
Nel 1582 papa Gregorio XIII, con un Breve, concesse l'indulgenza plenaria per dieci anni all'orazione delle Quaranta ore da celebrarsi nell'Oratorio; qualche anno dopo, nel 1586, papa Sisto V riconobbe l'attività della Congregazione.
Il Monte dei Poveri era conosciuto anche come Monte della Vicaria, dal momento che, nel 1585, la Congregazione di S. Maria del Monte dei Poveri chiedeva al Viceré, la concessione di un piccolo vano nel Palazzo della Vicaria, dove costruì un altare ed esercitò l'attività di deposito e di concessione di prestiti su pegni: fino all'anno 1585 questo sembra sia stato l'unico legame che tale Congregazione avrebbe avuto con il ceto forense.
La Compagnia del SS. Nome di Dio, sorta nel 1583 su iniziativa di Orazio Teodoro, ospitata nel convento di S. Severo Maggiore di Napoli dei PP. Riformati di S. Domenico, a Forcella, ed approvata da un Breve di papa Gregorio XIII, annoverava, tra i suoi membri, due insigni personalità del foro napoletano: Michele Zappullo e Scipione Roviglione*(7).
Tale legame esistente tra i componenti le due Congregazioni diede luogo alla fusione delle due Compagnie: tra questi si ricorda l'avvocato Aniello Longo ed altre tre personalità probabilmente appartenenti alla magistratura quali Cesare Manforte, Giovan Geronimo Funicella ed Alessandro Febo. I nomi di questi ultimi, infatti, sono preceduti dall'appellativo magnifico. Nonostante il ruolo svolto da queste personalità, l'unione delle due Compagnie non fu del tutto pacifica: diverse furono le dispute tra i loro membri, ciò comportò l'azione separata delle suddette per più di dieci anni, fino all'ottobre 1598 quando, su iniziativa di Michele Zappullo, si provvide nuovamente all'unificazione avvenuta nel 1599. Si scelse, quindi, quale unica sede, quella ubicata nel portico della chiesa di S. Giorgio Maggiore. Conseguenza della fusione fu anche l'aumento del numero degli aderenti, che consentì di assicurare una maggiore assistenza ai carcerati*( .
Nel 1585, la Congregazione di S. Maria dei Poveri ottenne l'autorizzazione ad anticipare, su pegni, denaro ai carcerati, motivo per cui dovette assicurarsi un capitale, che fu di 600 ducati. Parte del denaro raccolto nei primi anni di attività fu destinato ai lavori del Monte che doveva conservare pegni sempre più numerosi. Infatti, tra il 1598 ed il 1599, la loro quantità fu tale da richiedere l'assunzione del guardaroba, impiegato addetto alla conservazione dei pegni e responsabile degli stessi. Tuttavia, solo qualche anno più tardi ci sarà la nascita del Banco vero e proprio con sede nel locale ubicato nel cortile della Vicaria, presso la scala da cui si saliva alla Sala del Consiglio. Nel 1605 furono introdotte, su licenza del Viceré, le fedi di deposito con il sigillo del Monte dei Poveri e Nome di Dio e, l'anno dopo, si adottò il titolo definitivo di Sacro Monte e Banco dei Poveri. Nel 1608, poi, sarebbero stati introdotte tutte le figure di funzionario - Libro maggiore, Cassiere, Pandettario e Giornali - esistenti negli altri banchi mentre, nel 1612, furono redatte le nuove capitolazioni che ebbero il regio assenso una ventina d'anni dopo, dal conte di Monterey. Infine, il 16 marzo 1616, divenuti ormai insufficienti i locali di Castel Capuano, fu acquistato per 10.000 scudi il palazzo di Gaspare Ricca, di fronte al Castello: il palazzo divenne sede definitiva del Banco dal 9 marzo 1617. Il Monte, tuttavia, conservò la vecchia cappella di S. Severo e l'oratorio nella chiesa di S. Giorgio Maggiore fin quando questa non fu ricostruita nel 1643, anno in cui si provvide alla costruzione di un oratorio nel palazzo Ricca, sopra la guardaroba dei pegni. Infine, nel 1663, venne edificata, in fondo al cortile, una splendida cappella su disegno di don Giuseppe Caracciolo*(9).
Concludendo, va comunque sottolineato che i primi depositi, avvenuti nel 1600, furono imposti da alcuni magistrati, quindi furono depositi obbligatori legati anche ad attuari, cioè funzionari del Tribunale, sorta di cancellieri. Inoltre, i confratelli della Congregazione, in gran parte avvocati e magistrati, proprio per dare maggior credito al Banco, decisero di togliere il proprio denaro dagli altri banchi per depositarlo nella Cassa di depositi del Monte dei Poveri, invitando i loro amici e spingendo persino la Regia Corte a fare altrettanto. Così, a partire dal 1603, si nota un aumento dei depositi e non solo di quelli obbligati*(10).
Si deduce, quindi, da tali notizie che, in diversi modi l'aiuto del ceto forense fu determinante per il decollo del Banco dei Poveri: ciò non solo per motivi di ordine economico, ma soprattutto per il prestigio ed il potere esercitato da quel ceto borghese, temuto e rispettato da tutti. P.S. Mi scuso con gli eventuali lettori se ometto ulteriore notizie ma cerco di sintetizzare al massimo anche x nn tediare troppo x la lungaggine dei post.
 Palazzo del Banco dei Pegni a SPACCANAPOLI
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Oggetto: IL DUOMO DI NAPOLI 13 Gen, 2008 - 23:29
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Un vicolo,una strada come tutte ed ecco d'improvviso uno spiazzo e la maestosa facciata di un tempio una chiesa una cattedrale eretta quando ancora la civilta faceva capolino e si affermava attraversando secoli x il piacere di farsi ammirare dal xx secolo.
Il Duomo di Napoli
La zona in cui si trova il complesso del Duomo fu centro di culto già in epoca greca, era, infatti, sede di un tempio dedicato ad Apollo. In seguito ospitò alcune delle prime chiese cristiane della città: Santa Restituta, dalla quale si accede al Battistero di San Giovanni in Fonte, e la Stefania della fine del V secolo. La cattedrale fu innalzata nel 1294 per volontà di Carlo II d'Angiò. Furono utilizzati materiali di spoglio come le 110 colonne di epoca greco-romana addossate ai sedici grandi pilastri delle navate. Nell'arco della sua storia, la cattedrale ha subito numerosissimi interventi che l'hanno modificata secondo il gusto del tempo. Tra questi, nel 1600 fu coperta la maestosa capriata lignea con un soffitto a cassettoni per volere del cardinale Decio Carafa. Il soffitto fu decorato con dorature ed intagli contenenti tele del Santafede, di Girolamo Imparato e di Luca Giordano. L'ultimo restauro realizzato risale al 1972. Anche la facciata ha subito numerosi rimaneggiamenti nel tempo. La cattedrale è a croce latina, a tre navate, di cui quella centrale è larga il doppio di quelle laterali e termina con un abside a pianta poligonale alta oltre trenta metri in cui troneggia l'altare maggiore. Anche le due navate laterali, coperte da volte a crociera, terminano con con absidi più piccole, accanto a ciascuna delle quali ci sono due cappelle: la Cappella dei Minutolo, a destra, e quella degli Illustrissimi, a sinistra, di periodo gotico. In prosecuzione del lato sinistro del transetto c'è la cappella di San Ludovico di Tolosa, detta anche Sagrestia Maggiore, costruita all'inizio del XIV secolo. Di grande importanza il fonte battesimale del Seicento, voluto da Decio Carafa realizzato con gambo di porfido e vasca di basalto egiziano, di provenienza pagana, con tirsi e maschere bacchiche di fattura greca. Di grande rilievo è anche la Cappella del Crocefisso. Sotto la tribuna dell'altare maggiore c'è il Succorpo di San Gennaro. Il campanile della cattedrale era originariamente isolato e crollò con il terremoto del 1349; di esso si salvò solo il basamento che fu riutilizzato per la sua ricostruzione tra il 1451 ed il 1457. Alla fine del XVI secolo vi si addossarono vari costruzioni che lo nascosero del tutto e che sono poi state eliminate nel corso degli ultimi restauri. L'area del complesso della cattedrale ha subito un profondo cambiamento quando, nel 1860, Ferdinando II di Borbone realizzò l'allargamento della strada, l'attuale via Duomo, che comportò anche l'arretramento di alcuni fabbricati che vi si affacciavano. Dal Duomo si accede, inoltre, agli scavi archeologici sotterranei. P.S. Volendo si può inoltre visitare il Tesoro di San Gennaro,ricco di ori e argenti con statue pregevole e preziose tramandatoci a noi dai secoli.
 Il Duomo (centro storico)
 Interno della Cattedrale
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Oggetto: MONASTERO DI SANTA CHIARA NAPOLI 13 Gen, 2008 - 11:39
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Ci sono quadri di rinomati pittori indubbiamente belli ma in ogni quadro specie se il pittore è bravo ci inserisce qualcosa di suo della sua arte del suo estro rendendo la visione astratta alla realtà originale. Napoli qualsiasi pittore che vuole effigiarla nn a bisogno di nessun estro o bravura basta attenersi a ciò che tutti possono ammirare. Napoli può essere giudicata, malmenata, denigrata, ma dalla spazzatura risorge sempre come moderna FENICE . hiesa di Santa Chiara
La chiesa e il complesso monastico di Santa Chiara furono edificati tra il 1310 e il 1340 per volere di Roberto d'Angiò e della regina Sancia nei pressi della cinta muraria occidentale, all'inizio del decumano inferiore (oggi S.Biagio dei Librai, o Spaccanapoli). La chiesa fu originariamente costruita in forme gotiche provenzali da Gagliardo Primario, ma tra il XVII e il XVIII secolo fu ampiamente ristrutturata in stile barocco. Dopo i bombardamenti che la colpirono pesantemente nel 1943, e un incendio che la distrusse quasi interamente, è stata riportata all'aspetto iniziale con un restauro conclusosi nel 1953.
La facciata è sobria e imponente, con un grande rosone centrale. Il campanile, separato dalla struttura, fu iniziato nel 1328, ma completato solo nel '500, quando fu dotato anche di cinque campane; queste, cadute per il bombardamento del 1943, furono rimesse al loro posto nel 1949.
La facciata vista da piazza del Gesù
Il campanile della chiesa di Santa Chiara
L'interno è un vasto, alto ambiente rettangolare, su cui si affacciano le cappelle, illuminate da bifore e trifore. Dietro l'altare maggiore campeggia il grande sepolcro di Roberto, lievemente danneggiato dai bombardamenti; opera dei fratelli Giovanni e Pacio Bertini, rappresenta la figura seduta del re, ed è sovrastato da un'epigrafe attribuita a Francesco Petrarca ("cernite Robertum regem virtute refertum"), grande ammiratore del sovrano angioino. La nona cappella conserva la struttura barocca, ed accoglie le sepolture dei Borboni: in particolare, la sontuosa tomba del principe Filippo, primogenito di Carlo III, opera di Giuseppe Sanmartino (1777); di fronte a questa, è il sepolcro della venerabile Maria Cristina di Savoia, regina di Napoli. La prima cappella sulla sinistra, adiacente all'ingresso, ospita invece le spoglie di Salvo d'Acquisto, il carabiniere sacrificatosi, durante la II guerra mondiale, per salvare un gruppo di civili innocenti dalla rappresaglia nazista.
L'interno, sobrio e imponente, dell'abazia
Adiacente alla chiesa è il coro delle Clarisse, che conserva l'originaria struttura trecentesca e resti degli originali affreschi attribuiti a Giotto e alla sua bottega.
Celebre è poi il grandioso chiostro maiolicato delle Clarisse: originariamente di matrice gotica, questo fu trasformato nel 1742 da Domenico Antonio Vaccaro che ne rivestì la struttura e i ben 72 pilastri ottagonali di stupende mattonelle policrome in gusto rococò, disegnate dallo stesso Vaccaro e realizzate dai "riggiolari" napoletani Donato e Giuseppe Massa. I pilastri, intervallati da sedili, sono decorati con motivi a tralci di viti e glicini, che si avvolgono a spirale fino al capitello di sostegno del pergolato. Sulle spalliere dei sedili, anch'essi maiolicati, sono rappresentati motivi agresti, marinari e mitologici. Il chiostro vede la presenza di due ampi viali interni che si incrociano al centro e da ampie aree a giardino, prevalentemente destinato ad agrumeto; come si intuisce anche dai temi delle decorazioni, all'epoca esso si caratterizzava più come giardino di delizie che come luogo semplicemente destinato al raccoglimento e alla preghiera. Oggi è un efficace rifugio per chi cerca un angolo di quiete e silenzio nel cuore della città.
 LA CHIESA
 CHIOSTRO maiolicato
 CHIOSTRO (veduta d'insieme)

Scelta da TITTI
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Hermann Hesse "Paese, colline, montagne", acquerello (1926)
La storia personale ed umana di Hermann Hesse è travagliata e sofferta, sovente scandita da gravi crisi depressive, ed è proprio per alleviare il suo "male di vivere" che gli viene consigliato di dedicarsi alla pittura, una forma di arte-terapia che gli psicoanalisti che si susseguono alla sua cura giudicano particolarmente adatta alla sua personalità creativa. La fantasia creativa è infatti il mezzo terapeutico autopoietico, catartico che lo aiuterà a superare un particolare periodo di crisi depressiva quando, durante la seconda guerra mondiale, deve assistere agli orrori bellici: in quell'occasione, Hesse viene vivamente esortato da Jung, con il quale entra in rapporto, a combattere gli stati di sconforto legati all’umore e all'alternarsi di crisi depressive con la pratica pittorica, ricercando, attraverso l'esercizio della propria creatività, appagamento, serenità, capacità relazionale, risorse interiori per combattere l'apatia mentale e recuperare il rapporto con la propria interiorità emotiva.
La pittura si rivela in effetti per Hesse un potente mezzo di recupero della propria armonia interiore, una salutare via di fuga dalla realtà, quando questa diventa troppo dura da accettare e sopportare, un mezzo per sfuggire alla depressione senza perdere il contatto con la vita reale e rifugiarsi nella pazzia, come hanno fatto prima e dopo di lui tanti artisti, molti dei quali appartenenti all'Espressionismo tedesco: egli ne è cosciente, tanto che dice, descrivendo un suo particolare, difficile momento:"Allora mi feci piccino piccino ed entrai nel mio quadro, salii sul trenino e penetrai con esso nel piccolo tunnel nero... poi il fumo si ritirò e svanì, e con esso tutto il quadro con me insieme". La pittura, quindi, come fuga per la propria salvezza, come mezzo per esorcizzare gli orrori della vita e gli spettri della mente.
Hesse pittore è un autodidatta, seppure di eccezionale talento, e dell'autodidatta conserva una freschezza espressiva che sconfina spesso in una certa ingenuità visionaria che impedisce ogni presa di posizione intellettualistica: molto più che lo scrittore Hesse, il pittore sembra immerso in un contatto profondo, ancestrale, radicato con la natura intesa come madre-terra, come sorgente di vita, custode di ogni certezza, quasi una forma empatica che lo coinvolge e lo esalta come nient'altro e gli fà dire:"Dipingere è meraviglioso".
Come risalta fin da una prima occhiata al quadro proposto, uno dei tanti acquerelli di Hesse, il linguaggio formale appare caratterizzato da cromie variopinte, intense e penetranti, da nitidi contorni, da campiture decise, da una stratificazione insolitamente spessa del colore ad acqua, da scelte cromatiche che non hanno preoccupazioni naturalistiche, a denunciare la sua adesione spirituale ad una poetica di stampo espressionista (che forse gli è geneticamente congeniale), peraltro suffragata dalla frequentazione di molti artisti dell'epoca (quali ad esempio Moilliet, Amiet, Klee, Derain) e dalla conoscenza del movimento impressionista attraverso l'opera di Cezanne.
A fronte della sua attività letteraria, l'opera pittorica di Hesse appare comunque caratterizzata da una drammaticità meno sofferta, presente, sì, nella narrazione incisiva, talvolta concitata, dai colori forti e dalle forme decise, ma sempre rasserenata, come nel dipinto in esame, dalla contemplazione della natura e dall'amore per il mondo semplice e sereno della cultura agreste: l'ambito ludico nel quale ha origine la sua poetica funziona da catalizzatore ai fini di un esito estetico sostanzialmente controllato, composto ed a tratti gioioso, perchè dipingere è per Hesse prima di tutto una gioia, come testimonia questa sua poesia, rimandandovi, per altre sue liriche, ad una pagina di Wolfgang Pruscha :
Gioia del pittore
I campi portano grano e costano denaro, sono insidiati i prati dal filo spinato, bisogno e avidità hanno allignato, tutto appare murato e corrotto.
Ma qui nei miei occhi alberga un ordine diverso di ogni cosa, si estingue il violetto, la porpora troneggia, di lei io canto la canzone innocua.
Giallo su giallo, e giallo unito a rosso, fresco azzurrino velato di rossore luce e colore balza di mondo in mondo, s'inarca e risuona in onde d'amore.
Regna lo spirito che ogni morbo guarisce, risuona verde da rinata sorgente, nuovo e ricco di senso il mondo si spartisce e il cuore si fa lieto e lucente.
Da artonweb Wilma Torselli
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Oggetto: NAPOLI POMPEI 10 Gen, 2008 - 18:08
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Ancora una perla tramandatoci dai secoli. POMPEI Un post interessante x chi a già visitato Pompei e x chi un giorno avrà la ventura di visitarlo . Pompei - scavi archeologici Aperto tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.30 (da ottobre a febbraio fino alle 17.00) La storia di Pompei inizia verso la fine del II millennio a. C., quando le popolazioni italiche della Campania centro-meridionale, gli Opici, occuparono l'estremità di un'antichissima colata lavica che, dalle pendici meridionali del Vesuvio, si protendeva verso il mare. Questo pianoro dalle pareti scoscese, circondato su due lati dal fiume Sarno e situato vicino alla costa, si presentava ai suoi primi abitanti come un luogo ottimale per l'insediamento: poteva essere facilmente difeso, l'acqua non mancava e l'attività preistorica del vulcano aveva reso fertili le terre circostanti. Inoltre dal pianoro di Pompei si dominava quasi tutta la costa del Golfo di Napoli e si poteva controllare la foce del fiume, punto di arrivo al mare delle vie e dei traffici provenienti dalla pianura interna. Di questo primo abitato non sappiamo praticamente nulla, poiché gli strati più antichi sotto le case della città romana non sono stati quasi mai raggiunti dalle ricerche archeologiche. Tutto quello che ci rimane è un nucleo di frammenti ceramici raccolti in vari punti della città. Molto tempo dopo, nel VI secolo a. C., avvenne la prima grande trasformazione dell'antico abitato. Tutto il pianoro venne cinto da un muro di fortificazione e furono costruiti per la prima volta i templi più antichi della città: il tempio di Apollo e il tempio dorico. Nonostante sia stata accertata già in quest'epoca la presenza di imponenti edifici pubblici, ampie porzioni dello spazio racchiuso dalle mura non furono edificate e probabilmente utilizzate per l'agricoltura o per l'allevamento. L'approdo presso la foce del fiume aveva intanto favorito la nascita di un mercato, dove si concentrarono le attività commerciali tra le genti italiche e le popolazioni greche ed etrusche della regione. Alla fine del V secolo a. C. Cuma e Capua, le due "capitali" della Campania, furono conquistate dai Sanniti, un popolo italico che proveniva dalle zone interne dell'appennino abruzzese e molisano, attirato dalle fertili terre vicine alla costa. L'ondata degli invasori investì probabilmente anche il piccolo centro di Pompei, ma la struttura dell'abitato restò sostanzialmente immutata. L'ultima fase della storia della città inizia con il II secolo a C., quando Roma concluse felicemente la seconda guerra contro Cartagine e consolidò il suo potere sulle città campane. Pompei si abbellì con edifici, sia pubblici sia privati, simili a quelli che si trovavano nelle città latine e a Roma stessa. Nell'80 a. C. il dittatore romano Silla conquistò militarmente Pompei dopo un lungo assedio e vi fondò una colonia. Da questo momento in poi i magistrati sannitici (meddices) vennero soppressi e la città fu retta da un senato di circa 100 membri (ordo) da due edili (magistrati addetti alla manutenzione dei monumenti e delle strade della città) e da due duoviri (i sommi magistrati a cui era affidato il potere esecutivo). Nel 62 d. C. un disastroso terremoto si abbatté sulle città del Golfo di Napoli danneggiando gravemente anche Pompei. Nerone, allora imperatore, si impegnò personalmente nella ricostruzione delle città colpite dal sisma. Si trattava però dell'inizio della fine. Alla prima grande scossa ne seguirono altre di minore entità, ma con frequenza sempre più intensa. Molte case ed edifici pubblici erano ancora in riparazione la fatidica notte del 24 Agosto 79.
ORIGINI E STORIA
Pompei ha origini antiche quanto quelle di Roma: infatti la «gens pompeia» proveniente dagli Oschi, uno dei primi popoli italici, nell’VIII secolo a.C., fondò e diede il nome al primo aggregato urbano. Luogo di passaggio obbligato tra il nord ed il sud, tra il mare e le interne ricche vallate, ben presto Pompei diventa importante nodo viario e portuale e, pertanto, ambita preda per i potenti stati confinanti. Primo a sottomettere Pompei è lo Stato greco di Cuma. A questo, solo per il periodo tra il 525 e il 474 a.C., viene sottratta dagli Etruschi in piena espansione. Sul finire del quinto secolo è conquistata dai Sanniti che dalla zona appenninica di Isernia dilagano prepotentemente verso il mare Tirreno. Nel 310 a.C. anche i Sanniti vengono sconfitti dai romani e, Pompei, è consociata al nuovo Stato. Ribellatasi con la Lega Italica nell’89 a.C., viene espugnata da Silla, e pur salvandosi dalla distruzione, perde ogni residua autonomia divenendo «Colonia Veneria Cornelia P.» in onore del conquistatore. In questi seicento anni ogni popolo invasore trapianta i propri costumi e la propria arte a Pompei, soprattutto i Sanniti di cui restano, dopo quattro secoli di progressiva romanizzazione, impronte rilevanti nelle costruzioni e nell’arte.
LA PRIMA TRAGEDIA E LA FINE
Nonostante tante travolgenti vicissitudini politiche, Pompei continuò incessantemente il suo sviluppo da modesto centro agricolo a importante nodo industriale e commerciale. La prima vera grande sciagura sopravviene con il terribile terremoto del 62 d.C., che riduce la città a un cumulo di macerie. Solo l’indomita tenacia e la capacità dei cittadini superstiti riescono ben presto a riattivare le attività industriali, commerciali ed a ricostruire la città semidistrutta. Già stanno provvedendo ad ultimare e ad ampliare i templi quando improvvisa sopraggiunge la seconda e irreparabile sciagura: il Vesuvio, da secoli considerato un vulcano spento e quindi ricco di vigneti e di ville rustiche e di residenze sontuose, il 24 agosto (per i naturalisti il 24 novembre) del 79 d.C., poco dopo mezzogiorno, si ridesta improvviso ed esplode con una potenza inesorabilmente distruttrice. Plinio il Giovane, da Miseno, è testimone dello spaventoso spettacolo «il cui aspetto e forma nessun albero può rappresentare meglio di un pino»; ne dà una descrizione impressionante scrivendo anche le vicissitudini e la fine tragica dello zio (Plinio il Vecchio) che, trascinato dalla passione scientifica, accorre con una nave ad osservare da vicino lo spaventoso fenomeno e muore per soccorrere e rincuorare l’amico Pomponiano. Rapidamente sulle fiamme che salgono altissime si distende una immensa e nera nuvola che oscura il sole. Un diluvio di lapilli e scorie incandescenti si riversa su Pompei. Crollano mura e tetti e poi un’ondata di cenere mista ad acqua, cancella ogni forma di vita. Nel buio continuo la scena apocalittica è esaltata dai fulmini, terremoti e maremoti; i pochi superstiti che cercano scampo verso Stabia e Nocera vengono raggiunti e uccisi dai gas velenosi che si propagano ovunque. Questo inferno dura tre giorni e poi tutto è silenzio. Una coltre di morte, con cinque o sei metri di spessore, si stende da Ercolano a Stabia.
IL RISVEGLIO DOPO DICIANNOVE SECOLI
Il Vesuvio rimarrà desto per secoli e secoli sino ai giorni nostri; le altre città saranno ricostruite più o meno nello stesso posto, ma Pompei non risorge più quasi per duemila anni. La gente teme il terribile sortilegio incombente sul luogo. Sciacalli e cercatori di tesori trafugano per quanto possibile i resti ancora affioranti, poi Pompei viene dimenticata e se ne perde ogni traccia. Mille-seicento anni passano prima che se ne incontrino le prima vestigia e altri centocinquanta anni perché si abbia la sensazione della scoperta della città. Iniziano così gli scavi sotto i Borboni, ma solo per depredare la città delle opere più interessanti, opere che ben presto formano il grande Museo Nazionale di Napoli. Ai primi dell’Ottocento, scavi ancora affrettati mettono in luce il Foro riducendolo a poco più di un cumulo di rovine. L’eccezionale stato di conservazione viene in parte recuperato con Giuseppe Fiorelli nel 1860. Questi dà inizio a scavi sistematici e accorti ed è il primo a rilevare le impronte colando il gesso nello spazio lasciato dalle sostanze organiche dissoltesi nel lapillo compatto; con questo sistema riprendono forma i corpi degli uomini e degli animali, di piante, di oggetti polverizzatisi millenovecento anni fa. Nei decenni che seguono, l’opera di restauro e di ripristino raggiunge livelli eccezionali e sin dal 1909, con Vittorio Spinazzola, gli edifici sono ripristinati dal tetto alle fondamenta ed ogni cosa, salvatasi per tanti secoli sotto il lapillo, ritorna alla luce. Questo tipo di scavo sempre più perfetto prosegue nella città ancora non scoperta (circa il 25%) e così Pompei, in questi ultimi anni, sembra risorgere miracolosamente, quasi si ridestasse dopo un sonno di diciannove secoli, dove ai vecchi abitanti operosi e appassionati ci siamo sostituiti noi frettolosi visitatori.
LA CITTÀ
Pompei nasce sull’estremità di un’antica colata lavica alta 40 metri, sul mare e sulla foce del fiume Sarno allora molto più vicini alla città. Il primo centro, prevalentemente agricolo, corrisponde all’attuale zona intorno al Foro. Il rinnovamento e l’espansione ha inizio ben presto per mano dei Greci (e per breve periodo anche degli Etruschi) che iniziano un nuovo Foro, cioè il Foro triangolare, e continuano più o meno ordinatamente il tracciato viario. La massima espansione è raggiunta con i Sanniti sì che, all’intervento dei Romani, le poderose mura hanno già il loro definitivo sviluppo di tre chilometri limitanti un centro urbano di 66 ettari. Pompei sannitica alla fine del quarto secolo è già una città considerevole, superiore alle altre vicine ed all’ancor modesta Neapolis; è un centro destinato a superare Cuma, ma l’ingresso nella sfera politica romana rallenta ogni ulteriore espansione. Infatti nei 350 anni che seguono il tessuto urbanistico non viene alterato e il continuo rinnovamento s’innesta perfettamente nella città sannitica. L’intervento di Roma imperiale si accentra sui lavori di sistemazione e aggiornamento: vengono creati alti marciapiedi (con passaggi su grosse pietre sporgenti poiché le strade sono prive di fogne); il traffico viene regolato da una razionale disciplina che determina zone riservate ai soli pedoni (esempio: il Foro) e zone con accessi controllati (esempio: l’Anfiteatro); i bagni pubblici (Terme) sono incrementati e dislocati sui tre nodi di maggior richiesta; i centri cittadini sono integrati e potenziati per tre distinte funzioni sociali. La città sin dai tempi dei Sanniti era divisa in nove zone da due arterie longitudinali (decumani) e due arterie trasversali (cardini); ogni zona o regione corrispondeva all’incirca ad un quartiere con proprie feste rionali, programmi elettorali e caratteristiche economiche e commerciali. Pressò le porte cittadine e attorno al Foro sorgevano alberghi («Hospitia») e rimesse per gli animali («stabula»); sulle vie principali abbondavano osterie («cauponae») e gli antenati dei bar («thermopolia»). Ogni edificio aveva la propria cisterna alimentata dai tetti a compluvio, Roma costruì una deviazione dell’acquedotto augusteo del Senno e l’acqua venne distribuita alle terme, alle fontane pubbliche e alle abitazioni più ricche. Poche erano le fognature e quasi tutte serventi le latrine pubbliche; le abitazioni si servivano di singoli pozzi assorbenti. Pompei aveva circa 20.000 abitanti tra numerosi mercanti, liberti e schiavi, (di origine campana, greca e asiatica) e meno numerose famiglie patrizie (di origine sannitica o di immigrazione romana). Il ceto mercantile andava dilagando sempre più nella città a tal punto che le vecchie residenze si stringevano o scomparivano del tutto invase da nuovi negozi e industrie; come pure i nuovi arricchiti adattavano a ricche residenze le severe case sannitiche, spesso unendo anche due o tre vecchi alloggi. Negli ultimi anni, con la "pace augustea" e il decadimento di ogni necessità difensiva, le costruzioni iniziano ad invadere e a scavalcare le possenti mura. Pompei era governata da due reggenti («duoviri») in carica per cinque anni. Collaboratori erano i due «aediles» (preposti all’igiene, ai pubblici spettacoli, al mercato ed al vettovagliamento della città) e il consiglio supremo («ordo decurionum») formato da cento pompeiani eletti per meriti speciali. Tutte te notizie interessanti la vita cittadina come elezioni, spettacoli e annunci economici, venivano reclamizzate da apposite scritte e disegni eseguiti da esperti «scriptores» sulle pareti di tutti gli edifici. Ben più numerose troviamo le scritte graffite sui muri; questi ultimi appaiono come un interminabile quaderno d’appunti dove tutti scrivono: bottegai; innamorati; studenti; tifosi sportivi; turisti di quei tempi; ed anche lenoni e lestofanti. E una marea di rapidi appunti con i quali centinaia di creature sembrano ancora parlare con noi di comuni problemi di vita quotidiana in una lingua di duemila anni fa.
LA CASA IDEALE
Pompei offre ancora un tesoro eccezionale per la storia dell’umanità: la casa. Infatti troviamo un’antologia ricchissima e preziosissima della «domus», cioè della casa unifamiliare, che va dal IV secolo a.C. al I secolo d.C. Lo schema base è fissato dai Sanniti evidentemente quale prodotto di lunghe esperienze precedenti. La «domus italica» viene ad avere una corona di servizi attorno ad un asse generato da spazi rigidamente calibrati e concatenati tra toro. Pertanto i locali necessari per le esigenze prevalentemente fisiche, come camere, servizi igienici, servizi di cucina, pranzo, ecc., si snodano ai lati della serie di spazi destinati allo sviluppo della vita culturale e sociale della famiglia. Questi spazi si sviluppano quasi totalmente al coperto («atrium») o quasi totalmente allo scoperto («peristilium»); tra l’atrio e il peristilio s’inserisce l’ambiente più sacro alla famiglia: il «Tablinum». Ogni locale attorno prende aria e luce solo dai due grandi spazi centrali, raramente dall’esterno. Lo schema è tanto valido che i Romani non lo variano per centinaia di anni. Il loro intervento si limita a decorare fastosamente e ad ampliare la domus con nuovi servizi. L’atrio spesso è arricchito da quattro colonne (atrio tetrastilo o corinzio); il giardino all’aperto si adorna di fontane, statue, ninfei. Si aggiungono: locali di riposo e belvedere («exedrae, diaetae»); quartieri riservati alle donne («gynaeceum»), alla servitù; bagni completi come terme private («balneum»); dilagano sopraelevazioni per guadagnare camere e servizi.
TECNICA ED ARTE
Gli stili architettonici impiegati negli edifici sono quelli classici, individuabili per i caratteristici capitelli: dorico (a forma anulare senza decorazioni); ionico (decorato e con grandi volute agli angoli); corinzio (decorato da alte foglie di acanto); composito (fusione del corinzio con lo ionico) che nelle costruzioni pompeiane assumono anche caratteristiche proprie radicate soprattutto nella tradizione sannitica. I tipi costruttivi pure si distinguono nettamente nelle varie epoche denunciando così le date d’inizio e degli ampliamenti o dei rifacimenti di ogni edificio. La prima (IV-III secolo a.C.) e la seconda epoca sannitica (200-80 a.C.) passano dall’opera quadrata e incerta alle costruzioni con blocchi di tufo. Il primo periodo romano (80 a.C.-14 d.C.) realizza costruzioni con pietre irregolari e blocchetti quadrati messi a reticolato diagonale. Il secondo e ultimo periodo romano (14 d.C.-79 d.C.) introduce l’uso del mattone. Gli stili pompeiani per la pittura e la decorazione delle pareti sono il capitolo più interessante della manifestazione artistica di Pompei e sono stati distinti in quattro stili. Primo stile, detto a incrostazione o strutturale, (150-80 a.C.) perché si caratterizza con riquadri e bugne imitanti il rivestimento di marmi colorati (v. Casa di Sallustio, del Fauno). Secondo stile detto architettonico (80 a.C.-14 d.C. circa), perché ha grandi riquadri con composizioni figurate alternate a prospettive architettoniche realistiche (v. Casa di Obelio Firmo, del Labirinto, delle Nozze d’Argento, della Villa dei Misteri). Terzo stile detto egittizzante o ornamentale (inizio circa 14 d. C.) perché vi predomina il gusto decorativo eseguito con perfetta cura dei dettagli e con straordinaria finezza dell’esecuzione e del colore (v. Casa di Lucrezio Frontone, Cecilio Giocondo). Quarto stile detto fantastico (inizio circa 62 d.C.) poiché gli schemi, le architetture e le prospettive diventano del tutto irreali e cariche di elementi ornamentali
LE TIPOLOGIE
La scoperta di Pompei rivelò ai primi scavatori un'immagine del tutto inaspettata della città antica e dei suoi monumenti. In particolare, i differenti generi di abitazioni attirarono fin da allora l'attenzione di studiosi e di visitatori. La casa romana infatti era il luogo in cui si svolgeva gran parte della vita quotidiana e il mezzo attraverso il quale il proprietario cercava di dare un'immagine del proprio benessere a chi si recava a fargli visita. Conoscere le case della città, complete dell'arredo e della decorazione originaria, significa conoscere la storia degli abitanti. La casa romana classica è composta da una serie di stanze raccolte attorno a un grande ambiente chiamato atrio. L'atrio poteva essere interamente o parzialmente scoperto è rappresentava il centro dell'abitazione. Al centro dell'atrio si trovava una vasca chiamata impluvio, destinata a raccogliere l'acqua piovana. L'atrio era detto tuscanico se il tetto che lo copriva non aveva supporti che lo sorreggessero da terra, tetrastilo se il tetto era sorretto da quattro colonne poste agli angoli dell'impluvio e corinzio se attorno all'impluvio era disposto un vero proprio colonnato. L'ampio ingresso faceva sì che l'interno fosse visibile anche dalla strada, rivelando così ai passanti i segni della ricchezza dei proprietari. Questo tipo di casa, specialmente la casa ad atrio tuscanico, ha origini molto antiche ma è attestata a Pompei solo dal II secolo a. C., da quando cioè la città sannitica venne assorbita nell'orbita culturale romana. Alla casa ad atrio viene aggiunto con il passare del tempo un portico con giardino chiamato peristilio posto generalmente subito dietro l'atrio e, se possibile, in asse con esso. Si tratta di un elemento essenzialmente decorativo. Attorno al peristilio si dispongono le grandi sale (oeci) da banchetto o da ricevimento e in qualche caso anche delle piccole terme. Al centro del peristilio si allestiva il giardino della casa. Alcune case con peristilio furono costruite in posizione panoramica sul limite meridionale e occidentale della città, cosicché dal giardino colonnato si potesse godere anche della vista verso il Golfo di Napoli e la penisola sorrentina. Le case ad atrio o ad atrio con peristilio erano le abitazioni dei ceti più elevati della città. Si pensi che soltanto l'atrio raggiungeva mediamente una superficie di circa 150 mq. Esisteva naturalmente anche un genere di edilizia più popolare, che troviamo concentrato principalmente nei quartieri orientali della città. Qui, in un periodo compreso tra la fine del III e il II secolo a. C. venne infatti costruita una serie di isolati paralleli occupati da case a schiera. Si tratta abitazioni di dimensioni inferiori rispetto a quelle delle case ad atrio, la cui superficie originaria era per metà occupata da ambienti coperti e per metà da un giardino detto hortus. La parte abitata si sviluppava anche in questo caso attorno a un ambiente centrale, quasi un piccolo atrio, sempre scoperto. Con il passare del tempo molte delle proprietà originarie vennero acquistate da pochi proprietari e gli isolati si trasformarono in lussuose case dotate di enormi giardini. Oltre alle abitazioni costruite entro le mure gli scavi ci hanno rivelato la presenza di lussuose ville costruite presso la città, lungo le strade che collegavano Pompei con le città vicine. Queste ville, come la villa di Diomede o la villa dei Misteri, erano in realtà delle fattorie che producevano olio e vino dove il padrone aveva allestito un quartiere residenziale per sé, per la sua famiglia e per gli ospiti di riguardo. Ritroviamo in queste ville tutti gli elementi delle dimore urbane ma, a differenza delle case in città, qui il peristilio è sempre posto davanti all'atrio e non viceversa.
L'ANFITEATRO
L'anfiteatro di Pompei è il più antico anfiteatro romano del mondo. Fu costruito dai due magistrati che reggevano il governo della città (duoviri) subito dopo la fondazione della colonia sillana e poteva ospitare fino a 20.000 spettatori. I magistrati si chiamavano Quinzio Valgo e Marco Porcio, gli stessi che costruirono il teatro coperto. Spesso, nelle città conquistate dai romani, accadeva che i grandi edifici da spettacolo venissero costruiti in zone periferiche sia per il costo minore dei terreni, sia per evitare i disagi dovuti all'affollamento degli spettatori nel centro della città. Per la costruzione venne sfruttato l'aggere della fortificazione più antica, che forniva un poderoso terrapieno a cui venne addossata la fondazione delle gradinate orientali. Un nuovo terrapieno fu invece realizzato appositamente per sostenere le gradinate occidentali. Oltre la fortificazione non sappiamo cosa ci fosse in questa zona prima della costruzione dell'anfiteatro, ma è possibile che vi si trovassero della abitazioni private come nel caso della vicina palestra grande. Come nei moderni teatri, le gradinate (cavea) erano divise in ordini di diversa qualità, che avevano anche ingressi separati. A ridosso dell'arena, si trovavano i posti migliori, riservati ai magistrati, ai membri del senato locale (decurioni), agli organizzatori e finanziatori dei giochi. In caso di eccessiva calura, gli spettatori potevano essere riparati da enormi teli (vela) che venivano issati sopra la cavea e l'arena. Gli spettacoli prevedevano combattimenti tra uomini e animali, oppure tra uomini e uomini, ed erano seguiti da arbitri e giudici di gara, come spiegavano una serie di affreschi dipinti tutto intorno all'arena e purtroppo oggi perduti. In occasione degli spettacoli, intorno all'anfiteatro si svolgeva un mercato e i venditori, con il permesso dei magistrati competenti (edili) potevano addirittura utilizzare gli archi della struttura esterna come botteghe.
IL TEMPIO DI APOLLO
Il santuario dedicato ad Apollo è il più antico luogo di culto di Pompei. Non conosciamo l'aspetto originario dell'area sacra. Sulla base dei reperti più antichi raccolti nei depositi votivi del santuario possiamo però stabilire che il culto risale al VII secolo a. C. o addirittura al secolo precedente. In quest'epoca così antica, non era stato costruito un tempio vero e proprio, ma il culto doveva svolgersi in un'area aperta forse attrezzata con uno o più altari. Il primo edificio fu costruito nel VI secolo a. C., ma solo una parte delle terrecotte dipinte che decoravano il tetto si è conservata. Il tempio che vediamo oggi fu costruito in età sannitica dal questore Oppio Campano, come ricorda l'iscrizione posta sulla soglia della cella. Poco tempo dopo, per permettere la realizzazione del Foro, l'area del santuario venne ristretta. Il senato della colonia sillana fece porre presso il tempio un altare in onore di Apollo. In età augustea, fu sistemato nel santuario un orologio solare e venne elevato il muro occidentale per togliere la vista alle case vicine. Dopo il terremoto del 62 d. C., tutta l'area sacra venne naturalmente restaurata con grande cura. Apollo e il suo tempio sono stati costantemente oggetto delle cure dei magistrati della città e ciò ne sottolinea l'importanza. In età augustea si svolgevano addirittura dei giochi in onore del dio, i ludi Apollinares. Il carattere del culto, però, non è ancora del tutto chiaro. Sono due le ipotesi possibili: o Apollo era il dio poliadico, cioè il protettore per eccellenza della città, oppure era il dio che proteggeva le attività commerciali, da sempre fonte di sostentamento e di ricchezza per gli abitanti di Pompei.
IL TERMOPOLIO DI ASELLINA
Tra tutti i locali e le botteghe che si aprono su via dell'Abbondanza, il termopolio di Asellina è forse uno dei più piccoli. Termopolio è una parola greca che vuol dire "luogo in cui si vendono bevande calde" e indica ciò che noi chiameremmo un'osteria. In genere erano locali posti a uno degli angoli dell'isolato in cui si trovavano, con un solaio in legno che sosteneva il piano superiore. Qui gli avventori potevano riposare oppure incontrare prostitute messe a disposizione dai gestori del locale. Nonostante le sue dimensioni, questo termopolio doveva essere uno dei più famosi del quartiere. Infatti, sulle pareti ai lati dell'ingresso, una serie di iscrizioni parietali ricordano il sostegno dato dalla padrona e dalle cameriere del locale ai candidati durante le elezioni. Erano tutte ragazze di origine straniera come dimostrano i loro nomi (Smyrina, Aeglae e Maria) tutti di origine greca o orientale. Al momento dello scavo fu rinvenuto sul bancone tutto il servizio necessario all'attività del locale, composto da vasi per bere o per conservare bevande calde e fredde. Si poteva frequentare il termopolio anche la sera, come dimostra l'unica grande lampada di bronzo che fungeva da lampadario, appesa al centro della volta.
IL TEMPIO DEL GENIO DI AUGUSTO
In età augustea, una sacerdotessa pubblica di nome Mammia costruì a sue spese e su un suo terreno un piccolo tempio sul lato Est del Foro. Mammia era un personaggio così importante a Pompei che il senato locale le concesse una tomba sul suolo pubblico, nella necropoli di Porta Ercolano. Se l'interpretazione dell'iscrizione che ricorda la dedica dell'edificio è corretta, dovrebbe trattarsi di un tempio dedicato al Genio dell'imperatore Ottaviano Augusto. La cronologia della struttura sembrerebbe confermare tale ipotesi, ma non tutti gli studiosi concordano su questa interpretazione. Tuttavia è certo che si tratti di un luogo riservato al culto dell'imperatore, poiché sull'altare di marmo collocato al centro del cortile è raffigurato il sacrificio di un toro, l'offerta che veniva fatta agli dei per l'imperatore ancora vivente. Solo una piccola parte dell'edificio originale è conservata: il piccolo tempio su podio forse con quattro colonne sul fronte e una parte della facciata verso il Foro. Tutto il recinto e gli ambienti retrostanti sono stati restaurati dopo il terremoto del 62 d. C.
LA BASILICA
Basilica è una parola greca che vuol dire "sala del re". I Romani invece utilizzavano questo termine per indicare gli edifici pubblici in cui si svolgevano gli affari più importanti dei cittadini. Le basiliche, infatti, funzionavano come borsa valori, luogo di vendita all'asta e al minuto, tribunale. Ecco perché si tratta sempre di edifici di notevoli dimensioni situati nel luogo più importante della città. A Pompei in particolare, la basilica si trova vicinissima a uno degli ingressi alla città, lungo la strada che metteva in comunicazione l'area del Foro con l'area del porto. La sua costruzione, insieme a quella dei monumenti civili nella parte meridionale del Foro, si può datare verso la fine del II secolo a. C. quando si decise di dotare l'abitato di età sannitica di un nuovo centro monumentale. Prima di iniziare la costruzione, furono distrutti gli edifici che sorgevano nella zona e il pendio della collina fu ricoperto da uno spesso accumulo di terre e detriti che creasse una vasta superficie regolare. Solo più tardi il suo ingresso venne nascosto dal portico di Popidio, costruito negli anni immediatamente precedenti o immediatamente successivi alla fondazione della colonia, per nascondere le facciate irregolari degli edifici che chiudevano il Foro a Sud.
LE OFFICINE E BOTTEGHE
Dato lo straordinario stato di conservazione in cui fu scoperta l'intera città di Pompei, è stato possibile conoscere aspetti della vita quotidiana meno monumentali o lussuosi quali per esempio piccole botteghe, officine di artigiani o locali di ristoro. Le botteghe o i luoghi di vendita erano sparse per tutta la città senza rispettare una particolare disposizione e, il più delle volte, il genere prodotto o venduto era indicato sulla facciata dell'edificio con un dipinto o con una placca in argilla a rilievo. Sono stati individuati luoghi di vendita di olio, vino e latte, botteghe di cuoiai, ciabattini e conciatori, di orefici, di fabbri ferrai e di muratori. Sono stati riconosciuti i laboratori di pittori, stuccatori e scultori, le officine per la produzione di sapone e di profumi, i luoghi dove i medici ricevevano i loro pazienti e dove si vendevano medicine. Le botteghe più numerose in città erano comunque quelle dei fornai, che macinavano il grano con macine azionate da animali, cuocevano e vendevano il pane. Lungo le strade erano numerosissime le caupone e i termopoli. Si trattava di taverne e osterie in cui si poteva bere o mangiare e dove di frequente prestavano servizio anche prostitute.
LA CAPRA
Per realizzare gli edifici antichi non bastavano i materiali da costruzione. Un ruolo indispensabile era svolto dalle macchine per il sollevamento e il trasporto delle parti già lavorate. Uno di questi macchinari era particolarmente utilizzato dagli antichi per la sua facilità di costruzione e di uso. Si chiamava capra o rechamum e veniva allestita a seconda delle necessità. Occorrevano due travi di legno che venivano legate insieme ad un'estremità e divaricate dall'altra. Questa struttura era assicurata a terra con delle funi che fungevano da tiranti. In cima alle travi veniva assicurato un verricello mentre verso la base si inseriva il rullo che doveva fungere da argano. Il rullo era azionato da pertiche che venivano inserite in appositi fori praticati alle sue estremità. Per azionare la capra bastavano due operai, poichè il carico poteva essere alleggerito notevolmente utilizzando una serie di rimandi di carrucole sulla parte della fune che doveva sorreggere il carico. Nei casi in cui i carichi erano particolarmente pesanti si poteva ricorrere a una ruota esterna alla struttura principale, che richiedeva lo sforzo di almeno cinque persone.
LA CASA DEI CEII
Sul fronte di questa casa sono dipinte nove iscrizioni con cui nove personaggi diversi annunciano i loro programmi elettorali. Uno di questi è Lucio Ceio che potrebbe essere stato l'ultimo proprietario della casa. Questa casa ha conservato l'impianto originario delle piccole casette a schiera tipiche di questo quartiere della città. Il poco spazio a disposizione non sembrerebbe aver rappresentato un limite per i proprietari della casa che, evidentemente, desideravano abbellirla secondo la moda corrente a partire dal I secolo a. C., riproducendo cioè dentro la città gli elementi più caratteristici delle villae, le dimore rurali dei ricchi proprietari terrieri. Dopo l'atrio, che possiamo immaginare scoperto, si accede a un piccolo peristilio su cui si affacciano quattro sale. Lo spazio è assai esiguo e così tutti gli altri elementi necessari all'imitazione della villa sono rappresentati sull'affresco che corre tutto intorno al peristilio. Sono dipinte fontane con statue circondate da scene di caccia e vedute di paesaggi che ricordano l'Egitto con tempietti lungo un grande fiume. Successivamente, forse dopo il terremoto del 62 d. C., la casa fu dotata di un secondo piano che non fu mai completato. Al momento dell'eruzione erano pronte le stanze lungo la facciata, ma si stava ancora costruendo la parte sopra il tablino.
LA CASA DEL CENTENARIO
La Casa del Centenario deve il suo nome al fatto di essere stata scoperta nel 1879, anno in cui si celebrava il centesimo anno di scavo a Pompei da parte delle autorità borboniche. Le dimensioni dell'edificio e la sua decorazione interna ci testimoniano l'elevato livello economico del proprietario della casa. Di questo personaggio sappiamo solo che doveva essere un adoratore di divinità egiziane, come dimostrano le pitture e gli oggetti per il culto rinvenuti nel primo ambiente sulla sinistra dell'atrio principale. La zona circostante non è stata ancora interamente scoperta, ma è possibile pensare che nel quartiere non dovessero mancare abitazioni di pari livello, come, per esempio, la vicina casa di Obellio Firmo. Questa casa fu costruita nel corso del II secolo a. C. e poi più volte restaurata fino all'eruzione del 79 d. C. Gli ambienti interni sono raccolti in tre nuclei principali, ciascuno posto su un lato del grande peristilio centrale. Dall'ingresso principale si accedeva ai due atri e alle stanze riservate alla famiglia del proprietario, direttamente comunicanti con il peristilio. Sul lato opposto si trovavano le sale e gli ambienti per i ricevimenti, utilizzati probabilmente in estate data la loro esposizione verso settentrione. Separati dal peristilio da un corridoio troviamo infine gli ambienti di servizio, le cucine, una stanza adibita alle terme e il quartiere servile (ergastulum) dotato di un ingresso secondario indipendente.
LA VILLA DI DIOMEDE
La parola villa in latino non è l'equivalente del corrispettivo termine italiano. Indica piuttosto le fattorie o le case di campagna utilizzate per la produzione agricola di cereali, olio, vino o per altri tipi di colture e allevamenti. La Villa di Diomede però era una villa in cui era stata ricavata anche una residenza signorile, una vera e propria domus fuori dalle mura della città. Fu costruita nel II secolo a. C. con sale dipinte e giardini pensili. Non conosciamo il nome del proprietario di questa residenza ma il suo corpo fu rinvenuto durante lo scavo abbracciato a quello di un servo presso l'uscita secondaria della villa. Portava con sè una chiave, anelli d'oro e un sacchetto pieno di monete. Come gran parte delle residenze di campagna anche la Villa di Diomede presentava la caratteristica inversione del peristilio costruito prima dell'atrio. Dopo il peristilio, su due lati dell'atrio si trovano le stanze padronali, riccamente decorate e affacciate sulla costa. Sul lato restante si trovava l'appartamento del custode della villa, il Procurator. Il quartiere servile si trovava sul lato d'ingresso del fabbricato e qui erano custoditi tutti gli attrezzi necessari al lavoro agricolo.
L'EDIFICIO DI EUMACHIA
Intorno al 2 d. C., una sacerdotessa pubblica e suo figlio, che di lì a poco sarebbe stato eletto sommo magistrato cittadino (duumvir), fecero edificare nel Foro un edificio più grande di tutti quelli che erano stati costruiti fino ad allora e anche di quelli che furono costruiti in seguito. La sacerdotessa si chiamava Eumachia, suo figlio Marco Numistro Frontone e probabilmente costruirono l'edificio proprio durante la campagna elettorale. Dopo il terremoto del 62 d. C., l'edificio venne pesantemente restaurato, ma senza alterare il suo impianto originario. Come ricorda una monumentale iscrizione incisa sull'architrave del portico verso la piazza del Foro, l'edificio era composto da un vestibolo (chalcidicum) un colonnato (porticus) e un ambiente sotterraneo (crypta). Il monumento era dedicato alla Concordia Augusta e alla Pietas, due figure divine che simboleggiavano la pace ritrovata dopo le guerre civili a opera di Ottaviano Augusto. Indirettamente veniva realizzato così un atto di venerazione nei confronti dello stesso imperatore. Nel 7 a. C. Livia, la moglie di Augusto, assieme con il figlio Tiberio, il futuro imperatore e successore di Augusto, fece costruire per la plebe di Roma un porticus con giardini, un vero e proprio spazio per il tempo libero. Con la costruzione dell'edificio, Eumachia e suo figlio vollero celebrare a Pompei la propria dedizione alla famiglia imperiale.
LA CASA DEL FAUNO
La casa del Fauno è la più grande casa di Pompei e deve il suo nome alla statua bronzea di Fauno che decora l'impluvio dell'atrio tuscanico. Si estende su una superficie di circa 3000 mq. e si trova nel quartiere della città in cui è concentrato il maggior numero di case "ad atrio" con peristilio. In questa abitazione troviamo tutti gli elementi caratteristici dell'architettura privata romana, ma duplicati e dilatati fino a creare una vera e propria residenza che non trova confronto con nessun monumento conosciuto di Pompei e dell'Italia romana. Basta considerare quante poche stanze per i bisogni reali degli abitanti sono presenti nella casa in confronto alla superficie degli atri e dei due peristili, per rendersi conto dell'intento eminentemente celebrativo di questa architettura. La casa fu costruita nel II secolo a. C. distruggendo un più antico edificio, databile alla fine del III secolo a. C., di cui sono stati portati alla luce soltanto alcuni ambienti. Il suo proprietario doveva essere certamente un personaggio molto in vista nella comunità di Pompei in età sannitica e di alto livello economico come dimostra il gran numero di oggetti d'oro e d'argento rinvenuti durante lo scavo e la lussuosa decorazione delle stanze di uso sia pubblico sia privato. Non conosciamo purtroppo il suo nome. Sappiamo soltanto che fece scrivere sul marciapiede, di fronte all'ingresso principale, il saluto in latino HAVE per ostentare la sua cultura in un periodo in cui, a Pompei, si parlava la lingua osca. Un suo antenato doveva aver avuto probabilmente dei rapporti con la corte di Alessandro Magno. Forse per questo motivo la grande sala colonnata dopo il primo peristilio venne decorata con il grande mosaico che raffigura la vittoria di Alessandro sul re persiano a Isso.
LA CASA DELLA FONTANA PICCOLA
A Pompei non c'erano soltanto case di grandi dimensioni, ma anche piccole abitazioni. Il minore spazio non sembrerebbe comunque aver rappresentato un limite per i proprietari che desideravano abbellire la propria casa secondo la moda corrente a partire dal I secolo a. C., riproducendo cioè, dentro la città, gli elementi più caratteristici delle villae, le dimore rurali dei ricchi proprietari terrieri. La casa della Fontana Piccola rappresenta uno degli esempi migliori di questo fenomeno. Si tratta di una delle case più piccole dell'isolato in cui è inserita, molto simile, per la disposizione degli ambienti interni e per superficie totale, alle piccole case "a schiera" che si trovano nelle Regioni I e II. Tuttavia dopo l'atrio, che possiamo immaginare scoperto, si accede a un piccolo peristilio su cui si affacciano due sale. Al centro del peristilio è costruita la fontana che dà il nome alla casa. Tutto è realizzato in uno spazio assai esiguo e così tutti gli altri elementi necessari all'imitazione della villa sono rappresentati sull'affresco che corre tutto intorno al peristilio. La fontana infatti è immaginata entro un giardino riccamente decorato con piante e animali e circondato da vedute di paesaggi di campagna o marittimi.
LA PIAZZA DEL FORO
Il Foro era la piazza principale della città. Era chiuso al traffico e vi si poteva accedere soltanto a piedi. Qui erano concentrati tutti i monumenti necessari all'amministrazione politica, giudiziaria e alla vita religiosa ed economica della città, ma una vera e propria piazza monumentale fu costruita soltanto nel II secolo a. C. in un'area sostanzialmente priva di edifici più antichi. Si dovette comunque abbattere una parte del muro perimetrale del vicino santuario di Apollo, che avrebbe altrimenti invaso lo spazio riservato alla nuova area aperta. In questa fase, la piazza era pavimentata in lastre di tufo e aveva già una superficie totale di 5396 mq. Furono subito costruiti tutti gli edifici sui lati Nord Ovest e Sud della piazza, mentre sul lato Est si trovavano il primo macellum, taverne e forse abitazioni private, distrutte in seguito per fare spazio a nuovi monumenti. Per nascondere in parte il prospetto irregolare degli edifici della zona meridionale della piazza, il questore Vibio Popidio fece costruire un doppio porticato negli anni intorno alla fondazione della colonia sillana e poco dopo fu restaurato anche il tempio di Giove sul lato opposto della piazza. Un interesse maggiore per la sistemazione del Foro sorse in età augustea tra la fine del I secolo a. C. e l'inizio del I sec. d. C. La vecchia pavimentazione in tufo venne sostituita da una nuova in travertino su cui venne scritto in grandi lettere di bronzo il nome, purtroppo ormai illeggibile, del donatore. Sul lato Est vennero costruiti una serie di edifici dedicati al culto dell'imperatore, venne restaurato l'antico macellum, gli ingressi alla piazza vennero trasformati in archi monumentali. Infine una particolarità: il Foro di Pompei è uno dei pochi del mondo romano in cui le statue onorarie non sono concentrate al centro della piazza, ma disposte sui lati o addirittura sotto il porticato.
IL TEMPIO DELLA FORTUNA AUGUSTA
Il tempio della Fortuna Augusta è il primo tempio di Pompei dedicato esplicitamente alla venerazione dell'imperatore. Autore della dedica fu un certo Marco Tullio, della famiglia latina dei Tulli, la stessa da cui discendeva Cicerone, che svolse la sua carriera politica tra il 25 e il 2 a. C. All'interno fu sistemata la statua di Augusto assieme a quelle dei dedicanti o, secondo un'ipotesi alternativa, a quelle dei suoi successori fino al terremoto del 62 d. C. Si dovette trattare di una dedica piuttosto gravosa, poiché il tempio fu realizzato a proprie spese e ricoperto interamente di marmo. Anche il terreno su cui fu costruito l'edifico sacro apparteneva al dedicante. È interessante notare che, anche se questa costruzione doveva rappresentare la dedizione all'imperatore, non fu costruito nel Foro. Forse prima della fine del I secolo a. C., epoca in cui furono costruiti l'edificio di Eumachia e il tempio di Augusto, acquistare una proprietà presso il Foro aveva un costo troppo elevato oppure era ancora troppo presto per far affacciare sulla piazza principale un edificio di culto dal carattere politico così evidente.
LA FULLONICA
A Pompei sono note quattro fulloniche; la Fullonica di Stephanus è la più grande di queste e occupa una superficie pari a quella di un'intera casa. La fullonica era una lavanderia, dove si potevano lavare le stoffe ma anche tingerle o lavorarle. Deve il suo nome all'iscrizione dipinta sulla facciata della casa con la quale un certo Stephanus, forse il padrone dell'officina, raccomanda di votare per un candidato alle elezioni per i magistrati della colonia. Da un ampio ingresso, dove si trovava una pressa, si accedeva a un atrio. Qui si trovava l'impluvio trasformato in vasca per il lavaggio delle stoffe. Gli ambienti infatti erano coperti da un terrazzo su cui venivano stesi i panni lavati. Altre tre vasche comunicanti e cinque cosiddetti bacini pestatoi si trovavano nel peristilio. Nella stessa area si trovava la cucina per gli schiavi che lavoravano nella fullonica (gli operai liberi potevano andare a mangiare a casa) e una latrina. Il lavaggio avveniva in varie fasi. Prima si pestavano i tessuti con i piedi nei bacini pestatoi in acqua mista a soda o ad urina (umana o animale) per smacchiarli. Poi venivano ammorbiditi con argilla o terra, battuti con l'ausilio della pressa per ricondensarne la trama e infine risciacquati in acqua per eliminare le sostanze fulloniche.
IL TEMPIO DI GIOVE
Tra la fine del III e l'inizio del II secolo a. C., quando si volle creare una piazza monumentale presso l'ingresso alla città dal porto, venne costruito anche il tempio sul lato settentrionale della piazza. L'edifico che vediamo è il risultato dei rinnovamenti successivi che hanno modificato la struttura originaria del tempio. Di questa resta soltanto il podio, comune alla maggior parte dei santuari di Pompei, che li identifica come templi del tipo etrusco-italico. Questo podio è cavo all'interno poiché è costituito da tre camere allineate coperte a volta. In questi sotterranei venivano depositati tutti i doni votivi portati al tempio e le attrezzature necessarie per lo svolgimento dei riti. Forse, al momento della fondazione della colonia sillana, la parte superiore del tempio fu modificata con l'erezione delle sei colonne di ordine corinzio sulla facciata. Durante lo scavo, fu rinvenuto tra le macerie della cella un colossale busto di un personaggio maschile seduto, probabilmente parte della statua di culto, identificato come Giove. Da qui l'ipotesi che il tempio fosse originariamente dedicato a Giove e poi trasformato nel tempio principale della città, il Capitolium, localizzato nel Foro come nella gran parte delle colonie fondate da Roma.
LA PRAEDIA DI GIULIA FELICE
Il nome di Giulia Felice ci è stato conservato da un'iscrizione in cui annunciava di essere disposta ad affittare per cinque anni una parte della sua proprietà immobiliare, dopo il disastroso terremoto del 62 d. C. Il complesso è infatti diviso in due parti, con ingressi indipendenti, di cui una, più bella e riccamente decorata, era privata e l'altra, con una stanza adibita alle terme, era pubblica. Ritroviamo qui tutti gli elementi presenti nella Casa del Centenario come il doppio atrio, il grande peristilio al centro dell'edificio, un quartiere separato dagli ambienti del proprietario o di rappresentanza, ma combinati in modo diverso. Anche qui era venerata una divinità egiziana (Iside) in un sacello posto nel peristilio. La proprietaria non si era comunque limitata a ingrandire e ad abbellire la sua casa. Aveva voluto ricreare uno spazio che simboleggiasse allo stesso tempo il paesaggio selvaggio e roccioso sacro al dio Pan e i giardini delle accademie filosofiche greche. Infatti il triclinio che si apriva sul peristilio è rivestito di frammenti di calcare come se fosse una grotta da cui, grazie a una conduttura, sgorgava dell'acqua che veniva incanalata in una piccola cascata. Nel giardino al centro del peristilio c'è una peschiera (euripus), attraversata da tre ponticelli e sul lato opposto statue in terracotta di sapienti e filosofi erano sistemate nelle nicchie ricavate lungo il muro.
LA PALESTRA DEI GLADIATORI
Il quadriportico costruito dietro la scena del Teatro grande viene comunemente chiamato "Caserma dei gladiatori". Questa definizione rispecchia però soltanto l'uso più recente dell'edificio che era stato costruito nel I secolo a. C. con diversa funzione. Purtroppo però non è ancora certo quale fosse questa funzione originaria. Generalmente i teatri romani e greci venivano dotati di un portico costruito dietro la scena (porticus post scaenam) per offrire agli spettatori un luogo in cui passeggiare e attendere durante gli intervalli degli spettacoli. Il Teatro grande e il quadriportico non sono però disposti sullo stesso asse, cosa difficile da spiegare se si trattasse dello stesso monumento. Si è allora pensato di riconoscere nel quadriportico un ginnasio, un luogo cioè dove i giovani della città potevano praticare sport e avere una formazione artistica e culturale. Dopo il terremoto del 62 d. C. tutto il monumento venne restaurato. Le pitture che raffigurano trofei e scene gladiatorie, le dimensioni delle piccole celle ai lati del porticato, la scoperta di armature da gladiatore, di abiti da parata ricamati in oro e di ceppi di ferro con cui incatenare gli schiavi, dimostrano chiaramente il nuovo uso che si fece del monumento.
IL TEMPIO DI ISIDE
La costruzione del Tempio di Iside si inserisce nel progetto di monumentalizzazione del quartiere attorno ai teatri. Verso la fine del II secolo venne costruito infatti il recinto porticato dell'area sacra con il tempio al centro. Iside era una divinità egiziana. Il suo culto fu creato appositamente nel III secolo a. C. da Tolomeo I, il generale di Alessandro Magno divenuto faraone dell'Egitto conquistato dai Greci, per favorire l'unione tra due popoli così diversi tra loro. Furono infatti uniti nella stessa divinità elementi di culto egiziani ed ellenici. Il culto ebbe comunque grande fortuna anche fuori dall'Egitto e giunse ben presto in Campania grazie ai commercianti orientali che frequentavano lo scalo di Pozzuoli. Per venerare una divinità straniera fu costruito così un tempio che utilizzava tutti gli elementi ricorrenti nell'architettura sacra del momento, pur essendo diverso da tutti gli altri santuari della città. Dopo il terremoto, il santuario fu completamente ricostruito. Del tempio originario resta soltanto una parte del podio. Con il restauro si operò addirittura un'estensione dell'area sacra a danno della vicina palestra sannitica. Due ambienti che appartenevano originariamente alla palestra furono infatti utilizzati per creare una grande sala per le cerimonie e un nuovo ingresso monumentale.
LA PRAEDIA DI GIULIA FELICE
Il nome di Giulia Felice ci è stato conservato da un'iscrizione in cui annunciava di essere disposta ad affittare per cinque anni una parte della sua proprietà immobiliare, dopo il disastroso terremoto del 62 d. C. Il complesso è infatti diviso in due parti, con ingressi indipendenti, di cui una, più bella e riccamente decorata, era privata e l'altra, con una stanza adibita alle terme, era pubblica. Ritroviamo qui tutti gli elementi presenti nella Casa del Centenario come il doppio atrio, il grande peristilio al centro dell'edificio, un quartiere separato dagli ambienti del proprietario o di rappresentanza, ma combinati in modo diverso. Anche qui era venerata una divinità egiziana (Iside) in un sacello posto nel peristilio. La proprietaria non si era comunque limitata a ingrandire e ad abbellire la sua casa. Aveva voluto ricreare uno spazio che simboleggiasse allo stesso tempo il paesaggio selvaggio e roccioso sacro al dio Pan e i giardini delle accademie filosofiche greche. Infatti il triclinio che si apriva sul peristilio è rivestito di frammenti di calcare come se fosse una grotta da cui, grazie a una conduttura, sgorgava dell'acqua che veniva incanalata in una piccola cascata. Nel giardino al centro del peristilio c'è una peschiera (euripus), attraversata da tre ponticelli e sul lato opposto statue in terracotta di sapienti e filosofi erano sistemate nelle nicchie ricavate lungo il muro.
IL TEMPIO DEI LARI PUBBLICI
Il cosiddetto Tempio dei Lari Pubblici è l'ultimo monumento a essere stato costruito intorno alla piazza del Foro. Non si tratta di un tempio dedicato ai Lari, cioè gli dei protettori della città. Come tutti gli edifici costruiti o restaurati sul lato Est del Foro tra la fine del I secolo a. C. e la metà del I secolo d. C. (edifico di Eumachia, tempio di Augusto, Macellum) è un edificio dedicato al culto dell'imperatore. Non sappiamo con esattezza cosa ci fosse in quest'area prima della costruzione del nostro edificio, probabilmente botteghe e forse anche case private. Per la costruzione di questo monumento, databile agli anni successivi al terremoto del 62 d. C., furono comunque interrotte due strade che consentivano di accedere alla piazza del Foro. Questa struttura, completamente aperta sul Foro, probabilmente senza tetto e decorata con marmi di vari colori, non assomigliava molto a un tempio. Si presentava piuttosto come un grande cortile destinato ad accogliere una serie di sculture nelle nicchie che lo circondavano, una galleria di statue che dovevano rappresentare i membri della famiglia imperiale. Dopo il terremoto, Nerone partì da Roma per visitare personalmente le città campane colpite dal sisma per dimostrare l'attenzione dell'imperatore verso i suoi sudditi in difficoltà. In questo quadro possiamo immaginare la dedica del nostro edificio.
LA CASA DI OCTAVIO QUARTIO
Anche per questa casa, conosciamo il nome del proprietario grazie al ritrovamento di un sigillo bronzeo in una delle stanze da letto (cubiculum) intorno all'atrio. Si chiamava Decio Ottavio Quartio e continuò a lavorare per abbellire la sua casa fino al momento dell'eruzione, senza poter terminare i lavori. La sua casa si trovava all'interno di un isolato che doveva ospitare in origine ben nove case, ma dopo il terremoto del 62 d. C., Ottavio Quartio trasformò integralmente l'aspetto dell'isolato, distruggendo tutte le vecchie proprietà tranne una. Al loro posto fece costruire una piccola casa ad atrio tuscanico e un enorme giardino, decorato come le più lussuose ville dell'aristocrazia romana. L'esigenza di risparmiare spazio per il giardino era tale che il peristilio della casa fu inserito in modo maldestro dentro il tablino. Come nel peristilio di Giulia Felice, si cercò di riprodurre, all'interno della casa, paesaggi e ambienti esterni e lontani. Tutto il giardino è attraversato da un canale (euripus) con fontanelle e ponticelli, posto sotto un pergolato e circondato da statue di divinità fluviali e orientali, di muse, di personaggi legati a Bacco, il dio del vino. Il canale non si trovava esattamente al centro del giardino, ma era stato intenzionalmente realizzato in asse con la sala principale della casa, collocata di fianco al peristilio/tablino e aperta su una terrazza porticata, da cui si poteva godere lo spettacolo dell'acqua che scorreva e del giardino fiorito e decorato.
LE LUPANARE
A Pompei sono noti circa venticinque bordelli, quasi tutti posti presso un incrocio di strade secondarie. Questo è il più grande, costruito appositamente per questo scopo, con dieci stanze distribuite su due piani. In genere, infatti, i bordelli erano associati a taverne e osterie oppure ricavati in stanze singole con porta direttamente sulla strada. L'atrio e le porte delle stanze erano decorate con pitture a carattere erotico. In ogni stanza c'era un basamento in muratura su cui veniva appoggiato un materasso. In questo edificio abbiamo una delle prove che l'attività di restauri imposta dai terremoti che caratterizzarono gli ultimi anni della vita di Pompei, fu praticamente ininterrotta fino alla disastrosa eruzione del 79. Sull'intonaco di una delle celle al primo piano sono impresse le tracce di monete coniate nell'anno 72.
IL MACELLUM
Macellum è forse una parola fenicia che vuol dire "recinto" e i Romani e i Greci ricevettero probabilmente dai Fenici il modello per questo tipo di monumento. Il Macellum era il mercato delle carni e del pesce. Come l'altro mercato alimentare, il Foro Olitorio, si trovava presso il Foro fin dal momento della sistemazione monumentale di questa piazza nel corso del II secolo a. C., ma in un settore un po' appartato rispetto agli altri monumenti. Come in molti monumenti di Pompei, gli interventi successivi al terremoto del 62 d. C. hanno nascosto i resti delle fasi più antiche del monumento. Tuttavia l'aspetto del macellum non dovrebbe essere cambiato di molto nel corso dei secoli. Tutte le decorazioni che possiamo osservare risalgono però all'ultima fase di vita dell'edificio. Nel portico erano rappresentate scene della mitologia greca mentre nell'ambiente di vendita più grande troviamo personificazioni del fiume Sarno e paesaggi marittimi. Sono i luoghi da cui proveniva la merce. Nonostante la sua specifica funzione, anche questo edificio fu deputato alla celebrazione della famiglia imperiale, come tutti quelli che furono costruiti sul lato Est del Foro dall'età di Augusto in poi. Sul lato in fondo al cortile, venne infatti costruito un piccolo tempio in cui vennero collocate le statue dell'imperatore, dei dedicanti e dei membri della famiglia imperiale.
LA CASA DEL MENANDRO
Questa abitazione faceva parte dei possedimenti di una potente e ricca famiglia pompeiana, i Poppei, che vantava il fatto di essere imparentata con Poppea, la seconda moglie dell'imperatore Nerone. La stessa famiglia possedeva a Pompei la Casa degli Amorini dorati, una fornace e aveva visto eleggere diversi suoi membri alle magistrature cittadine. Il nome attuale è dovuto a un dipinto nel peristilio che ritrae il famoso poeta greco. La casa del Menandro rappresenta uno degli esempi più classici del tipo di casa romana con peristilio, conservato qui nel semplice schema originario, in asse con l'atrio. Intorno al peristilio, come di consueto, si aprono piccoli ambienti, una stanza adibita alle terme e un triclinio che è, al momento, il più grande di Pompei. La casa si sviluppa su due piani. Il corpo centrale è infatti costruito a un livello superiore rispetto a quello del cortile con il forno e i sotterranei e a quello dell'ergastulum, il quartiere riservato ai servi. Per fare ciò dovettero essere interrate alcune stanze delle abitazioni che occupavano l'isolato prima della realizzazione di questa unica, grande dimora nel I secolo a. C. Lo scavo ha restituito una serie di oggetti molto interessanti per ricostruire la vita che si svolgeva nella casa, primo fra tutti un intero servizio di argenteria, avvolto in panni di lana, accuratamente custodito in una cassa di legno posta nei sotterranei del cortile. Nel quartiere servile invece erano conservati un carro, un corredo di attrezzi agricoli, anfore con miele, aceto, vino di Sorrento e una con una scritta che raccomandava di riempirla con salsa di pesce di prima qualità.
LA NECROPOLI DI PORTA ERCOLANO
Al di fuori della porta che guardava verso Ercolano, si sviluppò una necropoli a partire dalla fondazione della colonia sillana. Sono state individuate e scavate circa trenta tombe, tutte databili tra l'80 a. C. e il 79 d. C. Qui furono sepolti tra gli altri Marco Porcio, il costruttore del Teatro Coperto e dell'Anfiteatro e Mammia, la sacerdotessa che dedicò il tempio del Genio di Augusto nel Foro. Il rito più usato era quello inumatorio e anche l'abitudine di costruire tombe familiari era assai diffusa, anche se non mancavano inumazioni e tombe singole. In questo settore, seppure non eccessivamente esteso, erano presenti tutti i tipi di tombe comuni in questo periodo. Il più attestato è il tipo a edicola su podio, in cui veniva sistemata l'urna con le ceneri del defunto. Al posto dell'edicola si poteva costruire anche un altare, ma il tipo di costruzione restava sostanzialmente lo stesso. Ci sono anche tombe semicircolari, dette a schola e piuttosto diffuse in età augustea, e tombe costituite da una facciata monumentale che nasconde un recinto, in genere alberato, in cui venivano sepolte le urne. Dopo il terremoto del 62 d. C. le autorità della città posero, nella zona della necropoli subito all'esterno della porta, come a Porta Vesuvio e a Porta Nocera, un'iscrizione che sanciva il recupero dei terreni entro il limite pomeriale, abusivamente occupato dai privati per le loro tombe.
LA NECROPOLI DI PORTA ERCOLANO
Al di fuori della porta che guardava verso Ercolano, si sviluppò una necropoli a partire dalla fondazione della colonia sillana. Sono state individuate e scavate circa trenta tombe, tutte databili tra l'80 a. C. e il 79 d. C. Qui furono sepolti tra gli altri Marco Porcio, il costruttore del Teatro Coperto e dell'Anfiteatro e Mammia, la sacerdotessa che dedicò il tempio del Genio di Augusto nel Foro. Il rito più ricorrente era quello inumatorio e l'abitudine di costruire tombe familiari era assai diffusa, anche se non mancano inumazioni e tombe singole. In questo settore, seppure non eccessivamente esteso, erano presenti tutti i tipi di tombe comuni in questo periodo. Il più attestato è il tipo a edicola su podio, in cui veniva sistemata l'urna con le ceneri del defunto. Al posto dell'edicola si poteva costruire anche un altare, ma il tipo di costruzione restava sostanzialmente lo stesso. Ci sono anche tombe semicircolari, dette a schola e piuttosto diffuse in età augustea e tombe costituite da una facciata monumentale che nasconde un recinto, in genere alberato, in cui venivano sepolte le urne. Dopo il terremoto del 62 d. C. le autorità della città posero, nella zona della necropoli subito all'esterno della porta, come a Porta Vesuvio e a Porta Nocera, un'iscrizione che sanciva il recupero dei terreni entro il limite pomeriale, abusivamente occupato dai privati per le loro tombe.
LA NECROPOLI DI PORTA NOCERA
All'esterno di Porta Nocera la necropoli si sviluppò seguendo il percorso della strada che conduceva a Nocera. Questa è la zona sepolcrale in cui sono state riportate alla luce alcune delle tombe più monumentali di Pompei. I sepolcri sono quarantaquattro, tutti databili tra la fondazione della colonia sillana e l'eruzione del 79 d. C. Il tipo più attestato è quello costituito da un dado in calcestruzzo, decorato da elementi architettonici, che nasconde la camera sepolcrale. Non mancano tuttavia più semplici tombe a esedra o a edicola su podio. Qui vennero sepolti Eumachia, la sacerdotessa che dedicò l'edificio di Eumachia nel Foro e Lucio Ceio Serapio, liberto della famiglia che abitava nella casa detta dei Ceii. Questo personaggio, vissuto nel I secolo a. C., fu probabilmente il più antico banchiere di Pompei. Dopo il terremoto del 62 d. C., le autorità della città posero nella zona della necropoli subito all'esterno della porta, come a Porta Vesuvio e a Porta Ercolano, un'iscrizione che sanciva il recupero dei terreni entro il limite pomeriale, abusivamente occupato dai privati per le loro tombe. Questa necropoli non ha conservato soltanto le tracce della cura che i Pompeiani prestavano ai loro defunti. Alcuni graffiti di argomento erotico incisi sulle tombe sono il ricordo delle coppie che venivano ad appartarsi qui!
LA CASA DELLE NOZZE D'ARGENTO
Alla casa delle Nozze d'argento spetta il primato di possedere il più grande atrio tra le case di Pompei. Si tratta del tipo più elaborato tra gli atri romani, detto tetrastilo perché intorno all'impluvio venivano collocate quattro colonne per sorreggere il tetto. Anche di questa casa conosciamo l'ultimo proprietario che si chiamava Lucio Albucio Celso. Nonostante le successive acquisizioni di ambienti a danno delle case vicine, questa casa ha conservato intatto l'impianto originario, databile al II secolo a. C., con atrio e peristilio in asse con l'ingresso. Più tardi, forse dopo il terremoto del 62 d. C., la casa fu completata con il grande giardino porticato, decorato da una vasca centrale in asse con un piccolo triclinio all'aperto. Come nella Casa di Menandro, anche qui troviamo una stanza adibita alle terme presso il peristilio, ma di dimensioni minori, con decorazioni meno sfarzose e unita alla cucina della casa. Una particolarità di questa abitazione è la struttura del peristilio, del tipo cosiddetto "rodio". Il colonnato su uno dei lati, il più esposto al sole, era più alto di quello sugli altri tre per poter avere una parte della casa sempre illuminata dal sole, anche nel periodo invernale.
LA VILLA DEI MISTERI
Negli ultimi decenni del II sec. a.C. prese il via la moda, da parte dell'aristocrazia romana, di costruirsi lussuose ville in Campania. Lungo tutta la costa, dai Campi Flegrei a Punta della Campanella, i più importanti personaggi storici di Roma vennero a costruire le loro ville: da Scipione l'Africano che possedeva una villa a Liternum, alla figlia Cornelia, che nella villa di Miseno educò i suoi figli, i celebri Gracchi, a Mario, Silla, Pompeo, Cesare, Bruto, Cicerone. Una accanto all'altra, prima sulle colline, poi sempre più vicine al mare, e infine nel mare stesso, grazie alla scoperta di una malta idraulica che permetteva di costruire nell'acqua, sorsero ville lussuosissime, ove i ricchi romani potevano godere del meritato riposo dopo le fatiche della città. Queste ville erano tutte dotate di giardini e fontane con scenografici giochi d'acqua, piscine "olimpioniche", ricchi settori termali, statue ornamentali e fastose decorazioni parietali e pavimentali. Per quanto numerosi siano i resti archeologici, essi non sono in grado di dare l'idea della ricchezza architettonica e decorativa di queste ville. La ricostruzione che Paul Getty ha fatto realizzare a Malibu (California) della Villa dei Papiri, e la Villa di Oplontis a Torre Annunziata, danno forse l'idea migliore delle dimensioni e della ricchezza degli ambienti di queste ville.
Ma accanto a queste ville di villeggiatura, chiamate dai Romani, "ville di ozio" (otium) esisteva un altro tipo di villa, definita rustica, che era destinata alla produzione agricola. L'eccezionale fertilità del territorio campano, il clima mite che permetteva diversi raccolti durante l'anno, determinarono il proliferare anche di questo tipo di villa. Nell'area circostante Pompei (Boscoreale, Boscotrecase, Scafati, Angri, Terzigno), sono state scoperte un centinaio di antiche fattorie, molte delle quali sono state nuovamente sepolte dopo essere state private degli oggetti e delle pitture che contenevano. Le ville rustiche erano generalmente di medie proporzioni, distinte in un quartiere |
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| Scugnizzo |
Oggetto: LE VILLE VESUVIANE IL MIGLIO D?ORO 09 Gen, 2008 - 20:53
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Dedico a TITTI e LILIANA questo post denominato "IL MIGLIO D'ORO"
LE VILLE VESUVIANE Sono 122 gli immobili monumentali, compresi nel territorio dei Comuni di Napoli, San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano, Torre del Greco, illustrati con parole ed immagini. L'illustrazione rende giustizia dei miglioramenti attuati negli ultimi cinquanta anni grazie agli interventi mirati dell’Ente, ma rivela nello stesso tempo il lungo cammino ancora da percorrere per restituire al suo originario splendore l’intera area vesuviana con le sue ville ed i suoi parchi. La strada, comunque, e' indicata. L'uomo, pur proiettato verso il domani, non può rinunciare al suo passato: la consapevolezza e le testimonianze delle civiltà trascorse assicurano il futuro della nostra. Era il 1738, quando Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia, sua moglie, scelsero Portici per costruire una nuova reggia e per dare inizio agli scavi della città romana di Herculaneum. Il rigoglioso bosco fiorito sul fiume di lava, il golfo racchiuso dalle isole di Capri, Ischia e Procida, la mole del vulcano in continua attività e le rovine romane che venivano dissepolte, già singolarmente attrattive senza concorrenti, confluivano in un insieme irripetibile. Da quel momento, tutti i nobili napoletani seguirono la corte dei Borbone ed innalzarono nella zona costiera ai piedi del Vesuvio alcune ville per il soggiorno estivo, creando un complesso architettonico unico al mondo per quantità e bellezza: le 122 Ville Vesuviane, un dialogo tra natura ed artificio, mare e vulcano, rococò e neoclassicismo. Nella zona compresa tra i confini del comune di Ercolano, la concentrazione delle Ville Vesuviane si intensificò e divenne di particolare prestigio per l’importanza, nell’economia del Regno di Napoli, dei committenti, tanto che fu denominato Miglio d’Oro il tratto di strada che attraversava gli edifici costruiti da architetti quali Luigi Vanvitelli, Ferdinando Fuga, Domenico Antonio Vaccaro, Ferdinando Sanfelice, completati da vasti giardini e da decorazioni pittoriche realizzate da grandi artisti. Le fughe prospettiche dei colonnati, le figure allegoriche ed i ritratti dell’ambiente circostante venivano dipinti con l’intento di vivere il contatto con la natura anche dall’interno dei palazzi. Antichi microcosmi dedicati al piacere, tra la vista del mare e quella del vulcano, restituiti alla vita dopo vari decenni di abbandono da attenti e rigorosi restauri, diventano ora cornice unica ed eccezionale per eventi culturali di ogni genere, in cui la storia si intreccia con il piacere della vista. Il sito propone un viaggio, fatto di parole e di immagini, lungo la strada del Miglio d’Oro e dei suoi tesori, ricchi della storia più rappresentativa dell’arte napoletana. Il viaggio si svolge attraverso schede approfondite, immagini significative, excursus storico-culturali e segnalazioni su iniziative culturali che, promosse dall’Ente Ville Vesuviane in concordanza con altre associazioni ed istituzioni locali, hanno valorizzato e trasformato gli edifici settecenteschi in uno scenario teatrale e musicale di suggestiva bellezza. P.S. La denominazione "miglio d'oro" si snoda lungo una traettoria da sogno e tocca coinvolgendo tutta la costiera campana con i nomi altisonanti di Paestum.Amalfi,Minori,Maiori,Meta di Sorrento,Sorrento lato sud tralasciando il lato nord che comprende Caserta,Pozzuoli,Campi Fleghei,di certo dimentico altri nomi e luoghi ma ripeto e sfido chiunque di qualsiasi nazione che può enumerare tantissime perle in una sola regione. Scugnizzo

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| Scugnizzo |
Oggetto: NAPOLI Reggia di Capodimonte 08 Gen, 2008 - 23:13
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Nn a caso diversi sovrani europei fecero costruire a Napoli le loro dimore ed ogni nuovo sovrano si sceglieva un posto sempre + eclatante e suggestivo tanto che a Napoli vi sono tre reggie Napoli citta, Capodimonte,Portici.
Reggia di Capodimonte La reggia di Capodimonte fu voluta, per la città di Napoli, dal sovrano Carlo III di Borbone, che intendeva con essa impreziosire la sua vasta riserva di caccia sulla verde collina di Capodimonte.
La costruzione del palazzo, progettato da Giovanni Antonio Medrano, cominciò nel 1738 e durò per circa venti anni, con gran ricercatezza nei materiali e nelle rifiniture; al completamento della costruzione, Carlo III vi trasferì la preziosa collezione Farnese, ereditata dalla madre. Alla morte del sovrano, il suo successore Ferdinando IV incaricò l'architetto Fuga di ampliare la reggia e risistemare il parco, con l'importante contributo di specialisti provenienti dal Real Orto Botanico; nel corso del decennio francese, le opere d'arte furono spostate nell'edificio dell'attuale Museo Nazionale, e la reggia divenne residenza di Gioacchino Murat, per poi tornare ad ospitare Ferdinando al suo ritorno sul trono napoletano. In questo periodo, i vasti cortili e gli ampi saloni vengono ulteriormente arricchiti, e il palazzo assume la sua fisionomia definitiva. Sotto i Savoia, la reggia di Capodimonte riveste il duplice ruolo di residenza e museo, per poi assolvere dal 1950 (anno di istituzione del Museo Nazionale di Capodimonte) solo quest'ultima funzione, ospitando collezioni di arte medioevale e moderna e il ritorno della collezione Farnese.
La reggia è visitabile nei suoi saloni -che ospitano, oltre agli antichi arredi, la notevole pinacoteca, collezioni di porcellane e oggetti preziosi-, nei cortili e nel vasto parco, con i suoi viali, i prati e le numerose specie arboree
P.S. Napoli una città? NO una contradizione mondiale
 Una veduta d'insieme della Reggia di Capodimonte
 Entrata della Reggia dal parco
 Una stanza nella Reggia
 Salottino di porcellana alla Reggia di capodimonte
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| Scugnizzo |
Oggetto: REAL ALBERGO DEI POVERI 06 Gen, 2008 - 11:15
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Carlo Terzo RE Borbone Fù un Re lungimirante ed attento hai problemi del regno,egli fù ..........
L'Albergo dei Poveri, opera di Ferdinando Fuga, fu fondato nel 1751 da Carlo di Borbone che voleva costruire un edificio per ospitare tutti i poveri del Regno.
Scartata la prima ubicazione nel Borgo Loreto, si scelse un'area lungo via Foria, destinata a diventare uno degli ingressi principali della città.
L'Albergo sarebbe quindi divenuto il simbolo della "pietà illuminata" del Re verso i sudditi.
Il secondo progetto si articolava in una pianta rettangolare divisa in cinque cortili di cui quello centrale inglobava la chiesa; di conseguenza Fuga privilegiò la veduta tangenziale da cui nasce anche l'estrema semplificazione del prospetto nel quale potrebbe individuarsi un classicismo ante litteram.
L'edificio non fu mai concluso; furono eliminati i due cortili esterni ed infine, nel 1819, furono definitivamente sospesi i lavori.
La parte compiuta ha carattere grandioso per la semplicità delle membrature e per il dimensionamento.
I raccordi a crociera sugli angoli delle gallerie conferiscono agli interni una grande complessità di effetti chiaro-scurali anticipando una sensibilità tutta moderna, evidente anche nel ritmo ottenuto con il variare delle proporzioni delle finestre e nei semplici risalti delle paraste.
Un rapporto armonico ed equilibrato modula il prospetto in cui il massimo risalto è ottenuto attraverso le lesene e l'accentuarsi dei vuoti sui pieni nella zona intermedia.
Questa con il suo lieve risalto, le tre arcate dell'atrio e l'ampia scalinata a doppia rampa costituisce la parte rappresentativa dell'edificio.
L'ala occidentale è crollata qualche giorno dopo il sisma del 1980 P.S. Attualmente questo edificio grandioso e mastodondico è in perenne ristrutturazione a cura del Comune di Napoli e sovvenzionato con i proventi del lotto e lotterie , ogni qualvolta che vi è un avvenimento come elezioni o presentazioni di nuovi soggetti politici viene inaugurato un pezzo di facciata ristrutturata. X nn parlare del continuo e ininterrotto magna magna dovuto dagli introiti del lotto e lotterie.
 Ecco come era "Il Reale Albergo dei Poveri"quando fù costruito su progetto di Ferdinando Fuga
 Adesso con la prima ultimazione ed inaugurazione dell'ingresso a cura di bassolino&C. Scugnizzo

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| Rossella49 |
Oggetto: la pittura e la neve 05 Gen, 2008 - 23:54
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Villaggio bretone innevato
Paul gauguin
C'è chi dice che il grande pittore l'abbia vista cadere, la neve, come in sogno, in Polinesia, poco prima di morire. C'è chi sostiene, invece, che se la sia portata dietro nel suo ultimo viaggio verso gli antipodi. Se ci pensi, è comunque un addio.
Fonte: panorama.it
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Ultima modifica di Rossella49 il 06 Gen, 2008 - 12:08, modificato 1 volta in totale |
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| Scugnizzo |
Oggetto: VILLA ROSEBERY 05 Gen, 2008 - 08:27
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NAPOLI Si racconto Napoli ,sempre + convinto che essa è una perla data ai porci . Qualcuno o qualcuna può obiettare che Arte è sinonimo di quadro pittura o tutto ciò che può entrare in un museo . Ebbene Napoli è un museo vivente,qualsiasi fotografo o pittore in qualsiasi posto di Napoli può catturare uno scorcio d'arte un pezzo di storia uno spunto x un libro. Questa è NAPOLI e noi napoletani nn lo sappiamo.
La storia di Villa Rosebery
La proprietà su Capo Posillipo che dal 1897 prende il nome di "Villa Rosebery", ha origine nei primi anni dell'Ottocento. Si deve all'ufficiale austriaco Giuseppe De Thurn, brigadiere di marina per la flotta borbonica, la creazione della proprietà tramite l'acquisto e l'accorpamento, a partire dal 1801, di alcuni fondi terrieri contigui. Nella zona più alta e panoramica, che sarà poi detta del "Belvedere", il conte Thurn fece edificare una piccola residenza con cappella privata ed un giardino; tutto il resto della tenuta fu invece destinato ad uso agricolo, con ampi vigneti e frutteti, e ceduto in affitto a coloni. Nel decennio dal 1806 al 1816, con la momentanea destituzione dei Borbone dal Regno di Napoli ad opera delle truppe napoleoniche, la proprietà del conte Thurn venne confiscata dall'amministrazione francese; fu in seguito acquisita dal restaurato regime borbonico e quindi restituita nel 1817 al conte. Dopo aver ottenuto un indennizzo per i danni economici causati dal periodo della requisizione, nel 1820 Giuseppe Thurn decise di mettere in vendita la Villa. Il valore del fondo intanto era in crescita poiché in quegli anni si andava realizzando lungo la collina di Posillipo una lunga strada di collegamento tra Mergellina e Bagnoli: una nuova via progettata per rendere agevolmente praticabile - anche in carrozza - una zona prima impervia e raggiungibile soprattutto via mare. La strada vi assecondava la tendenza a favorire lo sviluppo della città di Napoli verso occidente secondo i progetti già elaborati da Ferdinando IV di Borbone e attuati in buona parte da Gioacchino Murat. Quando dunque nel marzo 1820 la principessa di Gerace e il figlio don Agostino Serra di Terranova acquistarono la proprietà di Capo Posillipo, la zona si prestava bene ad essere trasformata da fondo prevalentemente agricolo a villa residenziale. L'uso agricolo, che poteva fruttare rendite non trascurabili, in realtà non fu completamente abrogato, ma alcuni locali prima utilizzati esclusivamente dai coloni vennero ristrutturati per essere convertiti ad uso di residenza e rappresentanza. I lavori di riassetto della tenuta - che prese il nome di "Villa Serra marina" - furono affidati ai gemelli architetti Stefano e Luigi Gasse che intervennero anzitutto sul casino del Belvedere (oggi Palazzina Borbonica), trasformandolo in elegante residenza dei nuovi proprietari, e sul cosiddetto "Casino Gaudioso", una casetta rurale che si trovava nell'estremità meridionale della proprietà che, adeguatamente ampliata e ristrutturata, avrebbe assolto la funzione di grande foresteria. Interventi di minore impegno furono effettuati anche sulle due casine a mare, che restarono tuttavia destinate ai coloni. Sono dunque gli interventi dei Serra a determinare in buona parte l'assetto della villa così come la conosciamo oggi. Morti la principessa e il figlio don Agostino, nel 1857 gli eredi vendettero la proprietà a Luigi di Borbone, comandante della Marina napoletana; da questo momento la villa fu detta "la Brasiliana" in onore della moglie di Luigi, sorella dell'imperatore del Brasile. Il nuovo proprietario volle far recintare completamente la tenuta, spesso utilizzata per incontri galanti; ne cancellò quindi definitivamente l'originario carattere agricolo sostituendo alle aree coltivate un grande parco alberato, e la dotò di un porticciolo. L'ambiguo comportamento tenuto da Luigi di Borbone nell'estate del 1860, nel momento della crisi del regno di Napoli di fronte all'avanzata garibaldina, causò il suo esilio in Francia e di conseguenza la vendita della "Brasiliana". La acquistò un facoltosissimo uomo d'affari, Gustavo Delahante, che la tenne fino al 1897 senza tuttavia effettuarvi lavori di particolare rilievo. Il successivo passaggio di proprietà testimonia del sempre maggiore interesse dei forestieri, gli inglesi in particolare, per le residenze della zona di Posillipo. Il compratore fu infatti, nel 1897, lord Rosebery, eminente uomo politico britannico che nel 1894-95 era stato primo ministro nel suo paese. L'acquisto della villa coincise con il suo temporaneo ritiro dalla vita politica per dedicarsi a tempo pieno agli studi storico-letterari. Villa Rosebery si trasformò quindi in un luogo riservato e appartato, chiuso rispetto alla mondanità della alta società napoletana e viceversa aperto a pochi studiosi e buoni amici del lord inglese. Ma non potendo più contare sui frutti dell'attività agricola ormai dismessa da tempo, la manutenzione della villa era divenuta dispendiosa per lord Rosebery che la frequentava raramente, pertanto l'inglese - che nel frattempo era tornato all'attività politica - decise di disfarsene. Signorilmente si accordò con il governo inglese per una donazione, che fu perfezionata nel 1909. La villa fu però utilizzata solo sporadicamente come luogo di villeggiatura degli ambasciatori inglesi in Italia, dopo alcuni anni pertanto anche il governo britannico optò per una cessione a titolo gratuito, questa volta allo Stato italiano. L'atto di donazione che sancì il passaggio della proprietà al nostro Stato fu firmato nel 1932 dall'ambasciatore del Regno Unito e da Benito Mussolini. Diverse proposte di destinare la villa ad uso pubblico non ebbero seguito, fu quindi messa a disposizione della famiglia reale per i soggiorni estivi. Così nel 1934, alla nascita della primogenita del principe ereditario Umberto, la residenza prese il suo nome e divenne "Villa Maria Pia". Dal giugno 1944, nominato Umberto luogotenente del Regno, Vittorio Emanuele III si trasferì nella villa con la consorte Elena: vi rimarrà fino all'abdicazione e alla partenza per l'esilio in Egitto, il 9 maggio 1946. Recuperata dallo Stato italiano dopo un breve periodo di requisizione nel 1946 da parte degli eserciti di occupazione alleati, la villa fu concessa fino al 1949 all'Accademia Aeronautica. Rimase quindi vuota e in abbandono per diversi anni finché una legge del 1957, includendola fra i beni immobili in dotazione alla Presidenza della Repubblica, non ne determinò la rinascita.
 Ipocrisia dei politici e di coloro che ci dovrebbero essere di esempio di come si conduce e gestisce una città Nell'occasione della visita di napolitano l'esercito ha ripulito il percorso soltanto. Poi a Capri dove sapendo che i manifestanti presidiavano Villa Rosebery napolitano se ne andato a Roma direttamente da Capri. Scugnizzo

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