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liliana Oggetto: Sottomarino scomparso  19 Nov, 2017 - 09:11  Profilo Rispondi citando   

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C'è anche la prima donna ufficiale del Sudamerica tra i 44 membri d'equipaggio del sottomarino argentino di cui da mercoledì si sono perse le tracce al largo delle coste nell'Atlantico meridionale. Lo scrive il sito El Pais precisando che l'ufficiale, Eliana María Krawczyk, 34 anni, è responsabile delle operazioni del sottomarino, una posizione che include il controllo delle armi e la manovra di ormeggio. Krawczyk si è laureata alla scuola navale ed è la prima ufficiale subacquea in 71 anni di storia della Marina argentina. Eduardo, padre di Eliana, ha visto sua figlia l'ultima volta due settimane fa, poco prima che il sottomarino salpasse. "Mi disse che era felice di essere a bordo ha raccontato al telegiornale Tn . Poi quando sono arrivati nella Terra del Fuoco il governatore è salito sul sottomarino e si è congratulato con lei per il suo ruolo di responsabilità".

Speriamo siano tutti salvi
liliana Oggetto: Riconoscere la felicità  18 Nov, 2017 - 12:25  Profilo Rispondi citando   

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divertente cartone animato telefono cellulare con il pollice in alto Archivio Fotografico - 43683599

Il mio amico Riccardo, (che non è il firmatario di quanto trascrivo), mi ha inviato quanto condivido con voi:

Riconoscere la felicità

L’antropologo francese ha esplorato le condizioni in cui nascono gli stati di benessere soggettivo: è una questione di memoria, di attesa e di relazioni sociali

La felicità ci appartiene. «Non cercheremmo di essere felici», ci ricordava Sant’Agostino, «se non conoscessimo già la felicità». O almeno la sua idea. In un’epoca senza disciplina e in cui le discipline sono (per fortuna) permeabili le une alle altre, il mestiere dell’antropologo appare come il più indicato a raccontare quella bomba emotiva, esistenziale e sociale che conosciamo, pur senza averne fatto mai l’esperienza diretta, con il nome di felicità. Che è una cosa seria, se è vero che la depressione è al momento (ma le cose stanno peggiorando) la seconda malattia al mondo, dopo un’altra questione di cuore, le patologie cardio-vascolari.

Sembra che, nel mondo, siano oltre sessanta milioni i bipolari e oltre quattrocento milioni i depressi. Lo dice l’OMS e i dati (lo scorso anno) sono già superati. Che fare, dunque? La parola felicità ha innumerevoli definizioni possibili, forse uguagliata solo da altre blasonate parole contenitore - ad esempio la parola cultura - che servono sovente a perorare cause e pulsioni addirittura contrapposte. E a coprire i vuoti dell’esistenza. Pensate alla parola identità, il mantra concettuale dei movimenti separatisti e di quelli nazionalisti. È stata la parola cardine degli ultimi tre papi e di Che Guevara.

A squarciare il velo dell’ambizione ad «una vita tranquilla e modesta», che «porta più gioia del perseguimento del successo legato a un’agitazione perenne» (ecco la definizione che Einstein appuntò, come sua abitudine, su un foglietto in un hotel di Tokyo, valsa recentemente 1,56 milioni di euro ad un’asta a Gerusalemme) prova ora Marc Augé. Con ogni probabilità, il migliore antropologo vivente old school, ma non per questo meno fresco e vitale, tecnicamente parlando, di molti emaciati colleghi da dipartimento. Augé, l’inventore dei non luoghi, intesi come luoghi in assenza di relazioni, ha preparato una ricetta della felicità (non ispirandosi alla cucina francese), che proveremo a scoprire. Momenti di felicità non è un essai, ma un memoir scritto in primissima persona, in cui l’autore si racconta, si svela e scrive a noi una lunga lettera, non definitiva, di dolce addio.

Un libro per essere felici, aspettando la felicità. Che nasconde una ferita: la felicità non è mai a prescindere, ma sempre nonostante. Cioè, si è felici sempre nel mondo con le sue incertezze e tragedie e contemporaneamente si è felici nonostante queste. Il segreto? La felicità non è sostenibile a lungo ed è qualcosa che si misura necessariamente con la dimensione del tempo. «Esistere significa approfondire l’istante», scriveva il grande filosofo Karl Jaspers.

La felicità è una questione di memoria e dopo di attesa; anche se dura un attimo, Augé suggerisce che non è l’attimo a fuggire da noi, ma noi da lui: «I momenti di felicità fugace sono rivelatori: non appena scompaiono, ne avvertiamo impellente la necessità. Inchiodati a un letto d’ospedale, misuriamo il valore di una pur breve passeggiata in città. Quei momenti ci rivelano inoltre qualcosa che riguarda il legame sociale e la solitudine, il passato e il futuro. E così pure qualcosa dell’odierna disparità dei destini: forse anche gli emigranti senza speranza conosceranno alcuni momenti di felicità, eppure rimangono condannati a vivere soltanto il tempo futuro».

Così ci informa la più recente ricerca nell’ambito delle neuroscienze: la felicità dipenderebbe dalla lunghezza di un gene (5-HTTLPR) deputato a trasmettere dosi di serotonina al cervello e addirittura è misurabile con un test neuro-elettrico (il BEAM). Tutto qui? Cambiando angolatura, le scienze sociali ci hanno abituati a confrontarci con questa perifrasi, un poco ipocrita: «Stati di benessere soggettivo», che anche se arriveranno a dirci come facciamo esperienza della felicità, non ci diranno il perché. Né cosa sia la felicità. Ci ha provato a lungo la filosofia, da Epicuro («Ogni piacere è un bene, ciò nonostante non vada scelto ogni piacere; così come se ogni sofferenza è un male, ciò nonostante la sofferenza non va rigettata a priori») a Montaigne («In vita mia ho visto centinaia di umili lavoratori vivere più saggi e felici di molti rettori di Università»). Mentre Spinoza, forse il filosofo che ha costruito più concetti sulla parola felicità, poneva al centro della questione il desiderio, «essenza dell’uomo» e la ricerca della bellezza, il sentimento più raro e prezioso al mondo.

Lo ha spiegato bene il filosofo francese Frédéric Lenoir nel suo saggio sulla Felicità (Bompiani, 2014); alla fine, è una semplice questione di conflitti interni: «La felicità assume l’aspetto di tutto ciò che non possediamo». Augé, invece, ci riporta nel mondo delle relazioni, affermando che la felicità è lo sguardo incrociato, non può esistere senza l’altro. Si è felici solo in relazione con qualcuno. E non si può esserlo neppure senza quel piccolo, residuale ascolto di sé, che ci fa vivere la pienezza del benessere nei piccoli e rari momenti quotidiani, accessibili a prescindere da classe e successo sociale. Il cervello fa il resto, abituandoci ad attendere e a ricordare. È - né più ne meno - la solita, burrosa madeleine di Proust. Solo che, oltre le briciole, ci sono sempre, almeno, due persone (Proust le mangiava da solo, e non era felice). L’invito di Augé è balsamico, ma non è un tutorial. In questa ricognizione narrativa sui momenti di felicità, possiamo essere accompagnati con pragmatico beneficio dall’abbecedario sulla psicologia positiva dello psichiatra Christophe André, Non dimenticare di essere felice (Mondadori, 2015), che ci pone di fronte a una tremenda responsabilità: la felicità (e con questa, la psicologia positiva che ci guida a sceglierla), è insieme una convinzione, una scienza e una pratica. L’invito è a non concentrarsi sui problemi, sulle patologie, ma sulle proprie risorse. Non serve riparare, ma coltivare quello che già funziona. Nei Momenti di felicità, è un invito che prende la forma di brevi epistole al lettore, secondo una mappa concettuale chiara, piacevole e coerente: si parla di fenomeni e di concetti, ma soprattutto si entra nella carne della vita vissuta; nelle canzoni, negli album di famiglia, nell’età che inesorabile avanza, nei viaggi e nei paesaggi. Nelle relazioni, al centro di tutto.

Il memoir racconta momenti privati, è un catalogo di sensazioni, dove ogni cosa - giunti all’età dell’autore (82 anni a settembre) - scompare o appare per come è. La felicità è anche una questione etica. Augé, da antropologo, non crea concetti, ma si interroga sul fenomeno, sull’atto pratico che può farci felici: «Mi domando perché mai, da qualche tempo, mi stuzzica, mi provoca, mi tenta – pur con una vaga inquietudine – la voglia di scrivere qualcosa a proposito della felicità o, meglio, dei momenti di felicità. Non di momenti ormai sepolti, scomparsi - di quel «bonheur fané» la felicità appannata di cui canta Charles Trenet in Q ue reste-t-il de nos amours? - bensì di una felicità presente. Si badi, non intendo lanciare un appello e men che meno un’ingiunzione: «Siate felici!». Non di questo si tratta: vorrei invece parlare dei momenti di felicità – dove, paradossalmente, il plurale conferisce al termine “felicità” una certa modestia rispetto al singolare. Vorrei parlare dei momenti felici che oppongono resistenza all’epoca presente, al terrore, all’invecchiamento o alla malattia: sono quelli che definirei «momenti di felicità nonostante tutto».

E il tutto è tanto, dalla disgregazione sociale, alla crisi dell’umanesimo (ormai da 500 anni), all’assenza di empatia (fenomeno che crea casi di patologia morale), alla morte del futuro, per cause ambientali, economiche, politiche e militari. Et cetera. Tanto che il prossimo essai (o memoir) di Augé potrebbe essere, per coerenza, dedicato al male, come radice sia della infelicità che della sua nemesi (sarà la felicità?). «I felici non hanno storia», recita un proverbio francese. Marc Augé ha una timida risposta, che non compare nel libro:«La felicità è sempre molto vicina all’infelicità». Ecco perché ha deciso di scrivere a noi questa lunga lettera. Che ci porta via l’alibi per essere infelici, nonostante tutto.

Riccardo Piaggio
liliana Oggetto: La morte esiste per tutti  17 Nov, 2017 - 08:41  Profilo Rispondi citando   

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Dopo la giornata mondiale della "Gentilezza"Ricordata da Patrizia 51,
su google, leggo
: Mafia: morto Totò Riina, boss che fece guerra a Stato. Secondo gli inquirenti il capo dei capi avrebbe preso parte a oltre 100 omicidi ed è stato condannato a 26 ergastoli.Forse la notizia della sua morte è una notizia di "Giustizia Divina"?Un pò in ritardo ma la morte esiste per tutti.
bilancia











Patrizia51 Oggetto:   13 Nov, 2017 - 19:28  Profilo Rispondi citando   

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13 novembre - Giornata Mondiale della Gentilezza

Una giornata non cambia gli stili di vita, è chiaro, ma ha il valore di accendere una luce per riflettere sull'importanza della gentilezza e sul circolo virtuoso che innesca. Compiere un atto gentile ci rende, infatti, più felici. Chi è felice tende poi a sua volta a essere gentile con gli altri. Dire grazie, prego, scusa, per favore va infatti al di là della buona educazione per diventare atteggiamento e modo di essere.
Uno degli atti di "gentilezza" potrebbe essere quello della tradizione tutta napoletana "de 'o cafè suspiso". Ci si prende un caffè al bancone, poi si va alla cassa e se ne pagano due invece che uno. In questo modo, chi non può permetterselo può entrare al bar e chiedere se per caso ci sia un “caffè in sospeso”, disponibile e gratuito. Le due persone coinvolte non si incontrano mai, è vero, ma in qualche modo gustano un caffè assieme.... e questo vale per tutti i giorni dell'anno.



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cicuta Oggetto: notizie così...  11 Nov, 2017 - 08:57  Profilo Rispondi citando   

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Notizie così propiziano la giornata! (Dal Web)

Fino a due anni fa questo bambino siriano era in condizioni gravissime. Aveva perso gran parte della pelle a causa di una rara malattia genetica, l’epidermolisi bollosa giunzionale. In questi casi si parla di bambini farfalla, perchè la pelle diventa fragile come le ali dell’animale. Il bimbo, 9 anni, pero’ oggi puo’ vivere una vita normale, grazie alla combinazione dell’uso di cellule staminali e di tecniche di terapia genica. A salvarlo è stato il trapianto effettuato dal centro ustioni dell’Ospedale tedesco di Bochum, realizzato con pelle rigenerata fornita dal centro italiano di medicina rigenerativa “Stefano Ferrari” dell’Università di Modena e Reggio Emilia, diretto da Michele de Luca. I medici tedeschi hanno contattato il collega italiano dopo aver provato tutte le possibilità invano. “Già dopo il primo trapianto sui quattro arti a ottobre, e poi con il secondo, il piu’ grosso, fatto sulla schiena, la rigenerazione della pelle che è avvenuta ha fatto scattare qualcosa. Il bambino è migliorato subito. I suoi parametri vitali sono migliorati. Li’ abbiamo capito che ce l’avevamo fatta”, racconta Michele De Luca del Centro di Medicina Rigenerativa dell’università di Modena e Reggio Emilia. Il dott. de Luca e il suo staff hanno prelevato un lembo di pelle dal bimbo e hanno trasferito nelle cellule un gene sano. La pelle è poi ricresciuta correttamente.
liliana Oggetto: San Martino  11 Nov, 2017 - 08:25  Profilo Rispondi citando   

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Oggi S. Martino
LA LEGGENDA “DELL’ESTATE” DI SAN MARTINO

dal web
San Martino di Tours, nacque intorno al 317 D.C ed è stato uno dei primi santi non martiri della Chiesa Cattolica. Figlio di un tribuno della legione, rivestiva la carica di "circitor" nella Gallia, dove visse l'esperienza che cambiò per sempre la sua vita e lo consegnò alla storia, alla leggenda e alla santità.
Il santo San Martino è celebrato come il protettore dei pellegrini, dei viandanti di un tempo, ed in alcuni casi la giornata in cui si festeggia il santo, diventa un giorno di festa per i camionisti, i viandanti di oggi. Per capire quest`antica festa che si celebra l`11 novembre bisogna ricordare la vita del santo e la famosa leggenda che si lega al suo nome. La leggenda così dice : “Un giorno d`autunno, l’11 novembre probabilmente, mentre usciva a cavallo da una delle porte della città francese di Amiens, dove viveva, vide un povero, mezzo nudo e tremante per il freddo. Martino si impietosì e sguainò la spada, tagliò il suo bel mantello di lana e ne diede la metà al povero. Immediatamente il sole si mise a scaldare come in estate. Per questo motivo, si chiama l`estate di San Martino quel periodo agli inizi di novembre in cui spesso accade che la temperatura si faccia più mite”. In effetti la tradizione vuole che, più per una logica legata a ragioni meteo climatiche, che per credenze popolari, il giorno di San Martino è quasi ogni anno una bella giornata di sole negli ultimi secoli sfruttata dalle famiglie contadine, per traslocare le aziende a termine della stagione agricola, secondo le regole della mezzadria. Questa usanza si è consolidata, a tal punto che nel lessico dialettale di provincia, il trasloco viene detto “san martino”.

Auguri a quanti hanno nome Martino/a
liliana Oggetto: caccia alle streghe  10 Nov, 2017 - 08:48  Profilo Rispondi citando   

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I suoi cinque anni in una setta, gli attacchi di panico, le regole ferree, l’allontanamento dai suoi affetti, Michelle Hunziker li ha raccontati in un libro. Un articolo interessante sull'argomento tratto dal "Il Sole 24 Ore", mi è stato inviato dal caro amico,ed ho il piacere di condividerlo:


Dal medioevo al rinascimento

Caccia alle streghe e al pensiero antico


La stregoneria appartiene alla storia dell’umanità non meno dell’arte o della religione. Questo pensiero, scritto da Giuseppe Faggin all’inizio del libro che dedicò a Le streghe (Longanesi, 1959), induce a riflettere sul ruolo avuto da fanatismo e violenza nella storia, ma anche sulla legalizzazione che ebbero nelle diverse epoche con guerre o persecuzioni. Oltre gli eccessi e gli orrori della caccia alle streghe, essa rivela una delle innumerevoli metamorfosi del male. L’osservazione ricordata da Faggin, profondo conoscitore del pensiero classico e dei mistici, si potrebbe accostare a un passo che Bertrand Russell lasciò nel saggio Scienza e religione. «Verso la fine – ricorda il logico e matematico gallese - del XVI secolo, Flade, rettore dell’università di Treviri, nonché supremo giudice della corte elettorale, dopo aver condannato un numero indefinito di streghe, iniziò a pensare che forse le loro confessioni fossero dovute al desiderio di evitare la tortura della ruota, e di conseguenza si dimostrò restio a condannarle. Fu accusato di essersi venduto a Satana e sottoposto alle stesse torture che aveva inflitto in precedenza alle sue vittime. Come loro, confessò la propria colpa, e nel 1589 fu prima strangolato e poi bruciato».

Vicende e pensieri simili vengono alla mente con il ritorno di un classico testo del Cinquecento, dedicato alla “Strix”, alla “Strega”. L’autore, Gianfrancesco Pico della Mirandola, nipote del celebre Giovanni e a sua volta erudito e filosofo degno di attenzione, pubblicò il libro dopo che nei primi mesi del 1523 le terre di Mirandola e Concordia furono sconvolte da una lotta anti-stregonesca che portò al rogo "sette uomini e tre donne".

Questo conte, poi assassinato dal nipote Galeotto nel 1533 assieme all’ultimogenito Alberto (di 14 anni), diede alle stampe proprio nel 1523 l’edizione latina della “Strix” e nell’anno successivo usciva una traduzione, con modifiche e semplificazioni, a cura dell’inquisitore domenicano Leandro Alberti. Per un testo critico degno di tal nome occorre attendere il 2007, allorché Alfredo Perifano lo cura per Brepols. Ora Lucia Pappalardo, basandosi su quest’ultimo lavoro, ne offre una nuova versione (con il latino a fronte), un ottimo apparato di note e una vasta introduzione che illustra tra l’altro il profilo filosofico di Gianfrancesco, notizie sul sabba delle streghe nel Rinascimento e le concezioni demonologiche allora circolanti. Il libro, il cui titolo completo suona Strix sive de ludificatione daemonum (La strega o sull’inganno dei demoni, oppure Strega o delle illusioni del diavolo), è una giustificazione di condanne ed esecuzioni di cui l’autore fu testimone.

Lo stesso Perifano, d’altra parte, ha notato che questo piccolo testo, scritto in forma di dialogo, «si colloca nel quadro della codificazione inquisitoriale definita dal Malleus maleficarum», il famigerato trattato del 1487, noto in volgare come Il martello delle streghe, opera dei domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer; anzi si potrebbe addirittura intendere l’operetta come una trasposizione dialogica del vasto manuale antistregonesco.

Va comunque notato che la Strix del signore di Mirandola consente di meglio focalizzare quei legami che corsero tra la caccia alle streghe e taluni temi del pensiero rinascimentale che, come osserva Lucia Pappalardo, vanno dalla crisi di alcune verità del mondo greco trasmesse dal medioevo al ritorno dello scetticismo. È questo il percorso che egli compie: attacca Aristotele e utilizza le opere di Sesto Empirico (pare sia stato il primo moderno a farlo) per sfiduciare il pensiero antico, convinto che la fede cristiana non possa basarsi su di esso. Gianfrancesco, non a caso, fu seguace di Savonarola (ne scrisse una Vita apologetica), chiese riforme per i costumi e per la disciplina ecclesiastica. In questo percorso c’è spazio per la lotta al demonio; e quindi anche per credere all’esistenza delle streghe e combatterle.

Non si creda un caso isolato. Mentre la scienza sperimentale muoveva i primi passi e si cominciò a guardare il cielo con gli occhi di Copernico, nel 1563 - per fare qualche esempio del dibattito allora in corso - il medico olandese Johann Weyer pubblicava il De praestigiis daemonum per provare che le streghe non hanno alcun potere reale, ma nel 1580 il giurista e filosofo politico Jean Bodin chiedeva che costui fosse bruciato sul rogo. E nel 1589 il gesuita fiammingo Martin Delrio, nelle sue Disquisitiones magicae promuoveva un ritorno al Malleus: consigliava però, bontà sua, di utilizzare con più moderazione la tortura per estorcere le confessioni.





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liliana Oggetto: Una seconda vita  06 Nov, 2017 - 14:12  Profilo Rispondi citando   

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Penso alla possibilità di una seconda vita, ma gli errori potremmo non ripeterli?

François Jullien
Sprigionarsi in una seconda vita
La trasformazione affiora un giorno come uno strato di schiuma; così, senza frastuono, si afferma la seconda vita del soggetto, se sarà riuscito a scegliere come vivere. Le nostre prime scelte – commenta François Jullien, filosofo e sinologo francese, in questo saggio di filosofia di vita – erano troppo indotte e guidate per essere veramente autonome. Vivevamo la vita allo stesso modo in cui si legge un romanzo per la prima volta, appesi al filo della storia, ansiosi di voltar pagina perché non sapevamo, non volevamo sapere, come la storia sarebbe andata a finire. Soltanto in un secondo tempo qualcosa di simile all’inizio di una seconda vita può abbozzarsi nei termini di una scelta, grazie alla ripresa della propria vita che consente di cominciare a esistere, ex-sistere dice la lingua latina, tenersi fuori.
Ma quando affiora la schiuma, quando si riesce a iniziare la seconda e consapevole vita? Allorchè non si evita più di guardare la propria morte ma la si considera una scadenza inevitabile, l’unica cosa di cui si sia certi. A quel punto, quando si guarda fissamente la morte e si osa considerare la fine, una seconda vita può avere inizio. Di tale tenore sono le considerazioni e i pensieri di François Jullien in questo saggio di grande bellezza e intensità, che potrebbe sembrare mistico ma non lo è. La seconda vita in questione non ha a che fare con l’aldilà, l’Altrove e le speranze di una vita futura, ma nemmeno con la seconda vita di Hannah Arendt, che si ha quando si ri-nasce alla vita politica dopo essere nati per la prima volta alla vita individuale. Nel pensiero di Jullien il confronto è individuale, di ognuno con la propria vita, prima e seconda. Il verbo etico che la sorregge – spiega ancora l’autore – è «riprendere» nel senso della ripresa musicale (quanto Deleuze tra le pieghe di queste pagine), che modifica il tema ma non lo abbandona; che non nega né sopprime quel che viene prima ma lo capitalizza e lo fa decantare con lucidità.
Armato di due lingue e due pensieri, il greco antico di Platone e il cinese della cultura confuciana (primo e secondo?), Jullien fa poggiare la seconda vita sull’esperienza che viene dal senso introspettivo della vita vissuta (ted. Erlebnis) combinata con l’apprendimento volto alla conoscenza oggettiva (ted. Erfahrung), allorché esse si mutano proprio in quell’efflorescenza schiumosa da cui affiora – come Afrodite dalle spume del mare – la seconda vita. E anche l’amore, il secondo amore che non vive più di passione ma di intimo, che sia amore nuovo o riscoperta dell’amore di coppia, è trasformato e vivificato dalla ripresa.
Forte è l’impressione che parole come queste nascano nella fase della vita che convenzionalmente chiamiamo vecchiaia e che in fondo abbiamo sempre legato a esperienza e saggezza. Una condizione che la persona giovane fa fatica a comprendere, come avviene nel Sofista di Platone. Allorché l’ospite straniero cerca di spiegare a Teeteto come sia necessario, col procedere dell’età, mutare le opinioni di un tempo e persino capovolgere le apparenze, egli risponde che no, non riesce a comprendere. Perché Teeteto è così giovane, commenta Jullien.
Ma che cos’è esattamente questo secondo col quale si e ci confronta Jullien? È un secondo che non segue il primo per essere a sua volta seguito da altri numerali (che in francese si direbbe deuxième); è un secondo invece che procede dal primo e che non introduce con esso un taglio ma una piegatura. Grazie alla piega ciò che è accaduto non viene tagliato fuori ma riposto all’interno, capitalizzato; rimane il principio che è inizio, e si conserva anche il principio che è elemento concettuale costitutivo che aveva dato senso a quelle esperienze, mentre se ne ritraggono le passioni negative della prima volta: la ricerca della riuscita e del successo tramite superficialità, intrighi, ambizioni, vigliaccate. Viene estratto dalla piega che lo celava quanto di disturbante era in essa avvoltolato, come pure ciò che di positivo e valorizzante vi stava confusamente mescolato: la risorsa ivi implicata si dispiega, si «sprigiona», verbo col quale il traduttore rende in lingua italiana il francese se dégage, conferendogli paradossalmente una valenza in più. La vita sprigionata si espande senza per questo raggiungere salvezza e verità, anzi sprigionamento, dichiara Jullien, è «il termine antimetafisico per eccellenza». L’autore lo accosta al tema confuciano del vento che passa tanto invisibile quanto senza scopo; nel taoismo, spiega Jullien, esso corrisponde alla vita che si sprigiona dal mondo e produce un affrancamento dal mondo limitato al mondo.
Grazie allo scarto dello sprigionamento avviene la ripresa che recupera liberamente e coscientemente la propria vita ed è propulsiva, dinamica e audace benché si sprigioni in una fase seconda della vita, quando scemano le forze fisiche ma non necessariamente quelle mentali, e si riesce a tollerare l’idea della propria morte e a vivere in maniera audace e inventiva una vita ripresa e riformata.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
François Jullien, Una seconda vita. Come cominciare a esistere davvero ,
trad. di Massimiliano Guareschi, Feltrinelli, Milano
Francesca Rigotti

Patrizia51 Oggetto:   04 Nov, 2017 - 22:26  Profilo Rispondi citando   

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Giusto per precisare....

- Il commento "ma quante belle persone ci sono nel mondo" è mio e non di Gramellini, che si è limitato a dire che "la vita è assurda e meravigliosa".
- Nessuno ha parlato di "viaggio commemorativo" di papà Simoncelli in Malesia, anche perché chiunque segue il mondo motociclistico sa che lui è sempre presente su qualunque circuito si corra come faceva quando c'era suo figlio, e che soprattutto a Sepang non è mai mancato da quando Marco sei anni fa non ha finito la sua ultima corsa.
- Il gesto di quella ragazza (una semplice ragazza del posto, fan di Simoncelli) si può considerare "preparato per l'occasione" solo in quanto, sapendo che i coniugi Simoncelli sarebbero stati a Sepang come ogni anno, ha aspettato l'occasione giusta per consegnare loro quel "pezzo" appartenuto al figlio, per loro così importante. Che dire invece di quel giudice di gara che si era preso e tenuto il guanto, proprio quello della gara in cui Marco era morto, per rivenderlo e ricavarci un profitto? La ragazza lo ha comprato con l'unica intenzione di restituirlo ai genitori alla prima occasione, e lo ha fatto....

Quindi, solo merito a Gramellini per aver riportato con il suo solito stile niente affatto zuccheroso un fatto che potrebbe sembrare di minima importanza, ma che ha un rilievo umano non indifferente, che dimostra come per un bel gesto ce ne siano altrettanti disgustosi.

Quanto a te, Asso, che dire.... un po' più di attenzione no? Non è così comune trovare persone oneste in giro per il mondo, e questo è anche il motivo per cui quella ragazza merita un "pezzo" tutto per sé.



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assodipicche Oggetto: Le belle persone nel mondo  04 Nov, 2017 - 17:53  Profilo Rispondi citando   

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(Il complesso del tempio di Kek Lok Si a Georgetown - Penang- Malaysia)


Non dev’essere certo facile, neppure per una buona penna come Gramellini, trovare ogni giorno un argomento su cui imbastire un commento. E così stavolta da un gesto di solidale cortesia ha ricavato una sua ottimistica considerazione cosmica sull’ abbondanza di “belle persone” nel mondo. E per farlo ha modificato anche il testo originale del sig. Simoncelli, il quale non era in Malesia per un viaggio commemorativo, ma per le corse. Guidava infatti il suo team.
Comunque……
La prima volta che sono andato in Malesia, una decina d’anni fa, di ritorno dall’isola di Penang, nel tragitto dall’aeroporto a Kuala Lumpur, ho dimenticato la macchina fotografica sul sedile del taxi. Non ci tenevo particolarmente alla macchina, ma alla memory card sì, perché avevo scattato delle bellissime foto del favoloso complesso buddhista di Kek Lok Si a Georgetown. Perciò mi rivolsi alla compagnia dei taxi, ma la mia fotocamera si era come volatilizzata. Dovetti farmene una ragione e comprarne un’altra che ancora ho.
Dopo qualche anno ci sono ritornato. E non doveva ricapitarmi? Certo! La maledizione dei taxi mi aspettava per colpire ancora! Quest’altra volta toccò infatti al cellulare, scivolatomi dalla tasca dei pantaloni sul sedile dell'auto. Anche questa volta... richiesta alla compagnia, taxi individuato ma niente telefonino.
Allora, se dal racconto di Gramellini –relativo a un gesto probabilmente preparato per l’occasione- ricaviamo una consolante impressione ottimistica sulle anime belle esistenti al mondo, dal mio cosa dovremmo ricavare (a parte le considerazioni sulla mia sbadataggine)….che ce ne sono almeno altrettante che “belle” non sono per niente?
È per questo che consiglierei a Gramellini di mettere meno zucchero nel suo caffè mattutino! Il commentino gli riesce meglio!


Patrizia51 Oggetto:   03 Nov, 2017 - 23:45  Profilo Rispondi citando   

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Ma quante belle persone ci sono nel mondo....

Il caffè di Massimo Gramellini (Corriere della sera)
Venerdì 03 novembre 2017

Il guanto magico

Assurdo e meraviglioso. Paolo Simoncelli, padre di Marco, ha condensato in due aggettivi un episodio che meriterebbe un romanzo. A sei anni di distanza i coniugi Simoncelli sono ritornati a Sepang, sul circuito malese dove il figlio interruppe la sua cavalcata. Possiamo vederli mentre scendono dall’aereo, con il fuso orario nella testa e troppi ricordi nel cuore. Vengono avvicinati da una ragazza del posto. Ha gli occhi bassi che lottano con la timidezza. Spiega di avere comprato un guanto di Marco da un commissario di gara. Il signor Simoncelli non si sorprende: ovunque vada, viene avvicinato da qualche tifoso inconsolabile che gli mostra una reliquia del figlio. Il particolare del guanto però lo incuriosisce: di solito li vendono in coppia. Perché quella ragazza ne ha comprato uno solo? Ma a quel punto lei lo estrae dalla tasca e lui lo riconosce. Non è un guanto qualsiasi, ma uno di quelli che Marco indossava al momento dell’impatto. Il destro è già a casa, il sinistro non era mai stato recuperato. Ora è lì, tra le mani tremanti di questa giovane donna che sembra quasi scusarsi per avere osato tanto. Avendo saputo che i genitori del campione sarebbero arrivati con quel volo, è venuta fin lì per restituire qualcosa che aveva custodito per loro. Il signor Simoncelli ha cercato mille parole per dirle grazie, ma per fortuna la ragazza non è riuscita a capirle. Perciò alla fine è rimasto zitto e l’ha stretta in un abbraccio. Uno immagina quei due estranei che si abbracciano nella sala-arrivi di un aeroporto malese con un guanto tra le mani e pensa che a volte la vita sa essere davvero così: assurda e meravigliosa.




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liliana Oggetto: Notizie strane  03 Nov, 2017 - 08:48  Profilo Rispondi citando   

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La banda che si arricchiva con il Dna dei centenari sardi
Diciassette indagati in Ogliastra tra scienziati e sindaci. I pm: hanno rubato le provette per vendere l’elisir di lunga vita
nicola pinna
PERDASDEFOGU (NUORO)

I vecchietti l’avevano capito subito: «Ora vogliono fare affari con il nostro sangue». E se è vero che gli anziani d’Ogliastra non s’intendono di business o di complesse questioni scientifiche, su questa vicenda la loro saggezza è stata davvero provvidenziale. «Venderanno il nostro dna per poi dire che hanno riprodotto il segreto della longevità», protestava il centenario Antonio Mura, il giorno che si è cominciato a parlare di un’asta internazionale per la cessione dei 230 mila campioni di dna raccolti tra gli abitanti di questo angolo di Sardegna.
Un grande affare a basso costo, perché tra le migliaia di provette custodite qui a Perdasdefogu è nascosto il mistero della lunga vita. Ci sono, di certo, informazioni preziose anche per la lotta alle malattie ereditarie e per chiarire chissà quanti altri arcani medici. «Il Dna per me è una cosa strana, io non ho mai capito bene com’è fatto – sosteneva uno dei nonnini di Villagrande –. Ma sono sicuro che questo è il nostro tesoro». E infatti qualcuno aveva tentato di rubarlo.
Il bottino era davvero grosso e non è un caso che per la prima volta in Italia la procura della Repubblica di Lanusei abbia aperto un fascicolo per furto di materiale biologico, recapitando 17 avvisi di garanzia. L’indagine si è svolta come se il caso fosse una rapina milionaria: le 25 mila provette sparite dalle stanze sterili del parco Genos di Perdasdefogu, gli investigatori le hanno considerate come una cassaforte piena di gioielli




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liliana Oggetto: Dedicato ai defunti  02 Nov, 2017 - 10:21  Profilo Rispondi citando   

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Quando ero bambina, la parola "cimitero" collegata ai morti mi procurava sempre un po’ di ansia e di disagio. Noi bimbi, se i grandi ci conducevano con loro al Cimitero,li seguivamo, mentre si aggiravano disinvolti e sicuri fra lapidi e croci o persone intente ad ordinare e ornare le tombe dei loro defunti.

Più spesso però, si rimaneva a casa con un parente adulto, mentre si aspettava il ritorno dei genitori da quelle visite.
Le castagne cotte in tanti modi, non mancavano, ed il loro profumo lo associo a volte ancor oggi,al ricordo del passato.
Usanze di questo giorno in altra Nazione

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Patrizia51 Oggetto:   01 Nov, 2017 - 10:30  Profilo Rispondi citando   

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La globalizzazione oramai sta rendendo più onore ad Halloween, dimenticando la tradizione che invece ci appartiene.... è una "festa" che non mi piace per niente....

"Il giorno dei Morti" raccontato da Andrea Camilleri.

Un tempo per i Siciliani il giorno dei morti era un giorno davvero speciale, per i bimbi era ricco di attesa e dolci sorprese!
La globalizzazione oramai sta rendendo più onore ad Halloween dimenticando la tradizione che invece ci appartiene e dobbiamo impegnarci a conservare e a tramandare, per questo abbiamo deciso di riportare il testo di Camilleri che racconta la magica atmosfera del giorno dei morti per i siciliani.
Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine.
Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

(da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri)

sempre speciale Camilleri


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Preferisco le eccezioni - Wislawa Szymborska
liliana Oggetto: Le grandi scosperte  31 Ott, 2017 - 08:53  Profilo Rispondi citando   

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Molte notizie arrivano dal mondo con i mezzi di comunicazione, ma la più importante scoperta è stata la "STAMPA", guardate questo filmato, personalmente mi è sembrato di tornare bambina acculturandomi e divertendomi .

Un saluto

liliana Oggetto: Nessun limite di età  30 Ott, 2017 - 09:39  Profilo Rispondi citando   

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Nesun limite di età per le passioni



















liliana Oggetto:   29 Ott, 2017 - 09:17  Profilo Rispondi citando   

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Pare che vi siano 11 "modi di dire italiani" che ci invidiano in tutto il mondo


Ne ho scelto qualcuno :

Pietro torna indietro

Questa frase, che per via della rima assomiglia più che altro a una filastrocca, di per sé non ha assolutamente senso. Chi è questo Pietro? E dove è andato? Nessuno lo sa. Quel che è certo, pare, è che tornerà. Ci vogliamo fidare? Fidiamoci.Ecco perché lo chiamiamo in causa così tante volte quando prestiamo qualcosa: Pietro torna sempre indietro, su questo non ci piove (a proposito). L’uso di questa locuzione è talmente radicato che, molte volte, non serve neanche pronunciare l’intera frase ma basta sottintenderla.

"Mi presti questo libro?"
"Certo, sai come si chiama, vero?"
"Ok, messaggio ricevuto."

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Stare con le mani in mano:

Non è un luogo comune: noi italiani gesticoliamo come pazzi e spesso riusciamo a riassumere un intero discorso con un leggero sventolio di mani e dita.

L’espressione si usa nei confronti di una persona che non sta lavorando mentre tutti quelli attorno a lui si danno da fare.


Mani



Buona Domenica
liliana Oggetto: Giuseppe verdi  26 Ott, 2017 - 10:24  Profilo Rispondi citando   

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Il tempo non cancella il ricordo e la fama dei grandi uomini

Una collezione di documenti autografi di Giuseppe Verdi, con decine di lettere inedite, sarà messa all'asta da Sotheby's giovedì a Londra. E secondo gli esperti che hanno esaminato le carte, la scoperta di queste missive costringerà a rivedere il carteggio ufficiale del leggendario compositore emiliano e anche le sue biografie.

Si tratta, in particolare, di 17 lotti appartenenti ad una collezione privata, di cui non è stato rivelato il nome. come si legge nel catalogo d'asta "il lotto più straordinario, che rappresenta una monumentale scoperta verdiana" è quello che comprende un gruppo di 36 lettere autografe (tutte firmate "GVerdi") al librettista Salvadore Cammarano, scritte dal grande compositore tra il 1844 e il 1851 e incentrate sulla collaborazione operistica relativa a "Il trovatore", "La battaglia di Legnano" e "Luisa Miller".

Il valore stimato è di 250-300mila sterline.

Tra gli altri lotti verdiani che saranno battuti giovedì da Sotheby's anche alcuni abbozzi di una scena dell'"Ernani" (la congiura del terzo atto), che rappresentano la più antica versione esistente di quella parte dell'opera, e poi lettere autografe alla contessa Clara Maffei, all'agente Mauro Corticelli, al ministro dell'Istruzione Emanuele Gianturco, una lettera della moglie di Verdi relativa al "Requiem", e vari spartiti autografi.

In considerazione dell'altro valore che questi documenti rappresentano, dalla città di Parma è già stato lanciato un appello al ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, affinché "i preziosi manoscritti restino anzitutto accessibili al pubblico e agli studiosi di tutto il mondo, così da evitare che l'asta londinese riporti i documenti in mani private con un incalcolabile danno per la ricerca e lo studio sul maestro".

La proposta, del sindaco Pizzarotti e di altri importanti firmatari, è quella di fare di Parma la città italiana "custode e garante della loro consultabilità da parte dell'utenza nazionale ed internazionale dei manoscritti all'asta, a cominciare dall'Istituto Nazionale di Studi Verdiani".

Una mobilitazione che potrebbe sortire un effetto positivo, dato che si è appreso che il ministero dei Beni culturali seguirà direttamente l'asta londinese





(Redazione Online/v.l.)
liliana Oggetto: Le profezie  25 Ott, 2017 - 11:04  Profilo Rispondi citando   

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Mi sono soffermata sulle cose che accadono e le "profezie", celebri certamente sono quelle di Nostradamus,ma prima di accennare alle sue profezie, è bene descrivere un suo valido interprete: Renuccio Boscolo:

Sin da giovane è affascinato dall'enigmistica, dalla lettura dei testi dell'Insolito i romanzi Urania (science fiction). Inizia così la sua vocazione per enigmi, giochi di parole, traduzioni in più lingue e logos.

Negli anni sessanta inizia la decifrazione graduale delle quartine di Nostradamus, da allora Renucio Boscolo si distingue per l'avere anticipato molti eventi .Diventa bibliotecario presso la Biblioteca Marciana di Venezia, dove ha modo di consultare alcuni rari documenti lasciati da Nostradamus, come le quartine (vere, apocrife?) conosciute come Homme Rouge.Molte sono le profezie di "Nostradamus", nelle quartine del veggente, pare ci sia anche l'anticipazione della vittoria del candidato repubblicano in America."Trump".


Le profezie non si sono sempre avverate e trovano il tempo che trovano,forse la vera profezia è nella realtà che viviamo giornalmente.. .


Un saluto










liliana Oggetto:   24 Ott, 2017 - 09:57  Profilo Rispondi citando   

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Avete mai sentito parlare della :"Pietra Nera?

La Pietra Nera è un oggetto venerato nella religione islamica. La tradizione vuole che essa, in origine bianca, fu inviata da Dio ad Abramo, perseguitato da spiriti maligni che tentavano di condurlo alla perdizione. In segno di ringraziamento, Abramo fece costruire la Kaabbah, un santuario di forma quadrata nel quale la pietra avrebbe potuto essere conservata nei secoli a venire. Tuttavia con lo scorrere del tempo la pietra mutò il suo colore, passando da bianca a nera. Questo perché, dice la tradizione, i fedeli che nell'atto della venerazione ne baciavano la superficie, trasferivano ad essa tutti i peccati commessi.

Solo con la fine del mondo, dice la tradizione, la pietra tornerà a brillare, nuovamente bianca, così da poter tornare in paradiso.La pietra nera, oggi, è conservata ancora nella sala interna della Kaabbah, santuario posto nel cortile della Grande Moschea della Mecca, in Arabia Saudita.Tutti i pellegrini possono visitare la pietra nera, benché la vera e propria visita debba essere preceduta da un preciso rituale: prima la purificazione alla fontana sacra di Zem-Zem e poi sette giri intorno alla Kaabbah.Ogni anno alla Mecca si reca oltre un milione di pellegrini: è infatti dovere di ogni fedele di Allah compiere questo viaggio almeno una volta nella vita.
Un saluto

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La pietra nera

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