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liliana Oggetto: L'opera d'arte plù costosa  17 Nov, 2017 - 07:27  Profilo Rispondi citando   

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dal web

Il quadro Salvator Mundi di Leonardo da Vinci è diventato l’opera d’arte più costosa di sempre: è stato venduto all’asta per 450 milioni di dollari (commissioni incluse), l’equivalente di circa 381 milioni di euro. Il quadro, raffigurante Gesù Cristo, è stato dipinto in Francia per Luigi XII intorno al 1500, ed era l’ultima opera di Leonardo ancora di proprietà di un privato.
L’asta è stata organizzata New York da Christie’s, una delle più grandi case d’asta del mondo, ed è stata a sua volta senza precedenti. È stata preceduta da una grande campagna di marketing, affidata per la prima volta a un’agenzia pubblicitaria, e ha sorpreso anche i più esperti per le cifre che ha raggiunto. Si pensava che Salvator Mundi sarebbe stato venduto per circa 100 milioni di dollari. Il New York Times ha raccontato che l’asta è durata 19 minuti e che le offerte – con rilanci di diverse decine di milioni di dollari – sembravano non fermarsi mai. L’offerta vincente è infine arrivata da Alex Rotter, un dirigente di Christie’s che rappresentava un compratore il cui nome non è stato rivelato.

Salvator Mundi ha una storia complicata. Dopo essere stato creduto perso per moltissimo tempo, è stato ritrovato nei primi anni Duemila e venduto una prima volta per meno di 10.000 dollari nel 2005. Da lì in poi – una volta restaurato e autenticato – è stato comprato e venduto più volte da collezionisti e commercianti d’arte, per prezzi sempre più alti. A Christie’s è stato dato dal 50enne ricco imprenditore e collezionista russo Dmitry Rybolovlev, che a sua volta lo aveva comprato dal commerciante d’arte francese Yves Bouvier in un affare da 1 miliardo di dollari per 38 opere d’arte. Il prezzo stimato all’epoca era stato di 127 milioni di dollari, mentre Bouvier lo aveva pagato circa 50 milioni di dollari in meno nel 2013

La cifra enorme a cui è stato venduto il quadro e la massiccia campagna pubblicitaria che ha preceduto l’asta di ieri (il quadro è stato esposto in giro per il mondo e visto da circa 27.000 persone) hanno comunque attirato alcune critiche, rafforzate dal fatto che non tutti sono convintissimi che il quadro sia autentico. Jacques Franck, storico dell’arte ed esperto di Leonardo, ha detto al New York Times che secondo lui Salvator Mundi è nella migliore delle ipotesi stato dipinto da un assistente di Leonardo, con qualche suo piccolo contributo. Il quadro, inoltre, è piuttosto danneggiato e il suo alto prezzo secondo alcuni si deve più all’attesa che Christie’s è riuscita a creare piuttosto che al valore dell’opera in sé (ma questo vale per quasi tutte le opere vendute all’asta). È inoltre inusuale che un quadro così antico sia venduto nel circuito delle opere contemporanee. Secondo qualcuno è stato fatto per sottrarlo al controllo dei più grandi esperti di arte
.

Un saluto agli amanti dell'arte
liliana Oggetto:   09 Nov, 2017 - 15:27  Profilo Rispondi citando   

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A Villa Giulia una macchina del tempo

Direttore:"Nel mio museo emozioni e ricerca"

Il direttore che si trasforma in ologramma per raccontare il suo museo, la riproduzione ottocentesca di un tempio etrusco che diventa una macchina del tempo, una tomba di Tarquinia ricostruita nei minimi particolari per una visita ad alto tasso di emozione. Ma anche la collezione riorganizzata per garantire a tutti, dalle famiglie agli studiosi, una "narrazione efficace". E poi più spazio per lo studio e la ricerca, conferenze, incontri, abbonamenti a prezzo speciale. Insieme a nuovi ambienti che dovrebbero accogliere, tra l'altro, il ristorante che manca da sempre.

Arrivato a maggio con gli ultimi direttori manager chiamati dalla riforma Franceschini, "Valentino Nizzo", 42 anni, una formazione da etruscologo e una buona esperienza nella soprintendenza dell'Emilia Romagna prima e alla Direzione generale Musei poi, lavora al rilancio del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e punta alla rivoluzione:

Fare ricerca e renderla pubblica - conclude - è un modo per fare tutela. Anche questo è il compito di un museo".

Un video


liliana Oggetto: Andrea Palladio  05 Nov, 2017 - 10:28  Profilo Rispondi citando   

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liliana Oggetto: ANDREA PALLADIIO  05 Nov, 2017 - 10:24  Profilo Rispondi citando   

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Ci sono opere di grande fascino, che spingono a conoscere meglio l'autore .

Dopo aver visto proprio stamane,un documentario dedicato all'artista "Andrea Palladio",mi è apparso un invito per cercare tramite :"Internet"qualcosa di pià sulla sua vita.


VITA DI ANDREA PALLADIO
Andrea Palladio nasce a Padova,

il 30 novembre 1508. E’ figlio di genitori
umili: suo padre, Paolo della Gondola,
è un mugnaio e sua madre Marta una
semplice donna di casa.
Lo scultore "Vincenzo Grandi" è suo padrino di battesimo ed è il primo che lo avvicina alla scultura, al disegno, al progetto.
Il giovane Palladio vive gli anni della guerra e lo scontro tra la Repubblica di
Venezia, che allora dominava Padova e gli eserciti degli stati europei e italiani
che hanno dichiarato guerra a Venezia.
A 13 anni entra come garzone nella bottega di Bartolomeo Cavazza, uno dei
migliori tagliapietre della città. Intorno ai
15 anni si trasferisce con la famiglia a Vicenza e si presenta subito alla bottega di Giovanni di Giacomo da Porlezza e Girolamo Pittoni, anche su indicazione del Grandi. Nel 1524 si
iscrive alla corporazione dei muratori, scalpellini e scultori di Vicenza. Il lavoro
presso la bottega lo porta in contatto con committenti importanti, grandi
famiglie locali ma anche architetti e intellettuali. Sono anni di pratica e di
studio, durante i quali Palladio incontra persone, approfondisce le sue nozioni
e studia l’arte antica, fino all’incontro per lui molto importante con Gian
Giorgio Trissino che, tra l’altro, lo aiuta a capire le regole costruttive di
Vitruvio.
All’epoca della conoscenza con il Trissino risale il cambiamento del nome
(Palladio) ma soprattutto l’importantissimo viaggio a Roma, dove Trissino lo
accompagnerà nel 1541. A Roma Andrea vedrà tutto quello che aveva
sempre studiato e immaginato sui libri e dai racconti, con un’immersione nella
bellezza e nell’arte antica che lo ispirerà per sempre.
Nel 1534 Palladio ha sposato Allegradonna dalla quale avrà cinque figli.
Iniziano ad arrivare le committenze per le
ville. La prima è Villa Godi, a
Lonedo, progettata nel 1537; seguono poi Villa Pisani a Lonigo (1542), Villa
Pojana a Pojana Maggiore, Villa Chiericati a Vancimuglio, Villa Pisani a
Montagnana, Villa Cornaro a Piombino Dese (1552), Villa Badoer a Fratta
Polesine (1554), Villa Barbaro e il Tempie
tto Barbaro a Maser, Villa Emo a
Fanzolo, Villa Foscari (detta la Malcontenta) a Malcontenta di Mira, Villa
Almerico-Capra (La Rotonda). Palladio realizza importanti edifici a Vicenza:
diversi palazzi per committenti privati, la Basilica Palladiana, il Teatro Olimpico e poi lavora anche a Venezia (Convento della Carità, la Chiesa di San Giorgio Maggiore, la facciata della Chiesa del Redentore).
Nel 1570 pubblica la sua opera teorica, ‘I Quattro Libri dell’Architettura’.
Muore a Maser nel 1580, per cause non note e viene sepolto nella Chiesa di
Santa Corona a Vicenza. Nel 1844 viene realizzata una nuova tomba in una
cappella a lui dedicata nel Cimitero Maggiore di Vicenza.

:




liliana Oggetto:   27 Ott, 2017 - 18:43  Profilo Rispondi citando   

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E' iniziata il 26 ottobre e dura fino al 5 novembre la Festa del Cinema di Roma si prepara ad accogliere star e pubblico. È stato diffuso infatti, il calendario della manifestazione, che conferma le coordinate principali per le proiezioni più prestigiose, annunciate dal direttore artistico della manifestazione: "Antonio Monda", durante la conferenza stampa. Sarà "Hostile" di Scott Cooper ad aprire le danze il 26 ottobre in Sala Petrassi, mentre a chiuderle ci sarà "The Place", il nuovo film di Paolo Genovese (sul web il programma completo).

"Hostile" di Scott Cooper aprirà la manifestazione il 26 ottobre, mentre "The Place" di Paolo Genovese la chiuderà il 4 novembre. Nel mezzo: tanti ospiti e tante anteprime, tra cui il documentario "Spielberg" e il premio alla carriera per David Lynch

liliana Oggetto: Suor-Plautilla-Nelli  23 Ott, 2017 - 09:58  Profilo Rispondi citando   

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Risultati immagini per Plautilla Nelli pittrice italiana.


Suor-Plautilla-Nelli
Viene considerata la prima donna fiorentina pittrice e, probabilmente, fu veramente così. Di lei parla Vasari in termini abbastanza lusinghieri, notando nei suoi quadri la non conoscenza del corpo umano maschile e come i suoi santi appaiano molto femminei, così come i volti degli Apostoli dell’Ultima Cena, dipinta per il suo convento. Di questa sua difficoltà di riprodurre corpi maschili dice Vincenzo Fortunato Marchese: “È tradizione che Suor Plautilla, volendo studiare il nudo per la figura del Cristo, si giovasse di quello di una monaca defunta, e le altre suore celiando fossero solite dire, che la Nelli in luogo di Cristi faceva Criste” .
Nata nel 1523, si fece suora a soli diciannove anni e passò tutta la sua vita in monastero. Le cronache la descrivono come una bambina particolarmente incline all’arte, talento che cercò di affinare quando rinvenne in convento una collezione di disegni lasciati da Bartolomeo della Porta, meglio noto come Fra Bartolomeo. Dallo studio delle opere di Bartolomeo, ovvero dalla teoria alla pratica, il passo fu breve. Plautilla prese le altre suore come modelle e cominciò a decorare il monastero
Dalle sue opere venne fuori un universo femminile delicato e misurato, mentre i ritratti maschili erano male abbozzati. La cosa colpì il Vasari, tanto che apprezzò le figure e i volti di donna quanto notò le carenze nelle immagini degli uomini. Ma, la dimestichezza con l’altra metà del cielo, quella a cui era abituata ogni giorno, bilanciava queste piccole imprecisioni. Molti dei suoi lavori, infatti, lasciarono il convento e finirono in palazzi e gallerie private.
Suor Plautilla morì nel 1588. Elogiandola, il Vasari commentò: “Avrebbe fatto cose meravigliose se, come fanno gli uomini, avesse avuto comodo di studiare e attendere al disegno e ritrarre cose vive e naturali”.

liliana Oggetto: Un Pò di storia per un grande "Artista"  18 Ott, 2017 - 09:47  Profilo Rispondi citando   

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Gli ideali di Michelangelo

L’artista andò a Roma per la sua fama, ma anche per la vorticosa politica di quei decenni in cui il volto di Firenze e della città eterna
cambiò sotto i suoi occhi
Fiorentino tutto d’un pezzo, come risulta anche dalla lingua in cui scriveva, grande ammiratore di Dante Alighieri, allevato alle arti sotto l’egida di Lorenzo il Magnifico, Michelangelo Buonarroti trascorse larga parte della sua vita a Roma, dove lasciò i suoi massimi capolavori: la Pietà scolpita per il cardinale francese Jean de Bilhères alla fine del Quattrocento, firmata «MICHELANGELVS BONAROTVS FLORENTINVS»; i grandiosi affreschi della volta nella cappella Sistina commissionatigli da Giulio II tra il 1508 e il 1512; il Mosè e i Prigioni per la tomba di quest’ultimo, i cui lavori lo tormentarono per anni; e poi sotto Paolo III il Giudizio universale dipinto ancora nella Sistina tra il 1536 e il ’41, la piazza del Campidoglio, palazzo Farnese, gli affreschi della cappella Paolina, la Pietà Bandini e la Pietà Rondanini, la basilica di San Pietro con il disegno della sua immensa cupola; fino ai progetti per la chiesa di San Giovanni dei fiorentini, per Porta Pia, per la risistemazione di Santa Maria degli angeli sotto Pio IV, prima di morire novantenne nel 1564.

Non v’è dubbio che a condurlo a Roma fu la sua precocissima fama artistica, ma fu anche la vorticosa politica di quei decenni, in cui Firenze e Roma furono al centro della storia europea, tra le «guerre horrende» d’Italia inaugurate dalla calata di Carlo VIII e l’esplosione della Riforma protestante, tra gli splendori del Rinascimento e le origini della Controriforma. Le convulse vicende di quei decenni mutarono profondamente il volto delle due città sotto gli occhi di Michelangelo. Firenze passò dal crollo del regime mediceo all’effimera repubblica savonaroliana, dal gonfalonierato a vita di Pier Soderini alla restaurazione medicea del 1512, quando a governare la città furono Leone X e Clemente VII, al secolo Giovanni e Giulio de’ Medici. E poi ancora la nuova stagione repubblicana seguita al sacco di Roma tra il ’27 e il ’30, il definitivo ritorno dei Medici con Alessandro, investito da Carlo V del titolo ducale, il suo assassinio nel 1537 e la precaria successione di Cosimo, capace tuttavia di estinguere in breve tempo le residue resistenze antimedicee, di costruire un potere assoluto fondato su un’efficiente macchina amministrativa, di conquistare Siena e di ottenere infine da papa Pio V la corona granducale di Toscana.

Non meno convulse furono le vicende di Roma, dove la secolarizzazione del potere papale, la corruzione di una curia simoniaca, le sconcezze di papa Alessandro VI, la bellicosa politica di Giulio II, le dilapidazioni festaiole di Leone X furono bruscamente interrotte dalla calata dei lanzi nella primavera del ’27, con un seguito inenarrabile di orrori, violenze, stupri, saccheggi, in un provocatorio inneggiare a Lutero il cui nome fu inciso dalla punta di una spada sugli affreschi di Raffaello nella stanza della Segnatura. Solo vent’anni dopo, tra continue incertezze e aspri scontri interni si sarebbe infine imboccata la strada del concilio di Trento, apertosi nel 1547 e conclusosi nel ’63, l’anno prima della morte di Michelangelo, che in tutti questi eventi fu coinvolto in prima persona.Di qui l’importanza del tema affrontato in questo denso saggio di Giorgio Spini, che a oltre cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione resta ancora fondamentale per capire gli orientamenti e le passioni politiche che animavano Michelangelo.

La storia dei Buonarroti fra Tre e Cinquecento delineata in queste pagine aiuta a comprendere il senso di appartenenza al suo casato e alla sua città che animò quel sublime «scalpellino», che amava definirsi «cittadino fiorentino, nobile e figliolo d’omo dabbene» e che tale si sentiva intus et in cute. Ad accentuare l’identità e orgoglio che egli ne traeva contribuiva la stessa decadenza, talora ai limiti della povertà, di una famiglia non più in grado come in passato di accedere alle risorse e al prestigio garantito dall’esercizio delle cariche pubbliche, e quindi dalla capacità di muoversi con sagacia tra regimi sempre instabili e frequenti rivolgimenti.

Quelle forti passioni politiche, del resto, hanno lasciato tracce profonde sulla produzione artistica di Michelangelo. Basti pensare al David posto nel 1504 (in età soderiniana) a guardia dell’antico palazzo comunale, così diverso dalle precedenti raffigurazioni fiorentine di Donatello e Verrocchio, con il giovinetto trionfante sul capo di Golia ai suoi piedi: un gigante che non ha ancora scagliato la sua pietra, ma si accinge a farlo contro chiunque si azzardi a violare la libertà repubblicana. O al tirannicida Bruto commissionato a Michelangelo da Donato Giannotti e destinato al cardinale antimediceo Niccolò Ridolfi. Ancor più significativo è il fatto che, dopo aver lavorato per i papi medicei alle tombe della basilica di San Lorenzo, alla notizia della nuova restaurazione repubblicana dopo il sacco di Roma Michelangelo accorresse nella sua Firenze per dedicarsi anima e corpo alla progettazione delle difese militari. Fu solo la sua ineguagliabile fama artistica a indurre Clemente VII a perdonarlo, per affidargli i lavori della Biblioteca Mediceo-Laurenziana. Ma dopo il ’34, quando ormai Alessandro de’ Medici era stato proclamato duca di Firenze, egli non mise più piede nella sua amatissima patria per lavorare invece per papa Farnese, nemico giurato di Cosimo de’ Medici e pronto ad accogliere a Roma ogni sorta di fuoriusciti fiorentini, ripagato di ugual moneta dal giovane principe mediceo, che non perdeva occasione di sfogare la sua collera contro «quel traditore del papa».

Inutilmente Cosimo sollecitò Michelangelo a lavorare per lui, desideroso di appropriarsi dei suoi talenti e della sua fama, nel quadro di una politica di conciliazione e riassorbimento della tradizione repubblicana. E quando morì ne fece trafugare il corpo a Roma e ne celebrò le solenni esequie in San Lorenzo, per affidare poi il compito di costruirne il monumento funebre in Santa Croce a Giorgio Vasari. Quest’ultimo nelle sue Vite ne fece il culmine dell’arte tosco-romana, presentandolo come il sommo artista che proprio con il David di piazza della Signoria era riuscito a raggiungere e superare la bravura degli antichi. Com’è noto, il pittore aretino si professò sempre ammiratore e amico di Michelangelo, ma quando arte e amicizia confliggevano con la sua vocazione cortigiana, il servile «Giorgetto Vassellario» (così lo definì Benvenuto Cellini) non aveva dubbi da che parte stare. Per questo quando gliene venne l’occasione, in un monocromo all’interno di palazzo Vecchio ormai diventato corte medicea, egli raffigurò quella statua in una scena con l’ingresso di Leone X a Firenze nel 1515. Ma la raffigurò con un basamento tanto alto che la testa (quella di David simbolo della libertà, non quella di Golia!) risultasse tagliata, e per di più con un cane che deposita placidamente i suoi escrementi davanti ad essa. Un insulto triviale, tale tuttavia da dimostrare come anche dopo la morte Michelangelo fosse coinvolto nei conflitti e nelle passioni politiche dell’età sua, sia pure degradato a strumento dell’adulazione vasariana.

RIPRODUZIONE RISERVATA
Giorgio Spini, Michelangelo politico , prefazione di Tomaso Montanari, presentazione di Valdo Spini, Edizioni Unicopli, Milano
Massimo Firpo










liliana Oggetto: Giorgio Vasari  15 Ott, 2017 - 09:58  Profilo Rispondi citando   

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Giorgio Vasari è stato un pittore, architetto e storico dell'arte italiano. Il Vasari ebbe una vastissima rosa di interessi: fu infatti un pittore dallo spiccato gusto manierista, un architetto di certo pregio e infine eccelso storiografo.

Nascita: 30 luglio 1511, Arezzo

Decesso: 27 giugno 1574, Firenze


Opere d'arte: Sei poeti toscani, La tentazione di san Girolamo,


Luogo di esposizione: Palazzo Vecchio, Getty Museum,

Periodi: Manierismo, Rinascimento, Rinascimento italiano

Strutture: Galleria degli Uffizi, Palazzo Pitti, Corridoio Vasariano,



liliana Oggetto: Jackson Pollock  10 Ott, 2017 - 07:57  Profilo Rispondi citando   

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Ancora un articolo che condivido e arricchisce questa pagina, con un nome prestigioso:

"Jackson Pollock"
creava le sue opere attraverso la tecnica del dripping painting. Il pittore faceva infatti gocciolare il colore su una tela posta sul pavimento. “Sul pavimento sono più a mio agio – spiegava Pollock .

Mi sento più vicino, più parte del dipinto, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorare dai quattro lati ed essere letteralmente ‘nel’ dipinto”.Nonostante le opere di Jackson Pollock sembrano create in modo apparentemente casuale,



Richard Taylor, matematico e artista, negli anni Novanta ha riscontrato nelle trame dei suoi dipinti la geometria dei frattali, la cui teoria verrà introdotta solo negli anni ’60. In un certo senso Pollock ha inconsciamente ricreato sulla tela un motivo già esistente in natura ma all’epoca sconosciuto.



Jackson Pollock realizza le sue opere in uno stato di trance, nel quale è l’inconscio a guidare il pittore nel processo creativo, che diviene una sorta di danza sulla tela.

È un modo con cui l’artista libera la tensione, come in un antico rituale.6. Non a caso pare che Jackson Pollock si sia ispirato alla tecnica di pittura sulla sabbia dei nativi americani, praticata dagli stregoni in uno stato di trance che permetteva loro di entrare in contatto con “il mondo degli spiriti”.



Il successo di Jackson Pollock è legato alla collezionista d’arte statunitense Peggy Guggenheim che ne riconosce il valore sin dal 1942, quando l’artista era sconosciuto al grande pubblico. Nel 1943 infatti espone l’opera Guardians of the Secrets in una collettiva presso la sua famosa galleria di New York. Successivamente organizza una personale dell’artista e lo mette sotto contratto per permettergli di fare dell’arte una professione a tempo pieno.

Nel 2006 l’opera di Pollock viene venduta per 140.000.000 dollari, un record per l’epoca

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liliana Oggetto: L'Italia che sedusse Pablo  02 Ott, 2017 - 17:56  Profilo Rispondi citando   

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L’Italia che sedusse Pablo

Le Scuderie del Quirinale e Palazzo Barberini celebrano i cento anni del soggiorno di Picasso nel Bel Paese

Il viaggio in Italia del 1917 fu, per Picasso, una vera epifania. Ancor prima di partire l’artista era ben consapevole che l’avventura rivoltosa del cubismo, che aveva fatto di lui una star internazionale, si andava esaurendo. Era perciò in cerca di nuova linfa. Non solo: acuto (e spregiudicato) com’era, Picasso non poteva non aver avvertito l’ostilità che ormai serpeggiava nei confronti delle battaglie avanguardiste. Ora che la guerra metteva il mondo di fronte a tante atrocità, quelle loro battaglie formali apparivano futili, sorpassate, e l’arte cercava rassicurazioni nel ritorno al reale.

L’Italia fu generosa con lui. Arrivato a Roma, con un Jean Cocteau smanioso di fama, che lo presentò come un trofeo al celebre impresario dei Ballets Russes Sergej Djagilev, perché con lui mettesse a punto il progetto per le scenografie, i costumi e il sipario del balletto Parade (ideato dallo stesso Cocteau, con musiche di Erik Satie); alloggiato in quell’angolo di paradiso che era ed è l’Hotel de Russie,


Picasso si abbandonò alle dolcezze della vita romana, e mentre visitava i musei e i tesori della città, s’innamorava di Olga Khokhlova, la danzatrice dei Ballets Russes che l’anno successivo sarebbe diventata sua moglie. Di lì, con Cocteau e con il coreografo Léonide Massine, si sarebbe spinto a Napoli e Pompei, dove avrebbe trovato nuove e non meno potenti fonti d’ispirazione.

La mostra rigorosa e bellissima curata da Olivier Berggruen e Anunciata von Liechtenstein per il progetto “Picasso-Méditerranée” del Musée Picasso di Parigi, e prodotta da Ales e MondoMostre Skira con le Gallerie Nazionali di Arte Antica che a cent’anni da allora celebra a Roma quel viaggio-rivelazione, fra il centinaio di capolavori che espone, esibisce prove inconfutabili, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di ciò che Picasso attinse qui e a Napoli: il piccolo e luminoso Deux femmes courant sur la plage (Due donne che corrono sulla spiaggia), 1922, immagine-guida della rassegna, evoca e rielabora infatti, seppure declinandola in una chiave panica e gioiosa, una drammatica figura della Stanza di Eliodoro di Raffaello in Vaticano, e la grandiosa sanguigna su tela Trois femmes à la fontaine (Tre donne alla fontana), 1921, cita visibilmente nella composizione l’affresco ercolanense Colloquio di donne, visto nel Museo Archeologico di Napoli. Si potrebbe continuare con l’affresco pompeiano di Teseo e il Minotauro (anch’esso a Napoli, di cui Picasso acquistò una riproduzione fotografica), che nella recente esposizione del Museo di Capodimonte su Parade è stato accostato a un suo dipinto del 1906, ma che è fonte evidente del giovane stante del superbo La flûte de Pan (Il flauto di Pan), 1923, mentre la figura seduta evoca nella postura delle gambe il marmo della Niobide morente, visto da Picasso a Roma.

La mostra non si sofferma però sui “prestiti” puntuali, ma pone piuttosto l’accento sull’approccio sperimentale di Picasso, che seppe intessere spunti tratti dall’arte “alta” come dalla Commedia dell’Arte o dalla vita animata delle strade popolari di Roma e Napoli: tutti stimoli che in due soli mesi lo liberarono dalle secche della crisi dell'ultimo cubismo.

E sono proprio alcune opere del tardo cubismo, tra 1914 e 1916 (con una “coda” nel 1918: Picasso amava depistare, intrecciando i suoi percorsi) ad aprire la mostra, che subito entra nel vivo dell’influenza della Commedia dell’Arte con i suoi Arlecchini dalle tante facce, anche stilistiche: uno, Arlequin et femme au collier (Arlecchino e donna con la collana), ancora cubista, vide la luce proprio a Roma nel 1917, come pure L’Italienne (in realtà una fioraia ciociara, tratta dalle cartoline che circolavano allora a Roma; ma attenzione: l’opera arriverà solo fra qualche tempo), mentre già l’anno successivo Picasso ritrarrà Olga in un celebre dipinto, come avrebbe potuto fare Ingres.

In una mostra di soli capolavori sono però le ultime due sale del primo piano gli scrigni più preziosi, quelli in cui la classicità prende il sopravvento e ci consegna un mondo “antico” sì, ma radicalmente reinventato da questo padre della modernità.

Il piano superiore riserva altri sortilegi: intorno alle bacheche con i documenti originali del viaggio in Italia, molti dei quali inediti, ritrovati proprio in occasione di questa mostra, scorrono i lavori su carta, non meno preziosi, da gustare in un percorso che richiede tempo e attenzione, sapendo che se ne sarà ripagati con abbondanza. Insieme, è esposto l’unico costume originale giunto sino a noi del balletto Parade: l’occasione del viaggio in Italia. Non poteva perciò mancare il sipario di Parade che, troppo grande per gli spazi delle Scuderie, ha trovato ospitalità nelle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini, nel Salone di Parata affrescato da Pietro da Cortona. E qui il gigantesco “telero”, con la sua neo-figurazione di tono favolistico (costumi e fondali del balletto, invece, erano ancora cubisti) può essere finalmente visto con agio: persino il salone da ballo della Reggia di Capodimonte era, infatti, insufficiente per gustarlo appieno. In esso Picasso mette in scena un omaggio appassionato a un’Italia colorata, nobile e popolare al tempo stesso -così come allora era vissuta dagli stranieri- in cui convivono le rovine classiche e la Commedia dell’Arte, la convivialità da osteria e il circo, sullo sfondo, iconico e imprescindibile, del Vesuvio.

Picasso. Tra Cubismo e Neoclassicismo 1915-1925 , Roma, Scuderie del Quirinale e Palazzo Barberini, fino al 21 gennaio 2018. Catalogo Skira

Ada Masoero







liliana Oggetto: Mostra Caravaggio  01 Ott, 2017 - 08:52  Profilo Rispondi citando   

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Milano - Cervello stravagantissimo, come lo definì il Cardinal del Monte, Caravaggio è l’artista più desiderato di tutti i tempi.
Ora è Milano che gli dedica una mostra, “Dentro Caravaggio” dal 29 settembre a Palazzo Reale, a cura di Rossella Vodret e frutto dellacoproduzione tra Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira con il sostegno del Gruppo Bracco.




liliana Oggetto: E' morto il fondatore della rivista playboy  28 Set, 2017 - 08:45  Profilo Rispondi citando   

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Risultati immagini per il fondatore di playboy e Marilyn Monroe



Giovane marito e padre, aveva da poco lasciato il suo precedente lavoro presso una rivista dedicata ad attività per bambini. Forse allora non aveva ancora chiara l'entità dell'impresa che si apprestava a perseguire. Hefner abbracciò la sfida della rivoluzione sessuale e la rese sua.

Donne graziose, sorridenti e poco vestite come formidabile antidoto al puritanesimo americano. E Playboy fu una rivoluzione in sè, a sua volta non impermeabile ai cambiamenti attraverso i decenni. Criticata e osteggiata da alcuni, celebrata e osannata da altri, il tratto inconfutabile della rivista Playboy è la sua notorietà, emblema di una operazione di marketing tra le più riuscite. Playboy voleva offrire il sogno di cui Hefner fu testimonial tanto quanto le sue 'playmate'. Dalle foto patinate quindi alle 'Playboy Mansion', dalla carta al video, gli show, i gadget, il 'lifestyle', fatto non solo di conigliette sempre sorridenti ma anche dell'edonismo interpretato da Hefner, onnipresente, in vestaglia di seta e con l'inseparabile pipa.

Intuizione fortunatissima quella di Hefner, capace come pochi di leggere il segno dei tempi: così nella prima edizione di Playboy comparivano foto di una giovane Marilyn Monroe senza veli (erano state scattate alcuni anni prima) insieme con la promessa di "umorismo, sofisticatezza e pepe". In un anno la tiratura della rivista raggiunse quasi le 200 mila copie, diventate un milione in cinque anni; negli anni '70 i lettori erano sette milioni mentre aveva già ispirato prodotti simili, da Penthouse ad Hustler. Con l'avvento di Internet la competizione, anche per Playboy, si è fatta durissima e le copie sono scese a meno di tre milioni. Nel 2015 Playboy ha smesso di pubblicare foto di donne nude proprio in risposta alla diffusione di tali immagini in rete. Ma fino alla fine Hefner ha mantenuto la sua promessa.





liliana Oggetto: L'arte per un grande artista  20 Set, 2017 - 14:03  Profilo Rispondi citando   

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Ogni uomo è un artista
LA NOZIONE DI "ARTE" PER JOSEPH BEUY: L'artista ha intriso di significato il concetto di unità tra arte e vita, egli “è riuscito a investire la sua stessa persona di arte, e l’arte della sua persona”.
Il suo concetto di arte è legato strettamente all’impegno creativo che deve essere di ognuno, nel modellare la propria esistenza e il mondo in cui vive; secondo questa idea infatti, la creatività è una caratteristica di tutti gli esseri umani e non una prerogativa di chi si definisce artista. Con l'espresione “Ogni uomo è un artista” egli esprime proprio questo, l’arte è l’unica forza veramente rivoluzionaria, che permette attraverso la creatività e la libertà di fare della vita una “scultura vivente”.
L’uomo per Beuys, è quindi necessariamente un’entità vitale e creativa, che deve impegnarsi nel mutamento della struttura sociale; egli crede dunque nelle potenzialità dell’uomo, in termini di energia creativa che quest’ultimo non deve dimenticare, per poter modificare al meglio la realtà che lo circonda. Egli deve infatti avere la consapevolezza che essere uomo significa proprio questo, il dovere di prendersi la responsabilità e la libertà di agire, che costituiscono la sua dignità.
Creatività, per Beuys significa la libertà di essere uomini inventivi e di vivere creativamente la vita nella consapevolezza della potenzialità che abbiamo di plasmare il sociale affrontandone i problemi; in un approccio che posso definire educativo, l’artista fa coincidere il mondo dell’arte e della vita col mondo dell’educazione, egli infatti conferisce molta importanza alla formazione degli individui, ricchi di potenzialità importanti per il presente e il futuro.
L’uomo è un essere creativo e libero ed è importante creare una coscienza di questo per far sì che egli attraverso un atto artistico, possa usare la sua creatività in modo rivoluzionario e quindi cambiare la storia. Questo concetto educativo di cui si serve Beuys è necessariamente legato alla politica che gli uomini, organizzati in gruppi consapevoli, devono prendere in carico, per raggiungere una democrazia reale. Il concetto ampliato di arte, sostenuto dall’artista, estende quindi l’impulso di libertà e creatività anche alla pedagogia e alla politica.
Col concetto di libertà egli esprime la libertà dell’individuo singolo, ma soprattutto la libertà dell’uomo nel rapporto con l’altro, nel mettere a disposizione degli altri i frutti del suo libero agire, questo attraverso la comunicazione che permette di «mostrare quel che abbiamo prodotto con la nostra libertà»; alla comunicazione Beuys dà molta importanza in quanto ognuno deve rendere pubblico il suo pensiero e la sua azione avvicinandosi agli altri. Tutto ciò è finalizzato, nel pensiero dell’artista, a creare modelli reali per proporre un nuovo ordinamento sociale in cui le facoltà umane vengano realizzate nella loro completezza.
L’azione dell’artista si concentra sull’ampliamento della comprensione di sé e della realtà da parte dell'uomo che lo porterà ad una capacità di rinnovamento e ad una maggiore cura degli altri e quindi della società; infatti ogni atto quotidiano, se svolto sotto la forza della creatività, diventa atto artistico che mette in opera creativamente il messaggio di uguaglianza e di libertà di Beuys.
In sostanza “Arte” per Beuys non è più un concetto museale, bensì antropologico e in quanto tale si rivolge ad ogni campo dell'attività umana, dalla scienza alla politica, investendo soprattutto la dimensione pratica dell'agire, in un processo di rigenerazione e liberazione dell’individuo. Tale concezione globale dell'arte responsabilizza l'uomo nei confronti di ogni suo atto, sollecitandolo a partecipare ed impegnandolo ad agire creativamente per modificare il proprio mondo. La possibilità per ognuno di essere artista, a modo proprio ed al di fuori delle convenzioni imposte, è il pilastro su cui si basa l'impegno di Beuys in favore di una radicale uguaglianza.
A questa definizione di arte è indissolubilmente legato il concetto di Scultura Sociale, un principio universale che deve animare e sorreggere il lavoro quotidiano di ogni essere umano che concepisca il mondo come un “materiale plastico da modificare” (Mustacchi, 1999, pag. 63), per mezzo della propria energia creativa e della capacità attraverso di essa di valorizzare ogni atto quotidiano promuovendolo ad atto artistico; questa intenzionalità è racchiusa in quella che Beuys ha denominato "Teoria della Scultura", la quale esprime il modo in cui ognuno di noi deve saper incanalare la propria energia creativa nell’intenzione.
“Ogni uomo è un artista” si riferisce dunque, alla qualità di cui ognuno può avvalersi nell’esercizio di una qualunque professione nell’ambito del quotidiano.





cicuta Oggetto: I 7 SEGRETI DI BOLOGNA  10 Set, 2017 - 13:16  Profilo Rispondi citando   

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I 7 SEGRETI DI BOLOGNA

liliana Oggetto: Visite ai musei  02 Set, 2017 - 08:41  Profilo Rispondi citando   

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Roma, domenica 3 settembre ingresso gratuito nei musei della Capitale
Anche domenica 3 settembre 2017, come tutte le prime domeniche del mese, torna l’ingresso gratuito nei Musei Civici della città per tutti i
residenti a Roma e nellarea della Città Metropolitana con molte iniziative per bambini e adulti e una grande varietà di mostre da visitare. Inoltre, come prima domenica del mese, il percorso di visita nell’area dei Fori Imperiali sarà aperto al pubblico gratuitamente dalle ore 9.00 alle 19.00, con l’ultimo ingresso alle 18.00.. L’apertura straordinaria prevede l’ingresso alla Colonna di Traiano e, dopo il percorso con passerella attraverso i Fori di Traiano e Cesare, la prosecuzione attraverso il breve camminamento nel Foro di Nerva che permette di accedere al Foro Romano, mediante la passerella realizzata presso la Curia dalla Soprintendenza di Stato. Le iniziative sono ideate e promosse da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. I servizi museali sono a cura di Zètema Progetto Cultura.

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liliana Oggetto: Anniversario della morte della Principessa Diana  31 Ago, 2017 - 09:44  Profilo Rispondi citando   

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Tradimenti continui, pianti ininterrotti, obblighi di corte intollerabili e una totale mancanza di attenzione e di considerazione, anche dalle persone a lei più vicine: i 15 anni di matrimonio di Lady Diana con il principe Carlo d’Inghilterra sono stati terribili. È lei stessa ad aver raccontato nel 1991, tramite decine di registrazioni audio, che cosa davvero avveniva dietro le porte e i muri delle varie dimore reali, e le situazioni descritte da Lady D, poi soprannominata “la principessa triste”, sono a dir poco inquietanti.


Un video con la presentazione del libro di Antonio Capranica .


















liliana Oggetto: L'arte di generare la felicità  20 Ago, 2017 - 11:15  Profilo Rispondi citando   

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L'arte di generare la felicità
Tutti aneliamo alla felicità e se ci fosse un metodo per trasformare il dolore in gioia in molti ne sarebbero seguaci.
Thich Nhat Hanh
monaco buddhista, poeta e attivista vietnamita per la pace, propone il suo metodo per trasformare la sofferenza e lo fa nel libro:
Trasformare la sofferenza,

Non si tratta di un qualcosa di automatico, tipo bacchetta magica per intenderci, ma di un cammino che ognuno di noi è chiamato a compiere: non è un caso che il sottotitolo dell’agile volume è L’arte di generare la felicità.


Tutti vogliamo essere felici scrive il monaco; nel mondo ci sono molti libri e insegnanti che cercano di aiutare le persone a essere più felici, eppure continuiamo tutti a soffrire. Per Thich Nhat Hanh la soluzione al problema non è poi così lontana dalla sofferenza stessa: Una delle cose più difficili da accettare è che non esista un regno dove c’è solo felicità e non c’è sofferenza. Ciò non significa che ci dobbiamo disperare: la sofferenza può essere trasformata. Appena apriamo la bocca per dire
“sofferenza”, sappiamo che nello stesso momento è già presente anche l’opposto della sofferenza. Dove c’è sofferenza, c’è "felicità».

Il libro "Trasformare la sofferenza" è una sorta di manuale pratico, ricco di esempi di vita quotidiana e con tanto di esercizi, per compiere un cammino verso la felicità. Dopo essersi soffermato sull’arte di trasformare la sofferenza, Thich Nhat Hanh invita a riconoscerla e ad abbracciarla per poi osservarla a fondo e quindi ridurla. In base alla propria sensibilità spirituale che l’ha reso celebre in tutto il mondo, Thich Nhat Hanh propone cinque pratiche per coltivare la felicità e, dopo aver sottolineato che la felicità non è una questione individuale (e se solo capissimo pienamente questo punto saremmo già molto avanti!), propone delle pratiche concrete per generare la felicità: dagli esercizi sul respiro alla presenza mentale, dai mantra alla meditazione.
Per poter essere felici non dobbiamo aspettare che la sofferenza sia finita tutta: la felicità è a nostra disposizione, proprio qui e proprio ora. Forse però dovremmo modificare la nostra idea di felicità: il maggiore ostacolo che ci tiene lontani dalla vera felicità potrebbe essere proprio l’idea che abbiamo della felicità.


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liliana Oggetto: Canazei  17 Ago, 2017 - 12:15  Profilo Rispondi citando   

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Ancora tanta voglia di unire l'utile al dilettevole , cercando clima e Cultura, arte e leggenda
Scopri le meraviglie del popolo ladino attraverso una splendida vacanza a Canazei.

Canazei si trova in un luogo antico e magico, dove storia, tradizione, arte, lingua, ambiente e leggenda hanno radici in un passato lontano che torna a farsi sempre vivo ancora oggi ad ogni sorger del sole. Il turista che visita Canazei non può non rimanere affascianato da questa sua peculiarità che la rende ancora più speciale.
L'arte in Val di Fassa
Le chiese
Architettura


liliana Oggetto: Festival delle bande siciliane  04 Ago, 2017 - 11:45  Profilo Rispondi citando   

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liliana Oggetto:   04 Ago, 2017 - 11:42  Profilo Rispondi citando   

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Ultima modifica di liliana il 04 Ago, 2017 - 11:50, modificato 2 volte in totale
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