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Rossella49 Oggetto:   19 Feb, 2008 - 13:36  Profilo Rispondi citando   

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William Bouguereau


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Rossella49 Oggetto:   18 Feb, 2008 - 17:43  Profilo Rispondi citando   

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EDUAR MUNCH

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Ultima modifica di Rossella49 il 19 Feb, 2008 - 13:37, modificato 1 volta in totale
liliana Oggetto: Munch L'URLO  17 Feb, 2008 - 15:43  Profilo Rispondi citando   

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L'Urlo


Rossella hai citato un altro grande della storia della pittura che c'è lo fà ricordare con l'opera più famosa :l"'urlo" Un artista dall'anima inquieta che ha in comune con Luigi Noto, l'arte sublime dell'impressionismo,con i quali gli affetti li esprime serenamente,al contrario Munch si avvicina al modo di sentire di Kafka,
La sua stessa vita diventa l'autobiografia della sua anima,impressa con visioni d'ansia che trasmette in alcune tele con molta incisività.Edvard Munch e Luigi Nono,sono entrambi dei grandi.
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Rossella49 Oggetto:   16 Feb, 2008 - 16:34  Profilo Rispondi citando   

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Il dipinto di Luigi Nono richiama da vicino quella della " bambina malata" di Munch eppure è profondamente diversa la percezione del momento. Qui il quadro é dominato da una disperazione angosciosa, là l’immagine di una composta serenità. I colori freddi della morte in Munch contrastano con l’atmosfera calda a tonalità basse, eppure luminose, che Nono ci offre allo sguardo. Le pennellate quasi incise velano la scena in Munch, come è confuso e smarrito lo sguardo di fronte ad un dolore senza senso. L’istante ritratto non conta, non racconta un fatto, è l’icona di un dramma comunicato più per empatia che per la rappresentazione del reale. Il verismo di Nono, nella sua preoccupazione descrittiva, ci immerge in un avvenimento preciso, ci racconta una scena, e in questo afferma positivamente la possibilità di un punto di incontro, che si compie nella concretezza di un rapporto.
Come acutamente sottolinea Arnheim, il vero centro del dipinto di Munch é rappresentato dalle mani delle due donne. Vicine, parallele, sembrano sfiorarsi eppure non lo fanno. Ed in questi pochi centimetri che separano le mani é svelata in pieno la componente emotiva del dipinto. Forse le mani si stavano toccando, e si sono appena lasciate. Partenza, separazione, dipartita. Come giá evidenziato, per Munch la malattia altro non é che inevitabile presagio di morte: e nel dipinto l'artista norvegese immortala esattamente questo breve passaggio dalla vita alla morte, dal tempo finito all'eternitá. Il delicato volto della bambina, il cui sguardo si perde al di fuori della stanza, nell'eternitá, ha giá trasceso lo spazio ed il tempo attraverso il bianco cuscino. Il capo della donna, al contrario, é pesantemente piegato verso il basso, afflitto non solamente dal dolore ma anche dal "peso" della vita, dalla sofferenza che per Munch implicava l'esistenza stessa. Non soltanto le mani sono vicine, ma anche le persone. Eppure, nella stanza di questa bambina malata domina il silenzio, grave come il capo della donna; come in molti altre tele, nessuna comunicazione é ormai possibile.


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liliana Oggetto: convalescenza  16 Feb, 2008 - 14:41  Profilo Rispondi citando   

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Convalescenza



Luigi Nono, pittore vissuto a Venezia a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, trascorse tutta l'infanzia e la giovinezza,manifestando una precoce attitudine al disegno, così da indurre il padre ad avviarlo agli studi presso l'accademia di Belle Arti di Venezia.
Affermatosi in Italia e all'estero Luigi ama dedicarsi a opere in prevalenza affettive.
Mi piace sottoporvi questa opera intitolata :"Convalescenza",quanta realtà è visibile nel volto di questa bimba che esprime ancora fragilità dei postumi della malattia .
Nel suo volto è visibile ancora tanta fragilità.
Anche il rapporto tra madre e figlia afferma la concretezza dell'unione sia pure mantenendo la chiara individualità,dove non sfugge la profondità del loro essere strettamente legate insieme.
Capolavori che possiamo ammirare solo attraverso le gallerie d'arte ma da non farsi sfuggire
Liliana



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liliana Oggetto: Capolavori ritrovati  09 Feb, 2008 - 17:54  Profilo Rispondi citando   

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Capolavori ritrovati


Chi ama l'arte,riceve grande soddisfazione,quando vengono allo scoperto opere che risalgono a secoli passati in specialmodo quella dell'arte scultorea.
L' approfondimento del loro ritrovamento, è dovuta alla scienza dell'archeologia che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro relazioni con l'ambiente.
Una scoperta davvero singolare è avvenuta tramite la segnalazione dei Carabinieri di Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano .
Il ritrovamento consiste in un volto in avorio appartenuto alla statua non ben definita di Apollo o Giunone, alta 22 centimetri e appartenente al: "Primo
Secolo Avanti Cristo"
Un vero gioiello modellato nel passato e tramandato con l'arte figurativa di quei secoli,conservatosi delicatamente per far pensare forse alle mani creative del suo artista.
La rifflessione s'impone su questi ritrovamenti portandoci a considerare l'immenso tesoro che possede l'Italia.
Pensare che pezzi unici debbano essere esportati illecitamente per favorire altre Nazioni o arrichire illegalmente collezioni private, porta molta sofferenza non solo ai cultori d'arte, ma anche a tutti coloro,che sono privati di ammirare questi capolavori.
La corruzione purtroppo esiste, bisogna fidare soprattutto nell'attenzione degli addetti ai beni culturali che per amore dell'arte sorveglino che non avvengano scavi clandestini che favoriscono ulteriormente il pauperamento del valore artisco , culturale e storico che appartiene all'Italia, evitando poi di ricorrere a visite all'Estero per godere dei nostri tesori
.
Liliana.










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Scugnizzo Oggetto:   03 Feb, 2008 - 09:45  Profilo Rispondi citando   

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LA CAMPANIA


CASTELLAMMARE
Castellammare di Stabia: città del Mediterraneo situata nel cuore del Golfo di Napoli. Magistralmente incastonata ai piedi del monte Faito, dove un tempo sorgeva l'antica Stabiae, gode della incantevole veduta panoramica sulle vicine isole di Capri e di Ischia. A pochi passi dalla storica Pompei (6 Km), dalla rinomata Sorrento (16 Km), dal celebre Vesuvio (15 Km) e dalla splendida Napoli (28 Km).

La posizione geografica, le ottime condizioni climatiche, la ricchezza del patrimonio artistico, l'importante sito archeologico, la presenza delle 28 sorgenti naturali di acque minerali (con annesse strutture termali), le ampie spiagge con impianti balneari e i possibili itinerari escursionistici sulle pendici del Faito; fanno di Castellammare di Stabia una città ad elevatissima vocazione turistica, luogo ideale per un piacevole soggiorno dalle innumerevoli attrattive.
P.S.
Un pò di pazienza mica avevo finito la descrizione
della Campania , se mi riesce cerchero di illustrarla
nel modo migliore dettagliandola possibilmente.
Scugnizzo







liliana Oggetto: Mark Rothko  02 Feb, 2008 - 19:49  Profilo Rispondi citando   

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Mark Rothko

Parlare di arte moderna,significa entrare nello specifico del gradimento,ma tutto ciò che si riferisce all'arte,richiede riflessione,condivisione,accettazione. Presumo per ciò, che l'arte di Mark Rothko,periodo della sua vita(1903= 1970)include all'osservatore tutto questo.
"IL DIPINTO COME DRAMMA"
una delle sue opere alla quale ne sono seguite molte altre,fanno intendere ampliamente
Rothko, come appartenente a quelle generazioni che hanno mutata totalmente l'essenza e la forma della pittura astratta.
Ciò che l'artista riflette essenzialmente nelle fusioni dei colori,rivelata attraverso la forma, è la stessa visibilità della la sua interiorità così espressa.
Sicuramente Rothko è il più importante artista del periodo post bellico,la sua natura inquieta lo porta ad allontanarsi da quanto appare scontato,introducendo come fuochi pirotecnici i colori, che sembrano alimentare in quello scoppiettio esplosioni continue,della sua interiorità.
Appare evidente l'inquieta sostanza della sua anima che così viene rivelata.
Per capire facilmente Rothkò,bisogna entrare nella comprensione della metafisica esplorativa delle sue esposizioni con luci colorate, che scoprono la rivoluzione di un mondo da lui posseduto,al fine che altri individuino i contorni invisibili, abilmente proiettati e impresse nelle sue tele.
Giungere alla sua arte, significa interiorizzare il suo linguaggio,che diventa così all'osservatore attento, la visione e l'esaltazione di sentimenti inespressi.
Mark Rothkò , cerca nell'astratto, nuove forme di percezioni, per descrivere forse, non appagate aspirazioni che lo portano inevitabilmente al rifiuto della vita.
Tracce profonde di un vissuto che diventa circoscritto,lo spingono in altri spazi che profondamente intuisce e si riconosce.

Liliana


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Rossella49 Oggetto:   30 Gen, 2008 - 14:38  Profilo Rispondi citando   

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Baia del lago con il Monte Caslano (1924)

"Tra la mia pittura e la mia poesia non c'è discrepanza,
cerco sempre la verità poetica, non quella naturalista."
Hermann Hesse (1920)



Rossella49 Oggetto:   30 Gen, 2008 - 14:33  Profilo Rispondi citando   

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Bellissimo Arcangela! Grazie!

Purtroppo io non so mettere YOUTUBE So che ci sono alcuni pittori... Se tu o Lella51 vorreste postare ancora qualcosa....


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Arcangela Oggetto: BUONA VISIONE  26 Gen, 2008 - 22:05  Profilo Rispondi citando   

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Buona visione!

Arcangela

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"Bevi la vita a piccoli sorsi, bevila tutta non lasciarne nessuna traccia perché andrà persa in un mare d’indifferenza"


Ultima modifica di Arcangela il 27 Mar, 2008 - 00:00, modificato 2 volte in totale
Scugnizzo Oggetto: TEATRO SAN CARLO NAPOLI  20 Gen, 2008 - 09:24  Profilo Rispondi citando   

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Teatro di San Carlo
Il teatro venne costruito nel 1737 per volere del re Carlo III di Borbone, a cui venne intitolato. Il progetto fu affidato all'architetto Giovanni Antonio Medrano. I lavori furono diretti da Angelo Carasale. Fu inaugurato il 4 novembre del 1737, giorno dell'onomastico del sovrano, con la rappresentazione dell'Achille in Sciro del Metastasio. Il 12 febbraio 1816 un furioso incendio distrusse completamente il teatro. Ferdinando IV di Borbone assegnò la ricostruzione all'architetto Antonio Niccolini, già intervenuto in precedenza sul rifacimento della facciata. La seconda inaugurazione si ebbe il 12 gennaio 1817 con il Sogno di Partenope, scritta per l'occasione da Giovanni Simone Mayr. All'interno, nella volta è collocata una tela di Giuseppe Cammarano, raffigurante Appolo presenta a Minerva i maggiori poeti. (Il Teatro non è visitabile durante le giornate Napoli Porte Aperte perché è in corso l'allestimento di uno spettacolo. Sarà visitabile a luglio in occasione di un concerto gratuito che la Direzione offrirà alla città). (Francesca Del Vecchio)
P.S.
Liliana, è sempre un piacere leggerti, le tue
recensioni sono un capolavoro nel capolavoro
vorrei tanto imitarti ma riesco a fare solo brutte copie.


Ingresso del teatro


interno del teatro
Tra Piazza Municipio e Piazza Plebiscito
vi è una miriade di opere d'arte x tutti i gusti.
Scugnizzo








liliana Oggetto: L'ULTIMA CENA  19 Gen, 2008 - 23:36  Profilo Rispondi citando   

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E' davvero sorprendente come Leonardo Da Vinci nel capolavoro del suo dipinto : "L'ultima cena" abbia colto lo stato d'animo degli Apostoli. uniti da una stessa situazione. Ciascuno mostra un atteggiamento particolare, all'ascolto delle parole di Gesù: quando pronuncia : "Qualcuno di voi mi tradira".
Sensazioni non comuni,che Leonardo coglie, lasciando intravedere attraverso l'espressione dei volti e all'atteggiamento dei corpi, lo sgomento di quanto udito.
Leonardo, svela tutto questo, immergendo anche nelle loro vesti le sfumature e le tonalità
, dei colori che lasciano intravedere le loro personalità.
.Le sensazioni degli Apostolli, manifestate con il sospetto, il senso di colpa, l'autodifesa,la paura,la cattiveria,l'innocenza,fluisce con energia per eprimere lo stato di disagio
che inizia a circolare tra loro,con espressioni che rilevano le marcate fattezze di qualcuno, o evidenziando la femminea espressione dell'Apostolo seduto accanto al Maestro, che ha fatto nascere nello scrittore : Dan Brown,nel libro:Il Codice da Vinci ,qualche dubbio sulla appartenenza del sesso,confuso con quello della :Maddalena
L'unica indiscussa verità è la grandezza di Leonardo estesa a tutta la sua versatilità ,trasmessa in ogni campo della conoscenza,sublimata in ogni forma di arte,perpetrata attraverso i secoli,ma che
ancora riesce a stupire.


Chiedo scusa a scugnizzo se gli ho rubato un pò di spazio,ma sono certa mi perdonerà come cultore dell' arte.
Liliana


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Scugnizzo Oggetto: LA REGGIA di Piazza Plebiscito  17 Gen, 2008 - 22:44  Profilo Rispondi citando   

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Piazza Plebiscito
Una delle piazze +belle di NAPOLI
ivi vi è la prima Reggia a Napoli ve ne sono tre
ma questa è quella che i napoletani sono
+ affezzionati ed i bambini + timorosi xkè
circola una favoletta circa le statue dei regnanti
Una domenica con mio fratello + grande attraversando
piazza plebiscito mi indicò le statue dicendomi:
arrivando all' altezza di vedi questo sign
ore dice
chi a fatto pipi qui a terra ? questo indicandomi
dice nn lo sò invecce quest'altro + coraggioso
sono stato io e quest'altrovittorio emanuele sguainando
la spada dice ed allora tagliamoci il pistolino.
Ed io tutto timoroso e confuso mi ripromettevo che mai avrei fatto pipi a terra.
Palazzo Reale di Napoli : le dimensioni sono quelle di una reggia, si affaccia maestoso sull'attuale Piazza del Plebiscito, fu costruito nel 1600 da Domenico Fontana[1], su commissione dell'allora viceré conte di Lemos. Esso avrebbe dovuto ospitare il re Filippo III di Spagna, atteso a Napoli con la sua consorte per una visita ufficiale che non avvenne mai. Il palazzo divenne la residenza dei viceré spagnoli e poi di quelli austriaci ed, in seguito, dei re di casa Borbone. Dopo l'Unità d'Italia fu eletta residenza napoletana dei sovrani di Casa Savoia.

Durante gli anni 1806-1815 fu arricchito da Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte con decorazioni e arredamenti neoclassici, provenienti dalle Tuileries; fu danneggiato da un incendio nel 1837 e successivamente restaurato dal 1838 al 1858 per mano di Gaetano Genovese che ampliò e regolarizzò, senza stravolgerla, l'antica fabbrica.

Durante quel periodo furono aggiunte alla struttura L'Ala delle Feste e una nuova facciata prospiciente il mare, caratterizzata da un basamento di bugnato e da una torretta-belvedere. Ad angolo

con il Teatro San Carlo fu invece creata una piccola facciata in luogo del Palazzo Vecchio di don Pedro de Toledo.

Nel 1888, per volere di Umberto I, le nicchie esterne furono occupate da gigantesche statue dei re di Napoli: Ruggero il Normanno, Federico II di Svevia, Carlo I d'Angiò, Alfonso I d'Aragona, Carlo V d'Asburgo, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat e Vittorio Emanuele II di Savoia.

Nel 1922 fu deciso (con Decreto del Ministro Anile) di trasferirvi la Biblioteca Nazionale (fino allora nel palazzo del Museo); il trasferimento dei fondi librari fu eseguito entro il 1925.

I bombardamenti subiti durante la Seconda guerra mondiale e le successive occupazioni militari causarono al palazzo gravissimi danni che resero necessario un restauro ad opera della Soprintendenza ai Monumenti.

Facciata laterale
verso il Teatro San Carlo. Vista del "Cortile d'Onore" dall'ingresso su piazza del Plebiscito.Indice [nascondi]
1 Esterno
1.1 Statue dei sovrani di Napoli
2 Interno
3 Appartamento Reale
3.1 Sala I: Teatrino di corte
3.2 Sala II: Sala diplomatica
3.3 Sala III: Saletta Neoclassica
3.4 Sala IV, o Seconda Anticamera di Sua Maestà: Fasti di Alfonso il Magnanimo
3.5 Sala V: Terza anticamera
3.6 Sala VI: Sala del Trono
3.7 Sala VII
3.8 Sala VIII: Salone degli Ambasciatori
3.9 Sala IX: Sala di Maria Cristina di Savoia
3.10 Sala X
3.11 Sala XI: Sala del Gran Capitano
3.12 Sala XII: Sala dei Fiamminghi
3.13 Sala XIII: Studio del Re
3.14 Sala XIV: Sala del Seicento Napoletano
3.15 Sala XV: Sala della Pittura di Paesaggio
3.16 Sala XVI: Sala di Luca Giordano
3.17 Sala XVII: Sala della pittura del Seicento
3.18 Sala XVIII: Sala della pittura emiliana
3.19 Sala XIX: Sala delle nature morte
3.20 Sala XX: Sala Neoclassica
3.21 Sala XXI: (Già Sala dei Pilastri




facciata della reggia




scalone d'ingresso



cortile d'onore


















vitt. emanuele II

Scugnizzo





Scugnizzo Oggetto: CHIESA del GES§ VECCHIO  15 Gen, 2008 - 22:21  Profilo Rispondi citando   

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Fintanto che SPACCANAPOLI
si allunga ove l'arte la fà da padrona
in qualsiasi via o vicolo laterale vuoi
immetterti di sicuro troverai un gioiello
un qualcosa che ti porta in un altra
dimensione,una dimensione di un secolo
trascorso e che prepotentemente ti avvolge
Il Gesù vecchio una chiesa che mai nessun
turista avrà visto sia x la scarsa descrizione
sia x il posto ove è ubicata tra vicoli e vicoletti che all'imbrunire si è restii ad imboccare.
Nel cuore della Napoli vecchia, poco distante da Corso Umberto, sorge la Chiesa del Gesù Vecchio, prima sede dell'Ordine Gesuita nella città campana, consacrata nel 1624.
Accanto venne edificato, intorno al 1650, il collegio della Compagnia di Gesù, che aveva tra i suoi principali obiettivi quello di istruire i giovani delle classi più abbienti, con la specifica finalità di formare un gruppo elitario in grado di adempiere ai compiti sociali più prestigiosi.
Nella seconda metà del Settecento il collegio è divenuto sede dell'Università degli studi di Napoli e della Biblioteca universitaria, tuttavia dopo l'espulsione dell'ordine dei gesuiti dal Regno, avvenuta nel 1767, erano già state apportate delle modifiche agli ambienti sacri.
La chiesa ha una struttura architettonica a croce latina, con un'unica navata e con cappelle laterali decorate; tra le opere d'arte contenute nella chiesa significativa è quella dedicata a San Luigi Gonzaga, proclamato beato soltanto pochi anni prima della realizzazione dell'edificio, nel 1605.
La tela,che risale al 1627, si trova, attualmente, in uno stato di pessima conservazione : lacerata e spenta a livello cromatico ha mantenuto nel tempo una piccola parte della preziosità di cui l'aveva arricchita il Battistello, autore della sublimazione del Santo, accompagnato in cielo dagli Angeli.
I gesuiti giunsero a Napoli nel 1552 con l'obiettivo di fondare e gestire una scuola, che fu all'inizio sede della divulgazione di studi umanistici e grammaticali, fino a divenire centro propulsore di materie filosofiche e teologiche.
Per i primi anni la sede fu provvisoria e precaria, tuttavia nel 1554 questa si stabilì definitivamente nell'attuale Chiesa del Gesù Vecchio, così definita dopo la fondazione della Chiesa del Gesù Nuovo.
L'ampliamento che consentì la realizzazione del Cortile e dell'Aula Magna, ora sala di lettura dell'Università, fu dovuto alla necessità di creare nuovi spazi in grado di ospitare la cospicua affluenza di giovani, che richiedevano, insieme alle loro famiglie, una istruzione completa e un sostrato culturale adeguato alle esigenze di una società in continua trasformazione.



La Facciata

L'interno


Cortile in uso all'università


Scugnizzo Oggetto: I SAVOIA ED IL SUD ORTO BOTANICO  15 Gen, 2008 - 17:32  Profilo Rispondi citando   

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Avevamo tutto e di + fintanto nn
arrivò garibaldi ed i piemontesi poi.........
Vi erano i briganti oggi vi sono i politici
tutto ciò che che si poteva trasportare
fù inviato al nord ,tutto ciò che e restato
xkè inamovibile intrasportabile è rimasto
qui a NAPOLI null'altro possiamo aggiungere
a ciò che a fatto la natura ed i BORBONI poi
Il Real Orto Botanico di Napoli fu fondato nel 1807 in un'area ai piedi della collina di Capodimonte, a lato del Real Albergo dei Poveri; oggi si tratta di una struttura universitaria, della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, ed è sicuramente il più importante in Italia per il numero e la qualità delle specie presenti.

Al primo allestimento contribuirono botanici partenopei del calibro di Vincenzo Petagna e Michele Tenore, e, nel decreto di fondazione firmato da Giuseppe Bonaparte, si indicava come scopo della struttura l'istruzione del pubblico, lo sviluppo delle arti mediche, dell'agricoltura e dell'industria.

Oggi l'Orto botanico di Napoli conta circa 25mila esemplari di 10mila specie diverse, provenienti da ogni parte del mondo. Le collezioni vegetali sono presentate secondo tre criteri: ecologico (raggruppamento delle specie in base ai parametri ambientali delle zone geografiche di provenienza), sistematico (raggruppamento di specie analoghe dal punto di vista filogenetico) ed etnobotanico (raggruppamenti in base al tipo di applicazione determinato dall'uomo).
Dei suddetti raggruppamenti, possiamo citare ad esempio l'area delle succulente, l'area della macchia mediterranea, le vasche di piante acquatice, il filiceto (criterio ecologico), l'area delle Pinophyta, l'area delle Magnoliophyta, l'agrumeto, il palmeto (criterio sistematico), la sezione sperimentale delle piante officinali (criterio etnobotanico).

Interessanti sono anche i complessi di serre e il museo di Paleobotanica ed Etnobotanica, ospitato nel Castello seicentesco


Ingresso dell'ORTO BOTANICO


Una delle tante serre


Il castello interno Orto Botanico di NAPOLI

Scugnizzo











Scugnizzo Oggetto: NAPOLI SOTTERRANEA  14 Gen, 2008 - 08:41  Profilo Rispondi citando   

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La prima Napoli quasi preistorica
come quando fu fondata con il nome di
Phartenope
Questa Napoli è parzialmente ancora
visibile.

Le origini e gli antichi cristiani di Napoli

Napoli, come Roma, Siracusa, Palermo, Cagliari e altre città del bacino del Mediterraneo, ebbe una fitta rete di cimiteri sotterranei, che si sviluppò principalmente alle falde dei Colli Aminei, nella zona suburbana del quartiere dei Vergini-Sanità, la «valle dei morti» come fu definita fin dai tempi di Neapolis grecoromana. Purtroppo di molti iροgei greci, romani e cristiani, di grande interesse storico e archeologico, oggi non rimane che la testimonianza letteraria. Scriveva il canonico Andrea De Jono nel 1839 che la collina di Cαpodimonte era piena di sepolcri antichi che sono andati distrutti o perché sono stati utilizzati come cave di pietra o perché sono stati trasformati in ambienti di uso diverso «resi quale a stallaggio per i giumenti, e quale a fienile o ad uso cαmpereccio». La distruzione e l'occultamento di molti altri ambienti si devono poi attribuire non tanto alla mano dell'uomo, quanto piuttosto alle forze della natura, poiché molte alluvioni hanno contribuito a farne perdere le memorie; come le cosiddette «lave dei Vergini» che scendevano, dopo temporali o piogge torrenziali, dai valloni delle Fontanelle e dalla zona dei Cristallini formando veri e propri fiumi d'acqua e detriti.

Mα perché i napoletani scelsero questa zona per scavare i loro cimiteri? Il motivo principale si deve ricercare nella natura dell'ottimo tufo giallo che è compatto, quindi dava la possibilità di scavare ampie gallerie senza pericoli di frane o smottamenti, come invece spesso accadeva nelle catacombe di Roma. Inoltre, non è da dimenticare che la zona ai piedi della collina dei Colli Aminei era dai tempi dei colonizzatori greci un'area di cave di pietra; si potevano utilizzare, quindi, le stesse squadre di scavatori i quali erano in grado poi facilmente di vendere il tufo che avanzava per le costruzioni. Giustamente U.M. Fasola osserva che «sembra certo che i buoni napoletani antichi, pure pensando ai morti, non sprecarono una risorsa per i vivi, che la provvidenza forniva loro con tanta abbondanza». Nelle catacombe di Napoli il tufo appare estratto non in modo avventato, bensì ritagliato in grandi blocchi squadrati dai quali si potevano ottenere massi più piccoli adatti a scopo edilizio. E escluso, invece, che i cristiani napoletani per la creazione dei loro cimiteri abbiano usato cave abbandonate o grotte naturali, come vuole una leggendaria tradizione fiorita intorno ad esse. Pure infondata è la strana credenza che le catacombe fossero state la sede del culto, dell'organizzazione e della vita stessa della comunità cristiana dei primi secoli, costretta a nascondersi a causa delle persecuzioni. I cristianí di Napoli, come del resto quelli delle altre città, sebbene non riconosciuti dalle αutorità civili, approfittarono delle disροsizίοni della legislazione romana che garantiva a tutti, perfino agli schiavi e ai giustiziati, il diritto al sepolcro. Ovviamente bisognava attenersi alle leggi che regolavano nel mondo romano il servizio funebre; primariamente la norma sulla localizzazione delle tombe fuori dall'abitato, i cui confini erano giuridicamente fissati da una linea ideale detta pomerio, che per Napoli corrispondeva grosso modo a quella delle mura cittadine. Infine, senza prove archeologiche serie e attendibili è la leggendaria intercοmunícαbilità delle catacombe napoletane, nonostante i racconti avventurosi e misteriosi fatti dagli scrittori di Napoli tra il Cinquecento e il Seicento. Tra essi anche Alessio Aurelio Pelliccia, che nella sua dottissima opera ammise che dalle catacombe di S. Gennaro si poteva passare a quelle di S. Gaudioso, o di S. Severo, o di S. Maria della Vita, e perfino alle lontanissime di S. Efebo e addirittura fino a Cimítile (Nola) e a Pozzuoli. Quest'immensa città sotterranea sarebbe stata creata dai Cimmeri, un popolo amante dell'oscurità e degli antri e pauroso delle eruzioni del Vesuvio: evidentemente furono le cave del sottosuolo napoletano, ancora oggi cruccio di urbanisti e causa di crolli e frane, ad accendere la fantasia anche degli studiοsi.

Perché i cristiani, e tra loro quelli di Napoli, abbiano tanto sviluppato l'escavazione sotterranea non deve meravigliare. In primo luogo essa era praticata solo nei luoghi dove la natura del suolo Ιο permetteva, vale a dire in regioni vulcaniche o ricche di rocce calcaree di facile lavorazione; in questi paesi Ιο scavo di ambienti sotterranei per usi vari è di molto anteriore all'avvento del cristianesimo. E il suolo, anzi, il sottosuolo di Napoli, è stato traforato in ogni epoca perché bene si prestava allo scavo. Quindi solo in poche altre città della Campania i cristiani hanno potuto scavare catacombe, come, per esempio, a S. Maria Capua Vetere (l'antica Capua) e a Sessa Aurunca; più spesso furono organizzati cimiteri sopra terra, detti perciò subdiah, molto simili alle nostre moderne aree cimiteriali, come quello dell'antica Stabiae, individuato dal grande archeologo romano G.B. de Rossi alla fine del secolo scorso nei pressi della cattedrale della città, o di S. Restítuta a Lacco Ameno, sull'isola di Ischia, scavato in tempi recenti da P. Monti, per non parlare del grandioso complesso di Cimitile, costruito attorno alla tomba di san Felice da Paolino di Nola nel v secolo: ancora oggi qui accorrono centinaia di fedeli per partecipare durante la festa in onore del santo alla tradizionale e pittoresca processione dei «gigli» .

Μa chi erano i primi cristiαni di Napoli? E che cosa ci può dire la storia sulla nascita della comunità napoletana? Purtroppo sulle origini della primitiva Chiesa cittadina siamo scarsamente informati. Non esiste una testimonianza così sacra e così antica come quella, per esempio, della vicina Puteoli. Sappiamo, infatti, come riferiscono gli Atti degli Apostoli al cap. 28, che nella primavera dell'anno 61 della nostra era Paolo di Tarso, mentre veniva condotto a Roma per essere processato, si fermò sette giοrní a Pozzuoli invitato a trattenersi lì da alcuni «fratelli». E proprio lungo la via Domiziana gli archeologi e gli storici hanno individuato le pii antiche diocesi della Campania: oltre a Pozzuoli, Misenum, Volturnum, Cumae, Liternum, Sinuessa.

I cristiani di. Pozzuoli furono certamente in gran parte membri della locale comunità di ebrei, la quale era specializzata nei traffici marittimi e commerciali: deteneva il monopolio nella fabbricazione del vetro. Da Puteoli il messaggio cristiano deve essere poi arrivato a Napoli; proprio i rapporti facili e fiorenti tra la città partenopea e i comuni del settore occidentale e orientale del golfo non potevano non fare da veicolo a tutte le novità che in qualsiasi modo toccassero un punto qualunque dell'ampio arco del golfo. E Napoli si caratterizzava, inoltre, per costumi e consuetudini socio-politiche di stampo greco, era quindi aperta alle novità e al progresso: insomma, nella docta Parthenope di Marziale e nella otiosa Neapolis di Orazio il verbo cristiano non dovette tardare a diffondersi, e sebbene le notizie più antiche siano soltanto della fine del nι secolo, la ecclesia napoletana ebbe ben presto proseliti. Anzi, è stato giustamente osservato che la comunità cristiana di Napoli «accolse fin quasi dalle sue origini le gentes più note e ricche della città con i loro beni e le loro proprietà. Fu ρrσpriσ grazie alle donazioni dei patrizi napoletani che si venne formando, prima ancora che l'Impero divenisse cristiano, la proprietà ecclesiastica locale, che finì per prendere il posto del grande latifondo romano»8. Un segno dell'antichità della comunità cristiana di Napoli è fornita dal nome del primo vescovo della città: Asprenas. Si tratta, infatti, di un cognomen tipico della classicità romana, ricordato in molte iscrizioni di diverse città e non soltanto del litorale campano. Il nome risulta frequente, per esempio, presso la gens Calpurnia di Pozzuoli e la gens Nonia di Ercolano e Pompei. Mα la leggenda ne hα contaminato la figura e hα raccontato che Aspreno fu discepolo privilegiato di san Pietro e da lui battezzato personalmente; san Pietro, sbarcato α Pozzuoli, avrebbe evangelizzato oltre Napoli anche le cittadine confinanti spingendosi fino a Torre del Greco, Ercolano e Pompei, e finanche nella penisola sorrentina. II principe degli Apostoli in città avrebbe anche celebrato una messa e su quel luogo sarebbe sorta poi una chiesa (S. Pietro ad Aram); Aspreno e sua sorella Candida, presentata da questi racconti come la prima cristiana della città, avrebbero avuto la casa nei pressi dell'odierna piazza Borsa (nell'attuale cappella di S. Aspreno al Porto).

La storia della Chiesa di Napoli, al di là di queste tarde leggende, può però rifarsi ad un autorevolissimo libro. Si tratta del Chronicon Episcoporum Neapolitanorum, cioè della Cronaca dei Vescovi di Napoli: l'opera più preziosa e più ricca di notizie intorno al periodo compreso dalle origini della diocesi partenopea alla fine del IX secolo.

Tale catalogo fu scritto, nelle forme definitive, tra la fine del IX e l'inizio del X secolo, e fu chiamato, dal XVII secolo, in vario modo; in esso vengono riportate, trα le altre notizie biografiche e pastorali, indicazioni sulle opere edilizie, sulle chiese, sui battisteri, sui monasteri, realizzati per interessamento dei vescovi di Napoli sia nell'ambito urbano sia nell'immediato suburbio; al tempo stesso ci danno informazioni sui luoghi di depositiones dei presuli, cioè di sepoltura, contribuendo significativamente a ricostruire parte essenziale delle catacombe di Napoli. La Cronaca informa, così, che dopo Aspreno furono vescovi della città Ερitίmίto, Manone, Probo, Paolo, Agrippino, Eustazio, Efebo e Fortunato: quest'ultimo ραrteciρδ sicuramente ad un incontro di vescovi tenuto a Sardica (attuale Sofia), nel 343-344.

Mα per ricostruire le vicende della Chiesa napoletana con maggiore αffιdabilità bisogna riferirsi alle testimonianze monumentali, che nella generale decadenza economica della regione e nel conseguente trαmontο delle antiche strutture urbane, furono indubbiamente di portata limitata e non paragonabili alla fioritura delle costruzioni greche e romane. In questa direzione intra urbem una posizione preminente spetta al complesso episcopale, nei pressi dell'attuale Duomo della città, anche se non trova concordi gli archeologi sull'assetto complessivo degli edifici di cui era composto; tra questi erano le due cattedrali, la «Costantiniana» o di S. Restituta e la Stefania; i due battisteri, di S. Giovanni ad fontes maiores e il Vincenziano ad fontes minores; il consignatorium, cioè il luogo per la cresima, e l'accubitum, un locale di servizio del vescovo. Rilevante e giustamente famosa è pure la basilica di S. Lorenzo Maggiore, nel cuore del centro antico, non molto distante dall'insula episcopalis; tale edificio fu fatto costruire dal vescovo Giovanni II (morto nel 555) sulla terrazza che sorreggeva il macellum, cioè il mercato, della città, come hanno dimostrato i recenti scavi αrcheologici9.

Mα pur avendo perduto il fascino di luoghi di rifugio e di nascondíglio dei fedeli perseguitati, le catacombe di Napoli sono tra le più importanti e spesso uniche fonti per la conoscenza della gerarchia, dell'organizzazione, delle credenze, della vita privata e pubblica della primitiva comunità cristiana. Gli ambienti funerari sotterranei, anche se in qualche caso depredati nei secoli passati, mostrano architetture, tipologia dei sepolcri e spesso grande ricchezza decorativa. Attraverso lo studio delle interessanti iscrizioni, delle bellissime pitture e dei pregevolissimi mosaici si può ripercorrere lo sviluppo dell'arte e della storia napoletana dal II αl X secolo d.C.

Le catacombe più grandi

L'indagine e il racconto sistematico della Napoli sotterranea cristiana devono necessariamente prendere le mosse dalle catacombe di S. Gennaro, il complesso monumentale più noto, il cimitero più importante, il più antico e il pίù vasto per ampiezza e sviluppo. L'autore della Cronaca dei Vescovi nella biografia del vescovo Vittore (492496) ricorda che ώ suoi tempi, nel ix secolo, la catacomba si trovava ad miliarum unum dalla porta della città. Si riferiva all'antica «porta del tufo», così definita perché dava accesso alla zona delle cave di pietra delle Fontanelle; tale nome in seguito fu cambiato, la porta si chiamò di «S. Gennaro», appunto perché da essa si arrivava alle catacombe del santo patrono. E poiché l'accidentata morfologia della valle della Sanità è all'origine del tracciato dei percorsi viari, rimasti immutati sostanzialmente anche nello sviluppo del borgo, l'andamento della via a cui si riferiva il cronista non deve essere stato dissimile dall'attuale, che comprende via Vergini, via Arena alla Sαntà, un tratto di via S. Vincenzo e via S. Gennaro dei Poveri. Certamente era la via dei sepolcri anche al tempo dei Greci e dei Romani; tuttavia bisogna ricordare che porta S. Gennaro, ín età ducale, era leggermente più all'interno della città, presso il vico Limοncellο, chiamato un tempo vico dei Giudei o degli Spogliamortí. Si sa del resto che sull'andamento delle mura napoletane nell'età tardoantíca sono state formulate varie ipotesi. Sulla scorta di notizie di rinvenimenti archeologici e in base a una documentazione archivistica dettagliata M. Napoli ha ipotizzato che il circuito medievale delle mura rispettava, grosso modo, quello delle mura antiche; in questo caso il tratto nord-orientale, da S. Anello a Caponapoli, attraverso villa Chiara, rampa M. Longo, via Settembrini e via Forcella, giungeva nei pressi di S. Agostino alla Zecca. Al contrario, il tracciato meridionale e occidentale restano dibattuti: forse la murazione, deviata già nel IV secolo a.C. verso piazza Bellini, andava da S. Anello fino a S. Domenico, passando per via del Sole (oggi via Duomo). Durante il regno di Valentiniano m, intorno a 1440, sono attestati un restauro o una risistemazione delle mura, che seguivano il percorso di ruα Catalana fino a via del Porto, l'attuale via De Pretis, parallelamente al mare, fino a ricollegarsi con gli avancorpi fortificati costruiti tra piazza Borsa e via Mezzοcannοne.

Ad ogni modo le catacombe erano fuori dalle mura, extra moenia, a circa 1500 metri dalla porta. L'ingresso attuale non corrisponde a quello antico; oggi si accede al cimitero da un viale ricavato nei giardini della basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio, a Capodimonte. Ciononostante entrarvi è ancora emozionante e suggestivo.

Una moderna scala metallica, sistemata allargando un antico lucernario, immette immediatamente nella parte centrale del grandioso ambulacro del piano superiore. La forte e chiara luce solare si spegne; a fatica gli occhi si adeguano al nuovo effetto, mentre la grave umidità dei sotterranei suscita un intenso ma breve brivido di freddo che pervade il corpo. Il visitatore ha appena il tempo di ambientarsi e di guardarsi intorno che un vivo chiarore lο cattura e lο invita a procedere innanzi. Scoprirà presto che un taglio nella roccia, forse nel vτ secolo, ha separato i due livelli che oggi caratterizzano le catacombe, un tempo accordati, e ha reso di conseguenza un breve tratto del cimitero sub divo, aperto. Ancora qualche passo più avanti e si trova davanti lο straordinario intreccio delle gallerie del livello inferiore, da dove finalmente comincerà a investigare la natura di quel singolare monumento.



Il complesso monumentale di S. Gennaro è di straordinaria estensione; ora si presenta unico, ma è il risultato di ampliamenti e fusioni di almeno 5 ipogei un tempo separati; si sviluppa su due livelli: esso ha costituito significativamente l'elemento che più di ogni altro nel borgo dei Vergini ha rappresentato continuità e sviluppo nelle successive epoche. Nonostante le trasformazioni e le alterazioni i centri iniziali e lο sviluppo del cimitero sono facilmente individuabili. È chiaro agli archeologi, che hanno in questi ultimi decenni compiuto eccezionali scoperte, che il nucleo più antico è da ritenersi il cosiddetto «vestiboΙο inferiore», sorto tra la fine del II e gli inizi del III secolo, da cui si sono sviluppati in fasi successive gli ambulacri della catacomba di livello più basso. In origine era un sepolcro probabilmente di una famiglia gentilizia, che dovette tuttavia convertirsi ben presto al cristianesimo e concedere alla comunità cristiana l'ipogeo e la zona attigua. Infatti difficilmente si può spiegare il possesso pubblico di una così vasta area, se non pensando a una benevola e gratuita concessione del cimitero da parte di una facoltosa gens.

Il grande vestibolo venne liberato completamente dalle terre e dalle murature posteriori solo negli scavi di monsignor G.A. Galante, ai primi del Novecento, solo allora se ne poté comprendere la forma singolare e ammirare la decorazione della volta, che ha suscitato in ogni studioso meraviglia e sorpresa; è costituito da una vasta sala trapezoidale lunga più di 16 metri, larga quasi 6 all'ingresso e 11 al fondo, con uno sviluppo sul lato settentrionale di altre quattro sale minori di forma rettangolare. Il larghissimo soffitto fu sollevato progressivamente dai fοssοres fino a un'altezza di più di 6 metri dal suolo. Le piccole aule laterali furono usate per la sepoltura dei componenti della famiglia patrizia, di cui nulla si può dire, poiché non sono note iscrizioni o fonti che la individuano. La grande sala, invece, serviva quasi esclusivamente per i rituali del culto funebre, nonostante la presenza di sei sarcofagi distribuiti ai lati dell' ambiente, che sarebbero stati ricavati da un banco tufaceo solo al principio del IV secolo. Fu in questo tempo o poco prima che venne sepolto in uno di questi originari ambienti il corpo di sant'Agrippino, sesto vescovo di Napoli e primo patrono della città. La presenza della sua tomba venerata, sistemata poi in una basilica ottenuta da varie trasformazioni strutturali, diede impulso e sviluppo alla evoluzione dell'ipogeo gentilizio da privato in cimitero comunitario.

Quindi dalla seconda metà del IV secolo, contemporaneamente alla utilizzazione e alla trasformazione delle aule intorno al vestibolo, seguì la nascita in grande stile della catacomba inferiore e furono aperte nelle pareti di fondo tre alte e larghe gallerie, lunghe dai 60 ai 70 metri, con nicchioni sovrapposti sulle pareti laterali e su quelle di fondo. Anche se lο scavo dovette durare a lungo, per lο meno 200 anni, si ha l'impressione che il cimitero si sia sviluppato con un progetto unitario nel quale è evidente lο schematismo e la regolarità che appare già nel ritmico continuum delle arcate e nella distribuzione degli ambienti; gli ambulacri sono ortogonali al vestibolo, quasi fossero i «decumani» della necropoli, mentre ad angolo retto si diramano dai due lati numerose gallerie più piccole, come fossero dei «cardini».



Grandiose sono le sue architetture e varia la forma dei suoi sepolcri. Tra essi interessanti sono le molte stanze funerarie di piccoli nuclei familiari, i cubicoli, con ingressi decorati e incorniciati da colonnine intagliate nel tufo, una diversa dall'altra; ciascuna stanza aveva un sistema di chiusura, come si deduce dai fori ai lati degli ingressi. I cubicoli hanno le forme più diverse: quadrati, rettangolari, absidati, poligonali; in alcuni casi sono «geminati» (cubiculum duplex). Hanno le volte in piano o a crociera o a botte o a cupola più o meno ribassata; sono dotati di nicchiette per i lumi e le lucerne e alcuni conservano anche tracce di mensole per le offerte e i pasti funebri. Sulle pareti erano le pile dei loculi, ordinati e regolari, grandi o piccoli, a secondo dell'età del defunto, monosomí, bisomi, eccetera, a secondo del numero delle salme che contenevano. Variamente distribuite erano le mensole e le nicchiette dove si posavano le lucerne a olio per illumínare gli ambienti; lumi erano anche davanti alle tombe. Mα per fornire agli ambulacri maggiore luce e aria c'erano speciali aperture quadrate, i cosiddetti lucernari, oggi m gran parte chiusi.

La catacomba superiore al contrario, molto più di quella inferiore, conobbe differenti periodi di sviluppo. Tuttavia è provato che anch'essa ebbe origine da un sepolcro primitivo, oggi chiamato «vestibolo superiore». Studiato α partire dal 1832, è giustamente famoso per gli affreschi che ne adornano la volta, nei quali sono da individuare le più antiche rappresentazioni cristiane non solo di Napoli, ma della Campania intera. L'ipogeo, scavato nel lato occidentale della collina di Capodímonte non più tardi del secondo decennio del III secolo, cioè del 210-220 d.C., non dista che pochi metri dal sepolcreto gentilizio del piano inferiore, ma si trova ad un livello più alto. Vi si accedeva certamente dalla stessa strada pubblica, sulla quale peraltro erano altri ipogei oggi interrati. Era formato da due sale più o meno quadrate, ciascuna di circa 7 metri per lato; ma pure avendo la stessa volta, hanno un piano di calpestio differente, per cui sono collegati da una breve scala di tufo di cinque gradini. L'ambiente non era destinato solo alle sepolture, ma anche alle riunioni del culto funebre, come sembra confermare un banco roccioso che corre lungo le pareti laterali. Si trattava certo di stanze più modeste del grandioso vestibolo inferiore, viceversa erano più intime e raccolte, proporzionate del resto alla disponibilità dei proprietari che dovevano essere più numerosi, ma meno ricchi dei vicini: sembra probabile, in questo caso, che a differenza del vestibolo inferiore l'ipogeo superiore sia stato fin dall'origine un piccolo cimitero della primitiva comunità cristiana di Νapoli.

Α questo sepolcreto si aggregò ben presto quella che gli archeologi definiscono lα «zona greca», un altro antico ipogeo forse appartenente agli stessi proprietari del vestibolo superiore, infatti dalla prima aula attinsero la luce mediante due finestre elegantemente collocate; tale zona ha caratteristiche che non si ripetono in nessun altro punto del complesso catacombale ianuariano e non rientrano negli usuali schemi architettonici e decorativi: li occupano molteplici tombe, anche nel suolo delle gallerie, e li abbellisce un singolare rivestimento pittorico. Interessanti sono i noni dei defunti dipinti sugli affreschi; oggi se ne leggono a fatica pochi, ma un tempo ne furono contati una quarantina: quasi tutti nomi latini traslitterati, cioè scritti in greco (ragione che diede il nome alla zona); tra essi Annia, Tertullus, Marcianus, Iusta, Ρaυla, Rufina, Fructuosus. L' intenso sfruttamento delle gallerie e del suolo ha fatto dire a U.M. Fasola che qui «è possibile che ci troviamo di fronte al primo cimitero della nascente comunità cristiana di Ναpoli».



Α questi due primi ambienti si aggiunsero più tardi nel piano superiore delle catacombe altri grandiosi ipogei, così che complessivamente il piano raggiunse una lunghezza di oltre 100 metri. Mα in questo caso lο sviluppo del cimitero fu dovuto alla tomba di S. Gennaro: i suoi resti mortali, traslati da Pozzuoli dove subì il martirio verso l'anno 305, furono sistemati degnamente in un cubicolo della catacomba dal vescovo di Νapoli Giovanni i, tra il 413 e il 432. Α partire dal V-VI secolo la devozione verso il martire causò manifestazioni architettoniche impegnative e ardite, oltre a determinare il nome mοderno del cimitero; la catacomba superiore fu trasformata in basilica sotterranea minor di S. Gennaro, variamente descritta dalle fonti letterarie e che per la sua arditezza e ampiezza, fino α 6-7 metri, riempie di meraviglia i visitatori: in essa il luogo dove furono deposte le reliquie di S. Gennaro fungeva da cripta o cοnfessiο, mentre in una stanza superiore trovarono alloggio le sepolture privilegiate dei vescovi di Napoli, abbellite da luccicanti e preziosi mosaici con i loro ritratti. Invece, all'estemo della catacomba, tagliando la collina, fu costruita, sempre dedicata al santo, una più imponente e grandiosa basilica, la maior o extra moenia.

Dαl V al IX secolo le catacombe conobbero una fioritura artistica e cultuale senza precedenti. Tre scale collegavano i due piani delle catacombe, e anche se avevano gradini alti e scomodi comunque permettevano α grandi folle di pellegrini e devoti l'introitus ad martyres, vale a dire l'accesso alle tombe venerate di san Gennaro e sant'Agnppino e a quelle dei santi vescovi deposti nel cimitero. Tra il 762 e il 766, poi, ripαrò nelle catacombe il vescovo Paolo II, poiché coinvolto nel periodo drammatico delle lotte iconoclaste. È stato detto che più che il culto delle immagini in quella questione era in gioco per Napoli l'adesione politica a Bisanzio o α Roma: fu l'avvenimento che contribuì a separare definitivamente l'oriente cristiano dall'occidente; per Napoli provocò la naturale «incardínazione» della Chiesα cittadina in quella romαna. Durante la sua permanenza presso le catacombe, il vescovo fece cοstruíre una vasca battesimale, proprio al centro del grande vestibolo inferiore, e un triclineum, vale a dire una sala per l'assistenza caritativa ai poveri.

Mα nell'anno 831 il cimitero subì un colpo assai grave. Sicone, principe longobardo di Benevento, durante un vano assedio posto intorno α Napoli, s'impossessò dei resti di san Gennaro e li trasportò solennemente a Benevento, città di cui il santo era stato vescovo. Le catacombe caddero in uno stato di abbandono; per questo, pochi anni dopo quanto aveva compiuto Sicone, íl vescovo di Napoli Giovanni IV lο Scriba (842-849) trasportò in città i corpi dei vescovi tumulati nelle catacombe, e non solo in quelle di S. Gennaro: tra i presuli. alcuni erano venerati come santi. Il suo successore, Atanasio I (850-872), affinché i santuari cimiteriali fossero conservati al culto, affidò la catacomba ai Benedettini; pertanto fece demolire antichi edifici sacri esistenti presso il cimitero e vi fece edificare un monastero e restaurare la basilica extra moenia. Così continuarono nella catacomba o presso di essa sepolture di personaggi illustri della Napoli ducale, egualmente proseguirono i pellegrinaggi al cimitero e alle varie basiliche annesse. Come quello ricordato nelle costituzioni rituali dell'arcivescovo Giovanni Orsiní (1334), in esse è detto che nella domenica delle Palme l'arciνescονο con gli altri canonici si portavano in solenne cavalcata fino ώ monastero di S. Gennaro e lì cantavano la messa.

Alla fine del. Medioevo i monaci abbandonarono quei luoghi, il monastero fu trasformato in ospedale per interessamento del cardinale Carafa (è l'attuale ospedale di S. Gennaro dei Poveri); la basilica maior venne quasi del tutto rifatta (XV secolo), ma la si pavimentò con le lapidi e il marmo rubato dalle tombe delle catacombe. Nel 1656, poi, i cadaveri di molti appestati furono ammucchiati negli ambulacri catacombali e per questo furono arrecati molti danni ai sepolcri: furono disperse iscrizioni, sarcofagi, vasi, lucerne e varia suppellettile. Infine, durante l'ultima guerra gli ambienti del cimitero furono usati in diversi modi: come ricovero antiaereo, come sala operatoria di emergenza per il vicino ospedale, come deposito di munizioni dei soldati tedeschi. Tuttavia quanto resta oggi del più antico e più importante cimitero cristiano di Napoli è ancora notevolissimo.

La catacomba di S. Gaudioso è il secondo cimitero paleocristiano di Napoli per ampiezza e valore. L'ingresso attuale è dalla chiesa di S. Maria della Sanità, volgarmente nota Come chiesa di S. Vincenzo. Secondo le indicazioni della Cronaca dei Vescovi si trovava in medio itinere, cioè a mezza strada tra la catacomba di S. Gennaro e la porta omonima. Essa deriva il toponimo da Settimio Celio Gaudioso, vescovo di Abitine, una località non identificata dell'Africa proconsolare. Come sembra, fu esiliato con altri ecclesiastici nel 439 da Genserico, capo dei Vandali, che intanto avevano conquistato la ricca regione nordαfricanα; stabilitosi a Napoli, morì intorno al 1452, quando aveva circa 70 anni: fu deposto il 27 ottobre in ima tomba del cimitero della Sanità, che da lui appunto prese il nome.

Il suo culto si diffuse immediatamente e fu comunque notevole; si pensi che il biografo della Cronaca nel racconto delle gesta del vescovo Nostriαnο (432-449) ricorda che questi «sepultus est in ecclesia beati Gaudiosi Christi confessoris», vale a dire che fu inumato nella chiesa del santo Gaudioso. E in uno dei cubicoli della catacomba ancora ai nostri giσrni si è creduto di potere localizzare la sua tomba.

Il cimitero ha subito, purtroppo, molte trasformazioni e manomíssioní, così che definirne i precisi contorni di estensione è difficile, allo stesso modo non è facile dire se vi siano stati locali più antichi di quelli attuali, datati di solito al ν ο al vι secolo. Alcuni ambienti, infatti, furono distrutti per estrarre le pietre necessarie alla costruzione della chiesa soprastante. Il grandioso edificio progettato ambiziosamente dai Domenicani napoletani fu realizzato nel XVII secolo con il concorso del genio ideativo di un famoso monaco-architetto, fra' Nuvolo; egli seppe abilmente risolvere i due input costruttivi .più delicati che gli si prospettavano: salvaguardare (in parte) la memoria storica del luogo e terrazzare il monte dalle diverse quote. Tale struttura, situata proprio al centro del borgo, rappresentò da allora í1 fulcro di irradiazione intorno al quale si è sviluppata la più intensa concentrazione residenziale della valle.

Altre zone della catacomba, quindi, furono stravolte o colmate di terra per portare allo stesso livello l'area nella quale doveva sorgere la chiesa; ma soprattutto gran parte degli ambienti cimiteriali furono allagati e interrati dalle abbondanti allυviοni di fango e terra che di frequente si verificarono in questa zona. Fu sgombrata da questo vario materiale dal padre Odorico dell'Acerra su ordine del Guardiano del convento di S. Maria della Sanità, il padre Luigi Barbato dei frati Mínori. Lo stesso padre Odorico fu il primo custode ufficiale di questo complesso. Invece, gli scavi archeologici più seri condotti nella catacomba sono quelli di A. Bellucci, eseguiti negli anni Trenta; egli mise in luce nuove e interessanti zone.

Alla catacomba si accede oggi dαll’ίnterno della chiesa, da un ambiente noto come il «succorpo», in origine parte di un ambulacro del cimitero o, più verosimilmente, parte di un ipogeo simile a quelli delle catacombe di S. Gennαro. Su tale ambiente si affacciavano i cubicoli a destra e a sinistra, indipendenti l'uno dall'altro, tutti affrescati e mosaícati. I vari accessi al cubicoli furono murati dagli stessi Domenicαni per sistemare dodici altarini, 6 per lato, che custodirono dal 1616 reliquie ritenute provenienti dalle catacombe e dalle chiese di Roma, portate a Napoli da padre Timoteo, allora vescovo di Marsico, in Basilicata. Al di sopra degli altari sono altrettante pitture raffiguranti le gesta eroiche dei santi; sono sembrate opera di un allievo del Solimena, Bernardino Fera. Inserite nel pavimento, invece, sono una decina di lapidi marmoree del Cinquecento e del Seicento appartenenti alle illustri sepolture di alcuni napoletani; tra esse sono le epigrafi del nobile Giovanni Tommaso Caracciolo, morto l'ultimo di agosto del 1584, di Laura Bonella, morta nel 1630, proveniente dalla nobile famiglia dei Barulí, di Isabella Bucca d'Aragona, morta pure nel 1630, discendente della numerosa stirpe dei marchesi di Alfadena, di don Gennaro del Giudice, insigne patrizio del seggio di Nido e signore di Torello, che mori a 60 anni nel 1690, di Marcello Marciano, consigliere del re, morto nel 1694.

La catacomba, attualmente, si caratterizza, oltre che per il cubicolo con la tomba di san Gaudioso e pochi altri ambienti, per l'ambulacro centrale, lungo circa 30 metri, largo dai 2 al 3 metri; lungo le sue pareti si aprono 13 cubicoli, anche a due piani, che di certo avevano un qualche sistema di chiusura. Alcuni di essi presentano affreschi, altri mosaici. Di straordinario fascino e mistero è, poi, la zona detta della «cisterna» che si sviluppa sul lato est della catacomba. Si tratta di una vasta sala ipogea, lunga circa 25 metri, larga e alta dagli 8 al 10 metri, certamente in origine facente parte della catacomba, ma in seguito utilizzata per le sepolture dei frati Domenicani e ρerciò notevolmente sconvolta.

Il cimitero cristiano di S. Gaudioso fu abbandonato alle soglie dell'anno Mille, anche a causa della traslazione in città dei corpi di Gaudioso e Nostriano, che qui come a S. Gennaro fu operata dal vescovo Giovanni IV; in seguito le «lave» ne occultarono l'ingresso e vari ambienti. Alla fine del Cinquecento si rinvenne casualmente 1' immagine della Madonna dipinta nel succorpo, e i miracoli seguenti determinarono la volontà di edificare in quel luogo un tempio dedicato alla Μαdre delle «guarigioni», cioè della salute, che detta alla napoletana è la Madonna della Sαnítà: da qui ίl nome anche del borgo.

Le catacombe minori

Nel tratto di strada compreso tra la catacomba di S. Gaudioso e ίl complesso sangennariano erano la catacomba e la basilica di S. Vito, sconosciute al cronista del catalogo dei vescovi, ma luogo di culto almeno fino all'ultimo quarto del XV secolo. Di questa catacomba, tuttavia, resta solo la testimonianza di studiosi che l'hanno vista e descritta nel Seicento e Settecento; si troverebbe, secondo alcuni archeologi, nei pressi dell'ex ospedale S. Camillo (oggi centro di recupero per tossicodipendenti); da anni ρerδ si cerca di localizzarla senza risultati. Μ suoi tempi, C. Celano ne vedeva ancora alcune parti con pittime e mosaici, mentre secondo A.A. Pelliccia l'ingresso alla catacomba fu murato una prima volta dai monaci Carmelitani alla fine del Quattrocento poiché intendevano difendersi dalle scorrerie continue dei ladri che vi trovavano rifugio. Gli stessi monaci ampliarono nel secolo seguente la chiesetta e la dedicarono a S. Maria della Vita, perché durante i lavori di sbancamento di una parete di tufo dell'edificio paleocristiano si rinvenne una pittura raffigurante una Madonna.

Al contrario la Cronaca dei Vescovi ricorda che seguendo la strada che portava alla catacomba di S. Gennaro si trovava una chiesa cimiteriale costruita durante l'episcopato del già conosciuto Vittore, alla fine del v secolo, e dedicata a sant'Eufemia, una martire di Cαlcedοniα (oggi Kadíkby, in Turchia) che ebbe grande culto nell'Italia meridionale. In questa chiesa lο stesso vescovo venne sepolto. L'edificio attuale si trova proprio all'angolo di vico Lammatari, consiste in una piccola aula, larga circa 6 metri e lunga circa 10-12 metri, la quale conserva scarse tracce di decorazioni ottocentesche in stucco, ma nulla di antico, poiché al molti rifacimenti si è aggiunto nel 1973 un incendio che l'ha distrutta in parte. Oggi nella chiesa hanno trovato posto un elettrauto e un carrozziere.

Un' altra basilica cimiteriale la Cronaca la dice posta a quasi 4 stadi dalla porta di S. Gennaro; in essa furono sepolti i vescovi Fortunato e Massimo, a cui qualche studioso ha attribuito la costruzione sul finire del IV secolo. Nel Seicento e Settecento alcuni eruditi napoletani dichiararono di averne visto resti fatiscenti, in cui erano le immagini dei due santi vescovi; oggi non resta nessuna traccia monumentale. È molto probabile, come dimostrano alcuni documenti archivistici, che la chiesa cimiteriale fosse ubicata in prossimità dell'attuale piazza della Sanità. Anche questo santuario dovette essere abbandonato dopo il trasporto in città dei corpi di Fortunato e Massimo, prima del IX secolo.

Un polo di irradiazione importante per il quartiere dei Vergini ha rappresentato, invece, la basilica di S. Severo e la catacomba annessa. Vescovo di Napoli per circa 47 anni, tra il 364 e 11410, Severo è una figura emblematica del travagliato passaggio tra tardo paganesimo e cristianesimo. In città in quel tempo vivevano circa 30-35.000 abitanti, e non tutti erano cristiani, molti erano rimasti fedeli alle credenze religiose tradizionali. Napoli era una città, anzi, ancora fortemente legata alla religione grecoromana, tanto che alcun suoi cittadini chiesero la visita del sommo pontefice del paganesimo, che in quel tempo era Quinto Aurelio Simmaco, console del 391. Quest'ultimo, in verità, pur essendo un acceso polemista dell'antica religione di Roma, seppe riconoscere e apprezzare l'Onestà dei vescovi cattolici, e specialmente per il napoletano Severo ín più occasioni manifestò la sua stima e il suo caloroso affetto. Μa quegli anni erano comunque difficili. Da più decenni era cominciata l'agonia di Roma, e nel 401 il goto Alarico iniziò la sua impresa di conquistare l'Italia: nella notte del 24 agosto del 410, pochi mesi dopo la morte di Severo, il capo dei Goti irruppe nella città eterna e la mise a ferro e fuoco; dopo 3 giorni prosegui verso il Mezzogiorno, devastando la Campania. La romanítà era finita, l'Impero d'Occidente perduto, e l'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, incarcerato (in Castel dell'Ovo).

Occorreva, quindi, una saggia e ρrudente azione. E Severo in questo tempo di transizione e travaglio si presentò non solo con una intensa opera pastorale, ma anche con una grande attività costruttiva. La Cronaca dei Vescovi informa che egli fece costruire 4 basiliche, di cui una fuori dalle mura e vicina alla chiesa di S. Fortunato. In questa basilica egli fu sepolto, e qui il suo corpo rimase almeno fino alle traslazioni di Giovanni IV, nel IX secolo.

Della basilica sepolcrale del santo non rimane oggi che il titolo, poiché trasformata e mutilata variamente nel Medioevo, fu rinnovata nelle definitive forme di barocco napoletano nel 1680, su progetto di Dionisio Lazzari. È presumibile, come sostenne G.A. Galante, che scavò il cimitero nel 1867, che la sua costruzione fosse in stretta relazione con la catacomba, nel senso che la navata principale si impiantò sull'ambulacro più grande del cimitero, in parte distruggendolo: l'abside della chiesa, invece, doveva essere stata costruita direttamente in corrispondenza della tomba di Severo.

Così oggi della catacomba di S. Severo, sorta intorno al IV-V secolo in una proprietà del santo, rimane ben poco: si trova a 1 metro circa al di sotto del pavimento della chiesa, è composta di soli 2 cubicoli, di cui il più grande misura circa 2,70 metri di larghezza e circa 3,30 metri di lunghezza, di 3 arcosoli, ma con interessantissime pitture di recente restaurate del V e VI secolo, e di diverse formae, le tombe «terragne» ρίù povere scavate nel pavimento.

Se le catacombe napoletane furono ubicate prevalentemente nella zona extraurbana del quartiere Vergini-Sαnítà, la catacomba di S. Efebo (o Eufebio), al contrario, si trονa presso la chiesa attuale di S. Eframo vecchio, o dell'Immacolata Concezione. Essa fu scavata sul versante di Capodichino, alle pendici del monte Lanzata, in una zona a cavaliere tra gli Ottocalli e il pendio di S. Maria degli Angeli alle Croci.

Efebo occupa l'ottavo posto nella serie dei vescovi napoletani. Di lui la Cronaca dei Vescovi seppe poco, così secondo l'etimologia del nome lο dice di aspetto bello, e ancora ρίù bello di animo, tanto che fu a capo del popolo di Dio e lο governò coscienziosamente. Fu sepolto prima nel cimitero che divenne celebre e fu a lui intitolato, poi nella basilica detta «Stefania», infine, in epoca imprecisabile, i suoi resti furono riportati nuovamente fuori della città, nella chiesa a lui consacrata, dove sarebbero stati ritrovati, secondo un leggendario racconto nel 1591, insieme a quelli di altri due santi vescovi di Napoli: Massimo e Fortunato. Le ossa sono Ora collocate nell'altare maggiore dell'odierna chiesa di S. Eframo, realizzato nel 1773 dal «marmoraro» Michele Salemme, che peraltro utilizzò elementi più antichi.

La chiesa, che deriva il nome dalla mutazione di Efebo in Eusebio o Efremo, risale ai primi del xvi secolo; fu fatta costruire dai frati Cappuccini, a cui venne anche affidato il convento nel 1530, secondo i criteri di semplicità e sobrietà propri dell'ordine. Nel Settecento fu eseguito un parziale restauro, a cui si devono gli unici elementi decorativi della struttura, quali i cinque Ovali maiolicati della facciata, il quadrante maiolicato dell'orologio, il coro ligneo e la sacrestia. Del Settecento è anche la tela che adorna l’altare maggiore, attribuita a Jacopo Cestaro: essa raffigura S. Efebo tra i Ss. Fortunato e Massimo.

La prima traslazione del corpo di Efebo, quella nella «Stefania», anche in questo caso è da mettere in relazione con la situazione della Campania nei secoli VIII-IX; la regione era tormentata dalle incursioni dei Saraceni e dominata dai Longobardi che, forse più dei primi, costituivano un pericolo per le reliquie dei martiri e dei santi. Fu anche per questo, come più volte abbiamo detto, che il vescovo napoletano Giovanni lο Scriba nel ix secolo fece traslare i corpi dei suoi predecessori dai luoghi catacombali dove erano sepolti e li fece inumare nella Stefania.

Della catacomba parlano variamente le fonti. Nella Cronaca dei Vescovi, nella vita di Orso, vissuto nella prima metà del v secolo, si legge che questi fu sepolto nel cimitero dove riposava anche il beato Efebo: la notizia è doppiamente importante: da un lato indica l'esistenza della necropoli, dall'altro fornisce indizi sulla sua «durata», almeno dal m secolo, quando vi fu sepolto Efebo, alla prima metà del v, con la sepoltura di Orso.

Dell'esistenza di un coemeterium Ephebi informa anche un favoloso «Libro dei Miracoli» del santo, quando racconta di un chierico che guardando attraverso le fessure della porta della chiesa vide un fumo prodigioso che penetrava per gli anditi e le caverne adiacenti al tempío.

Anche Carlo Celano nella sua celebre opera parla della catacomba di S. Efebo, affermando di averla perlustrata personalmente quando, in seguito a un temporale, nel 1641 si apri un varco su di una grotta in una villa nei pressi della chiesa.

Μα la sicura identificazione del cimitero fu compiuta da G.A. Galante, nel 1908, sulla scorta di notizie storiche e da A. Bellucci con l'ausilio di documenti fino ad allora inediti del XV e XVI secolo, nel 1931.

Molto poco rimane però della catacomba, soprattutto sono in massima parte perdute le decorazioni e le iscrizioni. Il complesso si presenta notevolmente sconvolto, a causa dell'inserimento di ambienti posteriori: durante il XVI secolo, come pare, furono aperte alcune cisterne, di notevole profondità, che distrussero in più parti diversi ambienti del cimitero; inoltre la costruzione dell'attuale chiesa provocò in più punti non solo l'obliterazione di zone catacombali, ma anche la chiusura di diverse gallerie.

Comunque, lungo due segmenti di corridoi, ora separati, si aprono numerosi cubicoli di grande interesse, con molte tombe «terragne» e vari loculi alle pareti. Anche qui le caratteristiche più rilevanti che è possibile definire riguardano le dimensioni degli ambienti, che si presentano piuttosto larghi e spaziosi, come nelle altre catacombe di Νapoli.


Ingresso alla Napoli Sotterranea
















Scugnizzo Oggetto: LA STRADA DELL'ARTE  14 Gen, 2008 - 07:44  Profilo Rispondi citando   

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SI cosi si potrebbe chiamare
"La strada dell'ARTE"
Attualmente diversi nomi le sono
stati attribuiti come: Decumano inferiore,
Spaccanapoli, il suo nome reale è:
Via San Biagio dei Librai,in questa strada che
letteralmente spacca Napoli in due vi sono profuse moltissime testimonianze di Arte
antiche e recenti.
Quando sembra che una strada nn abbia interesse storico od altro potete esserne certi che
state camminando sulla "Napoli Sotteranea"
L'origine e la storia del Sacro Monte e Banco dei Poveri


Il Banco dei Poveri è uno degli otto banchi pubblici sorti, tra il XVI ed il XVII secolo*(2), a Napoli, dalla cui successiva fusione e soppressione sorgerà il Banco delle Due Sicilie, nel 1808, e da quest'ultimo, nel 1861, il Banco di Napoli. A differenza degli altri banchi pubblici napoletani, il Banco dei Poveri ebbe un'origine curialesca*(3). Il canonico Carlo Celano, nel suo itinerario napoletano tra le bellezze, le antichità e le curiosità della città di Napoli, ricordava*(4) che intorno al 1563 un avvocato regalò cinque carlini, cioè mezzo ducato, ad un carcerato che, disperato, glieli avrebbe chiesti, offrendogli in pegno il proprio giubbotto, per pagare il suo debito ed uscire, così, di prigione. Indipendentemente dalla veridicità del racconto di Celano, l'apporto dato dalla gente di toga fu determinante sin da quando l'iniziale opera di assistenza, molto modesta, si trasformò in attività creditizia, dando luogo ad uno dei più prestigiosi istituti di credito napoletani tra il XVII e XVIII secolo.

Il Banco in questione, infatti, nacque dalla fusione di due Congregazioni religiose, quella di S. Maria del Monte dei Poveri e la Compagnia del SS. Nome di Dio, la prima delle quali era attiva sin dal 1563 e teneva le sue riunioni nella chiesa dei SS. Apostoli dei PP. Teatini fino al 1571, anno a partire dal quale fu ospitata presso la chiesa di S. Giorgio Maggiore.

I membri di questa Congregazione nominavano ogni anno, l'ultima domenica d'agosto, nove governatori in corrispondenza del numero delle ottine o quartieri di Napoli: questi erano incaricati di raccogliere le elemosine e di assistere i poveri. Sicuramente, il ricavato di tale questua non doveva essere gran cosa, in corrispondenza alla modestia delle entrate: ciò appare evidente anche dai rendiconti relativi ad alcuni mesi del 1573 segnati nel Libro del Tesoriere che riportano un movimento mensile che non va oltre i sei ducati, raccolti, per lo più, dalle cassette delle elemosine della chiesa di S. Giorgio Maggiore. Ma, contrariamente ai rendiconti, il patrimonio della Congregazione poteva vantare la proprietà di una "massaria", donazione di Dianora Cerqua, senza dire che, nella seconda metà degli anni settanta del XVI secolo, le entrate erano aumentate grazie, forse, al maggior numero di questuanti e - cosa di grande rilievo - grazie alla distribuzione di fogli pubblicitari a stampa, assicuranti indulgenze ed all'affissione di manifesti per le strade.

Nel 1577 fu iniziata la costruzione della Cappella con relativo Oratorio, terminata nel 1579, ubicata nel portico della stessa chiesa di S. Giorgio Maggiore. Ultimata la Cappella, l'attività della Congregazione si limitò alle opere di assistenza ai carcerati, agli ammalati poveri ed ai confratelli bisognosi.

Sin dal 1577, inoltre, il Monte dei Poveri, riconosciuto da una bolla emanata da papa Gregorio XIII, cominciò a ricevere depositi e a emettere fedi di credito, mentre il viceré, Duca di Ossuna, approvava i capitoli del Monte, concedendogli la facoltà di utilizzare il denaro depositato per mutui sui pegni*(5). L'approvazione del Viceré suscitò le rimostranze del Monte di Pietà - primo Monte, sorto nel 1539, a fare prestiti gratuiti sopra pegni - che si preoccupava della concorrenza diretta del nascente Monte. Nonostante questa levata di scudi, però, la questione non ebbe alcuna conseguenza negativa per il Monte dei Poveri, evidentemente perché in una città popolosa come Napoli, c'era un'ampia richiesta di simili istituti.

Nel Libro del Tesoriere compaiono anche gli accrescimenti patrimoniali della Congregazione entro il 1585: da Pellegrina Maietta ereditò, nel 1584, una casa ed alcune botteghe ubicate nella Piazza di Forcella, col vincolo di far celebrare delle messe per la sua anima. Inoltre, dalle polizze esaminate risulta che il Banco possedeva anche appartamenti nei quartieri della Concordia, del Mercato, della Vicaria e di Pontenuovo*(6).

Nel 1582 papa Gregorio XIII, con un Breve, concesse l'indulgenza plenaria per dieci anni all'orazione delle Quaranta ore da celebrarsi nell'Oratorio; qualche anno dopo, nel 1586, papa Sisto V riconobbe l'attività della Congregazione.

Il Monte dei Poveri era conosciuto anche come Monte della Vicaria, dal momento che, nel 1585, la Congregazione di S. Maria del Monte dei Poveri chiedeva al Viceré, la concessione di un piccolo vano nel Palazzo della Vicaria, dove costruì un altare ed esercitò l'attività di deposito e di concessione di prestiti su pegni: fino all'anno 1585 questo sembra sia stato l'unico legame che tale Congregazione avrebbe avuto con il ceto forense.

La Compagnia del SS. Nome di Dio, sorta nel 1583 su iniziativa di Orazio Teodoro, ospitata nel convento di S. Severo Maggiore di Napoli dei PP. Riformati di S. Domenico, a Forcella, ed approvata da un Breve di papa Gregorio XIII, annoverava, tra i suoi membri, due insigni personalità del foro napoletano: Michele Zappullo e Scipione Roviglione*(7).

Tale legame esistente tra i componenti le due Congregazioni diede luogo alla fusione delle due Compagnie: tra questi si ricorda l'avvocato Aniello Longo ed altre tre personalità probabilmente appartenenti alla magistratura quali Cesare Manforte, Giovan Geronimo Funicella ed Alessandro Febo. I nomi di questi ultimi, infatti, sono preceduti dall'appellativo magnifico. Nonostante il ruolo svolto da queste personalità, l'unione delle due Compagnie non fu del tutto pacifica: diverse furono le dispute tra i loro membri, ciò comportò l'azione separata delle suddette per più di dieci anni, fino all'ottobre 1598 quando, su iniziativa di Michele Zappullo, si provvide nuovamente all'unificazione avvenuta nel 1599. Si scelse, quindi, quale unica sede, quella ubicata nel portico della chiesa di S. Giorgio Maggiore. Conseguenza della fusione fu anche l'aumento del numero degli aderenti, che consentì di assicurare una maggiore assistenza ai carcerati*(Cool.

Nel 1585, la Congregazione di S. Maria dei Poveri ottenne l'autorizzazione ad anticipare, su pegni, denaro ai carcerati, motivo per cui dovette assicurarsi un capitale, che fu di 600 ducati. Parte del denaro raccolto nei primi anni di attività fu destinato ai lavori del Monte che doveva conservare pegni sempre più numerosi. Infatti, tra il 1598 ed il 1599, la loro quantità fu tale da richiedere l'assunzione del guardaroba, impiegato addetto alla conservazione dei pegni e responsabile degli stessi. Tuttavia, solo qualche anno più tardi ci sarà la nascita del Banco vero e proprio con sede nel locale ubicato nel cortile della Vicaria, presso la scala da cui si saliva alla Sala del Consiglio. Nel 1605 furono introdotte, su licenza del Viceré, le fedi di deposito con il sigillo del Monte dei Poveri e Nome di Dio e, l'anno dopo, si adottò il titolo definitivo di Sacro Monte e Banco dei Poveri. Nel 1608, poi, sarebbero stati introdotte tutte le figure di funzionario - Libro maggiore, Cassiere, Pandettario e Giornali - esistenti negli altri banchi mentre, nel 1612, furono redatte le nuove capitolazioni che ebbero il regio assenso una ventina d'anni dopo, dal conte di Monterey. Infine, il 16 marzo 1616, divenuti ormai insufficienti i locali di Castel Capuano, fu acquistato per 10.000 scudi il palazzo di Gaspare Ricca, di fronte al Castello: il palazzo divenne sede definitiva del Banco dal 9 marzo 1617. Il Monte, tuttavia, conservò la vecchia cappella di S. Severo e l'oratorio nella chiesa di S. Giorgio Maggiore fin quando questa non fu ricostruita nel 1643, anno in cui si provvide alla costruzione di un oratorio nel palazzo Ricca, sopra la guardaroba dei pegni. Infine, nel 1663, venne edificata, in fondo al cortile, una splendida cappella su disegno di don Giuseppe Caracciolo*(9).

Concludendo, va comunque sottolineato che i primi depositi, avvenuti nel 1600, furono imposti da alcuni magistrati, quindi furono depositi obbligatori legati anche ad attuari, cioè funzionari del Tribunale, sorta di cancellieri. Inoltre, i confratelli della Congregazione, in gran parte avvocati e magistrati, proprio per dare maggior credito al Banco, decisero di togliere il proprio denaro dagli altri banchi per depositarlo nella Cassa di depositi del Monte dei Poveri, invitando i loro amici e spingendo persino la Regia Corte a fare altrettanto. Così, a partire dal 1603, si nota un aumento dei depositi e non solo di quelli obbligati*(10).

Si deduce, quindi, da tali notizie che, in diversi modi l'aiuto del ceto forense fu determinante per il decollo del Banco dei Poveri: ciò non solo per motivi di ordine economico, ma soprattutto per il prestigio ed il potere esercitato da quel ceto borghese, temuto e rispettato da tutti.
P.S.
Mi scuso con gli eventuali lettori se ometto
ulteriore notizie ma cerco di sintetizzare al
massimo anche x nn tediare troppo x la
lungaggine dei post.


Palazzo del Banco dei Pegni a
SPACCANAPOLI

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Scugnizzo Oggetto: IL DUOMO DI NAPOLI  13 Gen, 2008 - 23:29  Profilo Rispondi citando   

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Un vicolo,una strada come tutte
ed ecco d'improvviso uno spiazzo
e la maestosa facciata di un tempio
una chiesa una cattedrale eretta quando
ancora la civilta faceva capolino e si
affermava attraversando secoli x il piacere
di farsi ammirare dal xx secolo.


Il Duomo di Napoli


La zona in cui si trova il complesso del Duomo fu centro di culto già in epoca greca, era, infatti, sede di un tempio dedicato ad Apollo. In seguito ospitò alcune delle prime chiese cristiane della città: Santa Restituta, dalla quale si accede al Battistero di San Giovanni in Fonte, e la Stefania della fine del V secolo.
La cattedrale fu innalzata nel 1294 per volontà di Carlo II d'Angiò. Furono utilizzati materiali di spoglio come le 110 colonne di epoca greco-romana addossate ai sedici grandi pilastri delle navate.
Nell'arco della sua storia, la cattedrale ha subito numerosissimi interventi che l'hanno modificata secondo il gusto del tempo. Tra questi, nel 1600 fu coperta la maestosa capriata lignea con un soffitto a cassettoni per volere del cardinale Decio Carafa. Il soffitto fu decorato con dorature ed intagli contenenti tele del Santafede, di Girolamo Imparato e di Luca Giordano.
L'ultimo restauro realizzato risale al 1972.
Anche la facciata ha subito numerosi rimaneggiamenti nel tempo.
La cattedrale è a croce latina, a tre navate, di cui quella centrale è larga il doppio di quelle laterali e termina con un abside a pianta poligonale alta oltre trenta metri in cui troneggia l'altare maggiore. Anche le due navate laterali, coperte da volte a crociera, terminano con con absidi più piccole, accanto a ciascuna delle quali ci sono due cappelle: la Cappella dei Minutolo, a destra, e quella degli Illustrissimi, a sinistra, di periodo gotico.
In prosecuzione del lato sinistro del transetto c'è la cappella di San Ludovico di Tolosa, detta anche Sagrestia Maggiore, costruita all'inizio del XIV secolo.
Di grande importanza il fonte battesimale del Seicento, voluto da Decio Carafa realizzato con gambo di porfido e vasca di basalto egiziano, di provenienza pagana, con tirsi e maschere bacchiche di fattura greca.
Di grande rilievo è anche la Cappella del Crocefisso.
Sotto la tribuna dell'altare maggiore c'è il Succorpo di San Gennaro.
Il campanile della cattedrale era originariamente isolato e crollò con il terremoto del 1349; di esso si salvò solo il basamento che fu riutilizzato per la sua ricostruzione tra il 1451 ed il 1457. Alla fine del XVI secolo vi si addossarono vari costruzioni che lo nascosero del tutto e che sono poi state eliminate nel corso degli ultimi restauri.
L'area del complesso della cattedrale ha subito un profondo cambiamento quando, nel 1860, Ferdinando II di Borbone realizzò l'allargamento della strada, l'attuale via Duomo, che comportò anche l'arretramento di alcuni fabbricati che vi si affacciavano.
Dal Duomo si accede, inoltre, agli scavi archeologici sotterranei.
P.S.
Volendo si può inoltre visitare il Tesoro di
San Gennaro,ricco di ori e argenti con statue
pregevole e preziose tramandatoci a noi
dai secoli.


Il Duomo (centro storico)


Interno della Cattedrale


Scugnizzo






Scugnizzo Oggetto: MONASTERO DI SANTA CHIARA NAPOLI  13 Gen, 2008 - 11:39  Profilo Rispondi citando   

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Ci sono quadri di rinomati pittori indubbiamente belli ma in ogni quadro specie se il pittore è bravo ci inserisce qualcosa di suo della sua arte del suo estro rendendo la visione astratta alla realtà originale.
Napoli qualsiasi pittore che vuole effigiarla nn a bisogno
di nessun estro o bravura basta attenersi a ciò che tutti
possono ammirare.
Napoli può essere giudicata, malmenata, denigrata,
ma dalla spazzatura risorge sempre come moderna
FENICE .
hiesa di Santa Chiara

La chiesa e il complesso monastico di Santa Chiara furono edificati tra il 1310 e il 1340 per volere di Roberto d'Angiò e della regina Sancia nei pressi della cinta muraria occidentale, all'inizio del decumano inferiore (oggi S.Biagio dei Librai, o Spaccanapoli).
La chiesa fu originariamente costruita in forme gotiche provenzali da Gagliardo Primario, ma tra il XVII e il XVIII secolo fu ampiamente ristrutturata in stile barocco. Dopo i bombardamenti che la colpirono pesantemente nel 1943, e un incendio che la distrusse quasi interamente, è stata riportata all'aspetto iniziale con un restauro conclusosi nel 1953.

La facciata è sobria e imponente, con un grande rosone centrale. Il campanile, separato dalla struttura, fu iniziato nel 1328, ma completato solo nel '500, quando fu dotato anche di cinque campane; queste, cadute per il bombardamento del 1943, furono rimesse al loro posto nel 1949.


La facciata vista da piazza del Gesù

Il campanile della chiesa di Santa Chiara


L'interno è un vasto, alto ambiente rettangolare, su cui si affacciano le cappelle, illuminate da bifore e trifore. Dietro l'altare maggiore campeggia il grande sepolcro di Roberto, lievemente danneggiato dai bombardamenti; opera dei fratelli Giovanni e Pacio Bertini, rappresenta la figura seduta del re, ed è sovrastato da un'epigrafe attribuita a Francesco Petrarca ("cernite Robertum regem virtute refertum"), grande ammiratore del sovrano angioino.
La nona cappella conserva la struttura barocca, ed accoglie le sepolture dei Borboni: in particolare, la sontuosa tomba del principe Filippo, primogenito di Carlo III, opera di Giuseppe Sanmartino (1777); di fronte a questa, è il sepolcro della venerabile Maria Cristina di Savoia, regina di Napoli.
La prima cappella sulla sinistra, adiacente all'ingresso, ospita invece le spoglie di Salvo d'Acquisto, il carabiniere sacrificatosi, durante la II guerra mondiale, per salvare un gruppo di civili innocenti dalla rappresaglia nazista.


L'interno, sobrio e imponente, dell'abazia

Adiacente alla chiesa è il coro delle Clarisse, che conserva l'originaria struttura trecentesca e resti degli originali affreschi attribuiti a Giotto e alla sua bottega.

Celebre è poi il grandioso chiostro maiolicato delle Clarisse: originariamente di matrice gotica, questo fu trasformato nel 1742 da Domenico Antonio Vaccaro che ne rivestì la struttura e i ben 72 pilastri ottagonali di stupende mattonelle policrome in gusto rococò, disegnate dallo stesso Vaccaro e realizzate dai "riggiolari" napoletani Donato e Giuseppe Massa.
I pilastri, intervallati da sedili, sono decorati con motivi a tralci di viti e glicini, che si avvolgono a spirale fino al capitello di sostegno del pergolato. Sulle spalliere dei sedili, anch'essi maiolicati, sono rappresentati motivi agresti, marinari e mitologici.
Il chiostro vede la presenza di due ampi viali interni che si incrociano al centro e da ampie aree a giardino, prevalentemente destinato ad agrumeto; come si intuisce anche dai temi delle decorazioni, all'epoca esso si caratterizzava più come giardino di delizie che come luogo semplicemente destinato al raccoglimento e alla preghiera. Oggi è un efficace rifugio per chi cerca un angolo di quiete e silenzio nel cuore della città.


LA CHIESA


CHIOSTRO maiolicato


CHIOSTRO (veduta d'insieme)



Scelta da TITTI

Scugnizzo











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