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liliana Oggetto:   20 Feb, 2018 - 08:02  Profilo Rispondi citando   

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Interessante articolo inviato da Riccardo che condivido

18 FEBBRAIO 2018 Il Sole 24 Ore

Quando noi siamo arrivati

L'origine dell'umanità



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Di tutte le storie questa è la più affascinante. È la storia degli uomini sulla terra. Una storia divenuta complicata rispetto ai tempi in cui si aveva una sola fonte per ricostruirla, il Vecchio Testamento.Il progresso della scienza introduce nuovi metodi alla fine dell’Ottocento. Il fisico irlandese John Joly fissa la data tra gli 80 e i 100 milioni di anni fa. Lord Kelvin immagina che la terra, una sfera incandescente, abbia impiegato 400 milioni di anni per raffreddarsi. Questo intervallo va però moltiplicato per undici se si tiene conto del calore generato dal decadimento dei materiali radioattivi: 4 miliardi e mezzo di anni. In questa terra così antica emerge presto la vita.

Quante più cose sappiamo della vita sulla terra, tante più sono le cose che ci accorgiamo di ignorare. Quando aumenta il cerchio delle conoscenze scientifiche, cresce anche la lunghezza della circonferenza che segna il confine tra conosciuto e ignorato.

Con la rivoluzione di Charles Darwin e, poi, della genetica tutto cambia. Nei primi tempi una caricatura semplicistica dell’evoluzione faceva discendere l’uomo dalle scimmie e denunciava l’anello mancante nel passaggio da una specie all’altra. Poi la datazione dei fossili e la possibilità di tracciare le migrazioni grazie al DNA hanno portato alla scoperta di un albero genealogico che appare sempre più ramificato e articolato, via via che lo esploriamo con le tecniche della genetica.

Come rispondere al quesito: quando è apparso l’uomo? Dipende da quel che s’intende per uomo. Forse la risposta più appropriata non si basa sulle dimensioni del cervello ma sul suo uso. Le scimmie sanno servirsi di strumenti, per esempio costruire una pila di scatole per raggiungere una banana, ma solo l’uomo li sa progettare. Mentre l’origine della capacità di produrre frasi e ragionamenti complessi è difficile da rintracciare, il criterio della produzione di strumenti a mezzo di strumenti è semplice e controllabile. In tal caso il più antico appartenente al genere Homo è Homo habilis, presente in Africa orientale più di due milioni di anni fa.

Barbujani e Brunelli raccontano una storia ricca e complessa di migrazioni di successo, d’ibridazioni e di scomparse. Spostarsi alla ricerca di nuove risorse era la nostra condizione abituale, almeno fino alla nascita dell’agricoltura stanziale, non più di diecimila anni fa. Andavamo verso l’ignoto, affidandoci alla sorte. Esistenze tra continui pericoli. Solo le nostre doti di adattamento al nuovo permettevano di affrontare sorprese per lo più negative. Non sempre è stato facile trovare risposte a condizioni ambientali nuove. Quando fummo costretti dai mutamenti climatici a scendere dalle piante, le braccia si liberarono per nuovi usi. Purtroppo i necessari cambiamenti della forma del bacino costrinsero le donne a parti complicati e il cervello dovette continuare a crescere dopo la nascita. I tempi di allevamento e di cura divennero sempre più lunghi.

Per il nostro organismo risalire sulle piante è più facile oggi di quanto non sia stato discendervi, come mostra la fiaba di Italo Calvino. Al Barone Rampante sono sufficienti pochi adattamenti per condurre una vita sugli alberi non così diversa da quella dei bipedi terrestri. Negli ultimi secoli siamo stati in grado di adattarci non solo a mondi “incontrati”, come i nostri antenati, ma anche a quelli da noi stessi inventati, per esempio tutte le nuove tecnologie. Abbiamo così dimenticato il quadro terribile e avvincente dell’evoluzione? È una storia finita per sempre?

In una famosa intervista televisiva del 2013 Sir David Attenborough sostenne che la selezione naturale era terminata perché siamo in grado di allevare il 99% dei neonati. Restano altre forme di selezione?

L’«Economist» del 19 dicembre 2017 descrive recenti ricerche che mostrano, sulla base della ricca banca dati UK Biobank, che le persone con maggiore capitale umano, più conoscenze e intelligenza, fanno meno figli. Selezione a rovescio?

Un’analisi condotta sui registri svedesi dal 1932 al 1973 presenta risultati più inquietanti. Salvatore e collaboratori hanno esaminato 19.715 bambini adottati controllando la loro tendenza a divorziare da grandi. Quest’ultima è correlata non tanto con gli ambienti di vita dei genitori adottivi quanto con il patrimonio genetico dei genitori biologici. La presunta fine della selezione naturale di cui ci parla Attenborough non sembra abbia eliminato adattamenti e mutamenti rilevabili solo con l’analisi statistica di grandi banche dati per lunghi periodi storici.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Paolo Legrenzi

Patrizia51 Oggetto:   18 Feb, 2018 - 15:44  Profilo Rispondi citando   

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A cosa serve invecchiare

Da Licia Gallo, che ha 80 anni e vive a Feltre, in provincia di Belluno, ricevo questa bellissima lettera piena di speranza per il futuro (Invece Concita) Siamo invecchiati per nulla? Si chiede ripercorrendo le tappe della sua semplice e ricchissima vita. Spera di no. Parla delle prospettive dei più giovani, di diritti, di Europa. Scrivere e viaggiare sono le sue passioni. Parlandole ho scoperto che con suo marito Giorgio, 83, è stata in aprile in Iran, “un paese che da sempre sognavamo di vedere. Le donne iraniane sono state per me una grande sorpresa; ho avuto per loro una istintiva tenerezza e spesso le ho abbracciate. Stanno lottando e mi sono sentita vicina a loro e al loro desiderio di libertà”.

Questa è la lettera di Licia, che inizia con una sua poesia.

“Mescolando confettura… / Dipaniamo ricordi lontani / Intessiamo sogni leggeri /Assaporiamo ogni istante / Di questo nostro prezioso / Ultimo tempo". "Inizio con questa breve poesia che ho scritto mentre mescolavo la marmellata di albicocche e intanto chiacchieravo con mio marito. Noi siamo due ottuagenari, come scherzosamente ha detto uno dei miei figli dato che io ho 80 anni e mio marito 83. Abbiamo una lunga vita alle spalle e 56 anni di matrimonio ma sono 63 anni che ci conosciamo".
"In questa ormai lunga vita siamo passati attraverso la seconda guerra mondiale, il difficile dopoguerra, i mitici anni ottanta ed ora assistiamo impotenti e quasi increduli al deterioramento della vita sociale e politica del nostro paese. Abbiamo lottato, come molti della nostra generazione, per avere un lavoro, per potere sposarci ed avere dei figli, per costruirci una casa, per avere diritto ad una pensione che ci potesse rendere indipendenti nella vecchiaia".
"Tutto questo è stato possibile; certo, non senza molte difficoltà e periodi bui che non mancano credo nella vita di tutti, ma abbiamo potuto avere una casa nostra, far studiare i nostri tre figli, dei quali due sono laureati, arrivare alla pensione in età ragionevole che ci ha permesso e ci permette di fare le cose che ci piacciono e che rendono la nostra vita felice. Tutto quello che noi abbiamo potuto avere, ora è difficile per i nostri figli e il futuro dei nostri numerosi, meravigliosi nipoti, sembra più incerto che mai. Abbiamo la grande opportunità di stare molto con i nostri giovani di casa, che sono di varie età e che seguiamo costantemente, ma siamo a volte molto preoccupati per quello che li attende".
"Inoltre tutti i diritti per i quali abbiamo lottato e che pensavamo acquisiti per le generazioni future, sembrano dissolversi come neve al sole e assistiamo smarriti alla perdita di conquiste che credevamo sicure e addirittura inattaccabili. Anche l’Europa, la nostra bella Europa, che tanto abbiamo sperato, dopo averla vista finalmente in pace, restasse unita, anche lei sembra disgregarsi, attaccata da ogni parte. Invece di cercare di migliorarla, vediamo solo il desiderio di distruggerla".
"Tutto questo ci rattrista e però non siamo diventati vecchi per nulla; niente è per sempre e nutriamo la speranza che possa nascere una società migliore per il futuro dei giovani, non solo dei nostri, ma di quelli di tutto il mondo. Sono troppo ottimista? Alla mia età non si può, si deve esserlo per se stessi e per gli altri. Vi abbraccio e vi saluto con affetto”.

Licia Gallo Bona, 80 anni, Feltre (Belluno)





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liliana Oggetto: Una strage probabilmente evitabile  17 Feb, 2018 - 10:45  Profilo Rispondi citando   

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Una strage probabilmente evitabile quella in Florida: l'Fbi ammette che il protocollo non è stato seguito del tutto dopo alcune indicazioni ricevute lo scorso 5 gennaio su Nikolas Cruz e sul suo "desiderio di uccidere". Lo sottolinea lo stesso Bureau federale in una nota che comprende un commento di Christopher Wray che esprime rammarico "per l'ulteriore dolore che ciò ha provocato in coloro coinvolti in questa orribile tragedia". Intanto secondo i media il 19enne avrebbe agito per colpa dei "demoni". Su Cruz pendono 17 capi di imputazione per omicidio premeditato, uno per ogni vittima.

Intanto, emergono nuovi dettagli sul passato di Nikolas Cruz. Lo sceriffo della contea aveva ricevuto almeno 36 richieste di intervento urgente a casa del ragazzo, tra il 2010 e il 2016, legate al suo comportamento violento e minaccioso. Lo riporta BuzzFeed. Nel settembre 2016, Nikolas aveva commesso atti di autolesionismo e aveva espresso l'intenzione di comprare una pistola. A seguito di una chiamata della madre, Lynda Cruz, la polizia scriveva del ragazzo: "Non sono stati ravvisati segni di malattia mentale né attività criminali", e "non rappresenta una minaccia per sé o per gli altri". Il giovane non era mai stato arrestato.Ora, in custodia dal giorno della sparatoria a scuola, Cruz ha confessato di esserne l'autore. L'ex studente della Stoneman Douglas ha raccontato agli inquirenti di aver portato con sé nella scuola il fucile semiautomatico – un AR-15 – e dei caricatori di munizioni nascosti in uno zaino, per poi iniziare a sparare. In seguito, quando studenti e insegnanti hanno cominciato a fuggire dall'edificio, Cruz ha raccontato di aver abbandonato il fucile nella scuola e di essersi tolto gli indumenti che indossava,

Lo sceriffo della contea aveva ricevuto almeno 36 richieste di intervento urgente a casa del ragazzo, tra il 2010 e il 2016, legate al suo comportamento violento e minaccioso. Lo riporta BuzzFeed. Nel settembre 2016, Nikolas aveva commesso atti di autolesionismo e aveva espresso l'intenzione di comprare una pistola. A seguito di una chiamata della madre, Lynda Cruz, la polizia scriveva del ragazzo: "Non sono stati ravvisati segni di malattia mentale né attività criminali", e "non rappresenta una minaccia per sé o per gli altri". Il giovane non era mai stato arrestato.

Ora, in custodia dal giorno della sparatoria a scuola, Cruz ha confessato di esserne l'autore. L'ex studente della Stoneman Douglas ha raccontato agli inquirenti di aver portato con sé nella scuola il fucile semiautomatico – un AR-15 – e dei caricatori di munizioni nascosti in uno zaino, per poi iniziare a sparare. In seguito, quando studenti e insegnanti hanno cominciato a fuggire dall'edificio, Cruz ha raccontato di aver abbandonato il fucile nella scuola e di essersi tolto gli indumenti che indossava, per mescolarsi alla folla.

La polizia lo ha arrestato circa un'ora dopo che si era allontanato dal campus.

Nella serata del 15 febbraio, migliaia di persone hanno partecipato alle veglie in memoria di studenti e insegnanti che hanno perso la vita nella strage: nell'auditorium della scuola, all'esterno dell'edificio, in varie chiese, chi in silenzio, chi piangendo, chi pregando, quasi tutti con una candela in mano. In una delle iniziative sono stati fatti
volare in cielo 17 palloncini argentati, uno per ogni vittima della sparatoria.

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liliana Oggetto: Continenti perduti  15 Feb, 2018 - 05:58  Profilo Rispondi citando   

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Continenti perduti


Tanta voglia di credere ad Atlantide

Quando si cominciò a parlare di Atlantide? Difficile rispondere con una data o un autore. Sappiamo da Plutarco - lo scrive nella seconda parte della Vita di Solone, dove non disdegna talune notizie favolose - che il celebre legislatore, dopo aver lasciato la Grecia, si recò in Egitto e lì apprese, da un sacerdote di Sais, la storia del continente scomparso. Noi, leggendo due dialoghi di Platone, Timeo e Crizia, siamo informati dal filosofo sulla posizione geografica di questa terra, sita oltre le Colonne d’Ercole. In tali pagine ci meravigliamo delle sue ricchezze minerarie, boschive e zoologiche; inoltre lo stupore ci assale per l’urbanistica, gli arsenali, i sacrifici, la reggia, l’Acropoli e altro ancora. Aristotele, discepolo di Platone, faticava però a credere all’esistenza di un simile paradiso; Strabone, il geografo morto nel secondo decennio della nostra era, non lo negò ma lo scrisse, come dire?, con un sorriso. Proclo, uno dei maestri del V secolo, nel monumentale Commento al Timeo ci crede.

Ormai - e siamo al tramonto del mondo antico - è giunto il tempo delle conclusioni mirabolanti, anche se il medioevo occidentale non sarà incantato da tali ipotesi. Comunque, il bizantino Cosma Indicopleusta, «navigatore delle Indie», nella Topografia cristiana (VI secolo) sostiene una tesi bizzarra riguardante Platone e Mosè. I due avrebbero asserito la medesima cosa: Atlantide non fu altro che il mondo antidiluviano e i dieci re del continente perduto sarebbero le altrettante generazioni da Adamo a Noè. Il mito partorì secoli più in là enigmi e utopie, il Rinascimento se ne innamorò perdutamente utilizzandolo come modello (non soltanto con sir Francis Bacon). Illustri personaggi ritentarono una collocazione: per esempio, il gesuita tedesco Athanasius Kircher, formidabile erudito morto a Roma nel 1680, disegnò l’Insula Atlantis vicino alle Azzorre; un centinaio d’anni dopo il naturalista conte di Buffon scoprì di essere d’accordo.

L’elenco degli interessati a quel mondo scomparso è innumerevole e senza requie. Dai film all’alchimia, con filosofi e letterati, cultori di discipline extraterrestri e archeologi, esoteristi e medium: è difficile contarli. Di certo, anche scavando nella testimonianza di Platone, non si riescono a ghermire certezze. Ben lo sa chi si avventura in testi come il vasto A Commentary on Plato’s Timaeus, dello scozzese Alfred E. Taylor (Clarendon Press, Oxford 1928): pure analizzando minuziosamente il lascito platonico con acuti strumenti filologici, Atlantide sfugge.

Forse per tal motivo resta un argomento tra i più fascinosi. Lo dimostra un saggio di Thomas-Henri Martin che nel 1841 pubblicò uno dei primi commenti scientifici al dialogo platonico in due volumi, Etudes sur le “Timée de Platon”. In esso c’è una lunga Dissertation sur l’Atlantide, rassegna di storie e ipotesi sul continente svanito, ora tradotta in italiano. Sono pagine ricche di notizie e con un apparato di note che consente i controlli sulle fonti. In taluni casi, quando sono citati alcuni padri della Chiesa, per esempio Arnobio o Tertulliano (diffidenti sull’esistenza di Atlantide), è possibile ricostruire i contesti in cui fiorì il loro scetticismo; oppure si tratta dell’origine del mito nella terra del Nilo e si rammenta il platonico Crantore. Costui, morto una trentina d’anni dopo il maestro, «raccontava che ai suoi tempi i sacerdoti egiziani solevano mostrare ai greci delle colonne sulle quali affermavano trovarsi iscritta la storia di Atlantide». Martin, dopo tale notizia, accompagna ancora il lettore: gli ricorda che le testimonianze di Crantore sono riportate da Proclo e contengono alcune contraddizioni. Le conclusioni a cui giunge sono presto dette: «Si è creduto di riconoscerla nel Nuovo Mondo. No, essa appartiene a un mondo altro, che non si trova nel dominio dello spazio, ma in quello della mente».

Inviato da Riccardo

Il sole 24 0re ©Riproduzione riservata


Thomas-Henri Martin, Atlantide. Appunti per la fine di una leggenda,

a cura di Leonardo Anatrini. Introduzione di Marco Ciardi.
liliana Oggetto: Buon S. Valentino  13 Feb, 2018 - 06:21  Profilo Rispondi citando   

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Domani 14 febbraio si festeggia S. valentino la festa degli innammorati,come ricorda questa tradizione in diversi Paesi Europei

San Valentino: il giorno dell’amore. Ogni giorno dovrebbe essere il giorno dell’amore, ma la ricorrenza dedicata è un’occasione speciale per milioni di persone in tutto il mondo che si dichiarano amore reciproco. C’è chi la considera una festa inventata da fioristi e cioccolatai per vendere di più (lo sapevate che è l’unico giorno dell’anno nel quale gli uomini comprano più fiori delle donne?), ma in realtà è una tradizione che risale a vari secoli fa e ha origine nella festa religiosa in onore di San Valentino, patrono dei matrimoni felici e degli innamorati. Scopriamo insieme alcune curiose tradizioni del giorno di San Valentino in vari Paesi europei…

Non è forse un caso che questa ricorrenza abbia le sue origini più antiche in uno dei Paesi più romantici del mondo: l’Italia. Per gli antichi romani il 15 febbraio era una data in cui rendere omaggio agli dei e invocarli per chiedere protezione per il raccolto e il bestiame, oltre a maggiore prosperità e fertilità. La sera precedente, che corrisponde all’attuale giorno di San Valentino, donne e uomini mettevano in un’urna i loro nomi e un bambino li estraeva a caso per formare coppie, che poi partecipavano alla festa con balli e canti e vivevano insieme in intimità per un anno intero. Nel 496, Papa Gelasio annullò questi riti pagani sostituendoli con la giornata commemorativa di San Valentino martire.





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Nell’Inghilterra del diciottesimo secolo si osservava un’usanza molto popolare per la vigilia di San Valentino: le donne fissavano con uno spillo sul cuscino cinque foglie di alloro spruzzate con acqua di rose. Una era posta al centro e le altre negli angoli. Prima di andare a dormire, le donne recitavano questa preghiera: “Buon Valentino, sii generoso con me e concedimi di vedere in sogno il mio vero amore”. Se l’incantesimo funzionava, la donna avrebbe visto il futuro marito in sogno. È proprio il caso di dire “sogni d’oro”, no?





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Francia tradizione_di_san_valentino_in_Europa

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Una tradizione molto insolita (e un po’ crudele) per il giorno di San Valentino in Francia era la cosiddetta “Loterie d’amour”, la lotteria dell’amore: donne e uomini non sposati si riunivano in due case una di fronte all’altra e a turno chiamavano un nome dalle finestre finché tutti fossero accoppiati. Gil uomini che non erano contenti della compagna loro assegnata potevano semplicemente lasciarla e cercarsene un’altra. Una volta terminata la selezione delle coppie, le donne rimaste sole facevano un gran falò e bruciavano le immagini degli uomini che le avevano respinte. Questa usanza a un certo punto era diventata talmente sfrenata che il governo francese fu costretto a proibirla

Germania tradizione_di_San_Valentino_in_Europa

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Il giorno di San Valentino in Germania sta diventando sempre più popolare, ma non ha un carattere così commerciale come in altre parti del mondo. In realtà furono i soldati americani a introdurre questa ricorrenza in Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale: era un ottimo metodo per corteggiare una Fräulein tedesca… Il primo ballo di San Valentino si tenne nel 1950 e da allora gli innamorati si scambiano fiori, cioccolatini o regali a forma di cuore il 14 febbraio. Fiori e cioccolatini vi sembrano regali troppo scontati? E allora perché non essere un po’ più creativi e regalare al vostro amore un maiale? Non uno vero, ovviamente. La figura del maiale è infatti un simbolo portafortuna in Germania. Attenzione però: un gesto romantico del genere potrebbe essere frainteso da altre culture e anche un dolce maialino di cioccolato come regalo potrebbe non suscitare la reazione che vi aspettate

Per un pellegrinaggio romantico? "Chelmno", una piccola cittadina situata a circa 50 km a nordovest di Lódz lungo il fiume Vistola, nota anche come “città degli innamorati”.

"Buon S. Valentino" a tutti L,M.











TittiMendoza Oggetto:   10 Feb, 2018 - 16:54  Profilo Rispondi citando   

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Beh, non forse !.....


qualcuno può dare fastidio..... per esempio: il “Grafomane” che non può vedere spazi liberi nei forum, che deve correre subito a riempirli di copia/incolla e cazzeggiamenti vari, purchè la sua mania sia soddisfatta !
Patrizia51 Oggetto:   10 Feb, 2018 - 13:05  Profilo Rispondi citando   

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Io? Mai pensata una cosa simile.... il discorso era molto più ampio.... anche perché qui sia che parliamo seriamente sia che cazzeggiamo non facciamo danni a nessuno ... forse....

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assodipicche Oggetto:   10 Feb, 2018 - 09:55  Profilo Rispondi citando   

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Vuoi dire che qua dentro non dovrebbe scrivere nessuno?
Patrizia51 Oggetto:   10 Feb, 2018 - 08:01  Profilo Rispondi citando   

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Si fa un gran parlare del Festival di Sanremo... Piaccia o no, in ogni avvenimento c'è un insegnamento che, se lo sappiamo cogliere, può aiutarci ad "ampliare i nostri orizzonti".
Massimo Gramellini, nel suo "Caffè" di oggi, mi sembra abbia saputo coglierlo....

Baglionismo al potere

Sabato 10 febbraio 2018

Cantanti che cantano, attori che recitano, presentatrici che presentano, fiorelli che fiorellano e ballerine che ballano, anche a 83 anni. Secondo Baglioni, il successo del festival di Baglioni rappresenta il ritorno al potere dei professionisti e la smentita che in tv funzioni soltanto la mediocrità. Se l’autore di «passerotto non andare via» avesse ragione, si tratterebbe del primo segnale di una controrivoluzione culturale, e mica solo in tv. Veniamo da anni di predominio ideologico dei dilettanti allo sbaraglio, in cui l’idea stessa di competenza ha coinciso con quella di casta. Come all’epoca del comunismo asiatico trionfante, quando gli sgherri di Mao e Pol Pot umiliavano chiunque inforcasse gli occhiali, sintomo di cultura e dunque di privilegio. Per troppo tempo la frase più letta sul web è stata: «Che ci vorrà mai a…» guidare un partito, fare funzionare un’azienda, segnare un gol, organizzare un festival?

Alla rabbia sacrosanta di chi si sente escluso non per mancanza di conoscenza, ma di conoscenze (intese come raccomandazioni) si è aggiunta quella assai meno onesta degli invidiosi, che attribuiscono il proprio fallimento a una congiura e, non sapendo innalzare se stessi, sminuiscono i talenti di chi c’è riuscito. Il Sanremo dei professionisti inaugura un’inversione di tendenza. Ma è inutile illudersi che in politica abbia già fatto proseliti. Dando un’occhiata alle liste, di favini e fiorelli se ne incontrano pochi.

Quanto sarebbe bello, ma soprattutto utile, se ognuno facesse solo quello che sa fare BENE!

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liliana Oggetto: Per Asso  08 Feb, 2018 - 20:08  Profilo Rispondi citando   

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Gentile Asso, nel ringraziarti per l'interesse circa l'articolo pubblicato, aggiungo altre notizie inviate da Riccardo.

Redazione ANSA 07 febbraio 2018

Pelle scura e occhi blu, ecco il primo britannico, scoperto grazie al test del Dna. Non aveva proprio i tipici tratti 'nordici' il primo britannico della storia.

Una ricerca condotta dal museo di storia naturale di Londra, grazie ad approfonditi test del Dna, ha permesso infatti di ricostruire il volto e le fattezze dell'uomo primitivo detto di Cheddar (Cheddar Man), uno scheletro ritrovato nel 1903 all'interno della Gola di Cheddar, Inghilterra sud-occidentale e considerato il primo 'abitante' moderno delle isole britanniche.

Sue caratteristiche erano, oltre agli occhi azzurri, una pelle molto scura: questo conferma il fatto che la carnagione chiara degli europei sia un fenomeno piuttosto recente.

Si è arrivati a questo dopo una analisi del genoma compiuta sui resti del Cheddar Man, che fino a qualche anno fa non sarebbe stata possibile, come ha spiegato il professor Chris Stringer, del museo londinese.

L'uomo primitivo, vissuto circa 10 mila anni fa, era alto circa 1,65 centimetri e sarebbe morto intorno ai vent'anni, probabilmente in modo violento.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA



La ricostruzione del volto dell'uomo primitivo di Cheddar (fonte: University College London) © Ansa
assodipicche Oggetto: A proposito di razze  06 Feb, 2018 - 14:25  Profilo Rispondi citando   

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Interessante questo articolo riportato da Liliana, chiarisce molte cose e stimola alla riflessione.
Mi ha colpito in particolare la conclusione:
“Naturalmente tutto questo c’entra molto poco, anzi per niente, con le esternazioni sui pericoli che correrebbe la cosiddetta razza bianca. La razza bianca, è chiaro, non è mai esistita. Sono invece esistite tante popolazioni diverse e in continuo movimento. I loro scambi hanno generato l’infinita varietà di sfumature, nel colore della pelle, nelle stature e nel girovita, nella forma del viso, nella capacità di digerire il latte o di percepire i sapori, che chiamiamo biodiversità umana. Certo, capire la storia della nostra evoluzione non aiuta immediatamente a combattere il razzismo. Ma alla lunga può servire a combattere l’ignoranza, che da sempre genera chiusure, intolleranza, paura del diverso e, più in generale, paura pura e semplice: la paura che alla fine avvelena la vita, la nostra, e quella di chi cerca di vivere insieme a noi”.

Incominciamo dal termine “razza”. Cosa sono le parole? Le parole sono strumenti convenzionali che servono per comunicare. E, come tutti gli strumenti, possono essere usate in senso positivo o negativo. Con un martello posso costruire e posso uccidere.
L’autore dell’articolo chiama la razza “biodiversità umana”. Bene, è come chiamare il netturbino “operatore ecologico”. Se io dicessi che la razza caucasica si differenzia da quella asiatica per la forma degli occhi, pochi avrebbero da ridire, credo. Se io dicessi invece che la prima è biologicamente superiore alla seconda, esprimerei una condannabile e infondata presunzione, potenzialmente foriera di gravissime conseguenze sociali.
Vogliamo usare “etnia” al posto di “razza”? Bene, basta mettersi d’accordo! La parola è incolpevole; tutto dipende dall’uso che se ne fa. Una volta, anche prima del fascismo, la razza era un valore, oggi è un disvalore. Non si può che prenderne atto e regolarsi di conseguenza.
Detto questo però, bisogna affrontare un altro aspetto: perché gli uomini tendono a raggrupparsi in base a certi loro aspetti morfologici, di sangue, di religione, di cultura, di tradizione e vivono più in serenità e pace se predomina l’omogeneità piuttosto che la promiscuità? Dal condominio agli stati.
Proviamo a rispondere a questa fondamentale domanda, prima d’usare con troppo fretta e superficiale ripetitività il termine “paura”. Già, perché anche “paura” è una parola che può essere usata in diversi modi: posso usarla come indice di vigliaccheria, ma anche come una legittima preoccupazione che può salvarmi la vita inducendomi alla prudenza.
Perché allora condannare sempre come “razzista” e “pauroso” chi -pur volendo essere in qualche misura solidale con chi è in uno stato di bisogno- nutre tuttavia preoccupazione per i turbamenti del proprio modus vivendi e di quello futuro dei propri figli e nipoti?


liliana Oggetto: Razza più nera che bianca  06 Feb, 2018 - 08:20  Profilo Rispondi citando   

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Razza più nera che bianca


Sono state proprio due ondate di immigrati a introdurre in Europa i geni della pelle chiara

Quando si dice la scalogna. Proprio nei giorni in cui Attilio Fontana, candidato alla presidenza della Lombardia, invocava misure contro l’immigrazione per proteggere quella che lui chiama «razza bianca» (ne abbiamo scritto sulla Domenica del 21 gennaio e il 23 gennaio è uscito sul Corriere della Sera un bell’intervento di Dacia Maraini), uno studio genetico molto ben fatto dimostra che sono state proprio due ondate di immigrati a introdurre in Europa i geni della pelle chiara (Torsten Günther e altri, 2018, PLoS Biology 16: e2003703). Immagino sia dura da mandar giù, per Fontana, ma è andata così: niente immigrazione, niente pelli bianche.

È la melanina delle cellule a determinare il colore della pelle (e dei capelli, e in parte degli occhi). La melanina, in realtà, sono due pigmenti, non uno: la feomelanina, in diverse sfumature di rosso e giallo, e l’eumelanina, in varie tonalità brune. In generale, nelle pelli più chiare prevale la feomelanina, in quelle più scure l’eumelanina. Ma poi conta la quantità di pigmento, cioè quanti grani di melanina, e quanto grossi, si trovino nelle cellule alla base dell’epidermide. Nelle pelli molto scure c’è tanto pigmento, in quelle chiare ce n’è poco, e quelle chiarissime sono rosa per via del sangue che traspare. E poi, come sappiamo, al sole ci si abbronza.

Tutto questo dipende dall’azione di decine di geni. I loro nomi non vi diranno niente, ma eccone alcuni: MC1R, OCA2, KITLG, ASIP, SLC24A5 e SLC45A2. MC1R è il più importante perché controlla il funzionamento degli altri; quando MC1R non viene stimolato, le cellule producono soprattutto o soltanto il pigmento più chiaro, la feomelanina; quando viene stimolato, stimola a sua volta la produzione del pigmento più scuro, l’eumelanina. L’uomo di Neandertal aveva un gene MC1R non funzionante, e per questo possiamo dire che aveva la pelle molto chiara.

Oggi riusciamo a leggere con molta precisione il DNA, e non solo quello di persone viventi, ma, appunto, anche quel poco presente nelle ossa fossilizzate di gente vissuta tanto tempo fa. E il DNA di un cacciatore mesolitico ritrovato in uno scavo archeologico a La Braña, nel nord della Spagna, fa pensare che, fino a 7mila anni fa, gli europei avessero una strana combinazione di pelli scure e occhi chiari.

Com’è andata, allora? Facciamo un passo indietro, qualche milione di anni. Ci sono molte ragioni per credere che allora i nostri antenati avessero, sotto lo spesso pelame, la pelle chiara: come, oggi, i nostri parenti, gorilla e scimpanzé. Col tempo abbiamo perso il pelo, ed è migliorata la nostra capacità di regolare, sudando, la temperatura corporea. Così, però, abbiamo esposto la pelle ai raggi ultravioletti, con conseguente rischio di tumori; chi aveva la pelle scura era più protetto, anche perché, in quella fase, stavamo tutti in Africa. Intorno a 100mila anni fa, però, comincia la migrazione più importante di tutta la storia dell’umanità: gruppi di africani si avventurano in Asia e in Europa e cominciano a stabilirvisi. In seguito, non sappiamo quando, sono comparse delle mutazioni, cioè delle varianti del DNA che provocano una pigmentazione più chiara. In Africa, e in generale nelle regioni dove c’è molto sole, queste varianti non aiutano la sopravvivenza, e sono state eliminate (si chiama selezione naturale). Ma dove c’è poco sole i raggi ultravioletti non costituiscono un problema, e anzi, favoriscono la sintesi di vitamina D, necessaria durante la gravidanza e l’allattamento. Così, la pelle chiara si è diffusa nel nord, sempre per selezione naturale.

Fino a qualche anno fa non c’erano semplicemente dati su cui ragionare; e quindi si ipotizzava che i primi europei, forse 50mila anni fa (o, per meglio dire, i primi europei della nostra specie, Homo sapiens; prima di loro c’erano i Neandertal, ma questa è un’altra storia) avessero avuto il tempo per evolvere una pelle chiara nel corso del loro cammino dall’Africa. Invece non è così. L’uomo di La Braña aveva pelle scura, e come lui, altra gente che, nel Mesolitico, viveva in Svizzera e in Lussemburgo.

Le cose cambiano una prima volta con il Neolitico, cioè con lo sviluppo dell’agricoltura. Quaranta anni fa, Luca Cavalli-Sforza, Paolo Menozzi e Alberto Piazza hanno dimostrato che è stata una grande migrazione dal Medio Oriente a diffondere in Europa le tecniche di coltivazione delle piante e di allevamento degli animali. Di recente si è riusciti a leggere nei geni di alcuni di quei primi agricoltori neolitici: si è visto che erano i primi a portare molte varianti che, in Europa, sono associate a pelli chiare (attenzione: chiare, non chiarissime) e agli occhi scuri, oggi comuni in tutta l’area mediterranea.

Le pelli chiarissime che troviamo nel nord Europa hanno un’altra storia. C’era gente con la pelle chiara già 13mila anni fa, ma stava nel Caucaso; più tardi, troviamo individui con gli stessi geni (forse loro discendenti, forse no) nell’Asia nord-orientale, in quella che oggi è Russia. E da lì, da est, questi geni si diffondono, attraverso la Germania e la Danimarca, nella penisola scandinava, fra 9mila e 6mila anni fa.

È una storia interessante e complicata, un passaggio non scontato del processo evolutivo che ha portato un piccolo gruppo di africani a espandersi su tutto il pianeta (insieme ai nostri compagni di viaggio, i topi), adattandosi ad ambienti differenti e modificando nel corso del tempo le sue caratteristiche ereditarie. E diventa più complicata man mano che lo studio del DNA dei resti fossili definisce meglio il quadro delle nostre migrazioni, e ci racconta come l’umanità si sia continuamente rimescolata.

Naturalmente tutto questo c’entra molto poco, anzi per niente, con le esternazioni sui pericoli che correrebbe la cosiddetta razza bianca. La razza bianca, è chiaro, non è mai esistita. Sono invece esistite tante popolazioni diverse e in continuo movimento. I loro scambi hanno generato l’infinita varietà di sfumature, nel colore della pelle, nelle stature e nel girovita, nella forma del viso, nella capacità di digerire il latte o di percepire i sapori, che chiamiamo biodiversità umana. Certo, capire la storia della nostra evoluzione non aiuta immediatamente a combattere il razzismo. Ma alla lunga può servire a combattere l’ignoranza, che da sempre genera chiusure, intolleranza, paura del diverso e, più in generale, paura pura e semplice: la paura che alla fine avvelena la vita, la nostra, e quella di chi cerca di vivere insieme a noi.

(Ha collaborato Gloria Gonzalez Fortes)

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Guido Barbujani

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liliana Oggetto: I cinquantenni sempre più intelligenti  02 Feb, 2018 - 09:15  Profilo Rispondi citando   

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Dal web
di. Edoardo Boncinelli


La notizia è che i cinquantenni e oltre, dei nostri giorni, divengono sempre più intelligenti.
Almeno questo è quello che dice uno studio condotto in Germania e, indipendentemente, in Inghilterra. Per noi ultracinquantenni questa è una grande notizia, se non fosse che già da qualche anno si sa che tutta la popolazione diviene sempre più intelligente sull’onda di un fenomeno che porta anche un nome: «effetto Flynn», dallo psicologo James R. Flynn che l’ha osservato per primo. Secondo i suoi studi in molti Paesi la popolazione guadagnerebbe 3 punti di quoziente di intelligenza al decennio.
Ma andiamo con ordine. Lo studio fatto in Germania su individui che hanno 50 anni o più, mostra un aumento di livello di intelligenza nel periodo di soli 6 anni che va dal 2006 al 2012. Tali dati appaiono confermati da uno studio parallelo condotto in Gran Bretagna e si prevede che presto l’analisi si estenderà anche ad altri Paesi. Come contraltare, lo studio tedesco riporta un concomitante calo di forma fisica, con particolare riguardo per gli uomini di basso ceto che si trovano fra 50 e 64 anni. Si tratta, come si vede, di una massa di dati un po’ troppo abbondante per essere facilmente metabolizzata, e il tutto richiede un’approfondita riflessione.
Nonostante si senta sempre dire (dai vecchi) che le nuove generazioni sono sempre più stupide, si sa che, statisticamente parlando, l’intelligenza delle popolazioni dei Paesi cosiddetti sviluppati sta sensibilmente aumentando. Se crediamo a questi dati, e se lasciamo riposare il polverone sollevato dal fatto che le metodologie per misurare l’intelligenza degli individui sono fra le cose più discusse di questo mondo, al di là e al di qua dell’Atlantico, non possiamo non chiederci a cosa sia dovuto tale fenomeno. E qui gli intellettuali e coloro che si autodefiniscono analisti del presente si sono profusi in una miriade di spiegazioni diverse. Tra queste, le favorite appaiono essere un aumento della cultura — ma che c’entra la cultura con l’intelligenza? — e l’uso di sempre nuove tecnologie e veicoli d’informazione nella vita di tutti i giorni.
Senza nulla togliere a ipotesi del genere, la mia personale posizione è che l’intelligenza, la statura e la longevità aumentino di concerto perché oggi si conduce una vita molto diversa da quella del passato: si mangia di più e tutti, si fa attenzione all’igiene, ci si cura di più e si lavora in maniera sempre meno stressante, statisticamente parlando, s’intende. «Che cosa c’entra la mente con il corpo?» chiederà qualcuno, ma non vale nemmeno la pena di rispondergli. Per quanto riguarda poi i fautori della teoria che le cose vanno sempre peggio, si sa che non amano questo tipo di spiegazione, ma una cosa sono le chiacchiere e una cosa i fatti e il loro studio serio.
Naturalmente ogni medaglia ha il suo rovescio. Ci sono sempre più persone che mangiano troppo, me compreso, e che si muovono sempre meno, di nuovo me compreso. Ciò non vale ovviamente per i Paesi sottosviluppati, ma dalle nostre parti la situazione è sempre più questa. Si può capire allora un certo calo della forma fisica e l’esposizione sempre più pronunciata a un certo tipo di difetti fisici acquisiti.
Studi del genere presentano molti difetti metodologici e sono attaccabili da più parti, ma un orientamento comunque ce lo danno, sia per curare al meglio la nostra mente che il nostro fisico. La mia ricetta? Mangiare di tutto, con moderazione; fare sport, senza esagerare; usare il cervello, senza paura di esagerare.
Buon Weeckend







liliana Oggetto: Libri che ci danno forza  31 Gen, 2018 - 08:36  Profilo Rispondi citando   

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Libri che ci danno forza

35 frammenti di lettura, un itinerario tra classici italiani e stranieri alla ricerca di quello che davvero conta, il comune thesaurus della memoria

Dalla biblioteca, dai libri che ci sono cari, diceva Petrarca nel De remediis utriusque fortunae, bisogna trarre i passi che ci possono servire ad affrontare la buona e la cattiva sorte. Quei libri, quei passi, ci daranno le armi che ci aiuteranno a combattere, oppure le fiale che contengono le medicine che servono a curare i nostri mali.

Mi chiedevo se qualcosa di questa antica concezione della letteratura non sia presente, rivestita di forme nuove, nell’ultimo libro di Carlo Ossola, che fa in un certo senso da pendant alle sue cronache di viaggio, pubblicate dal «Sole 24 Ore», in cui ogni tappa diventava un luogo della memoria culturale, in cui i nomi dei paesi richiamavano letture, simboli, testimonianze. Abbiamo infatti di fronte 35 brevi capitoli, 35 frammenti di lettura, che da un lato rispondono alla misura richiesta dalla destinazione iniziale (sono usciti nella rubrica Agorà dell’«Avvenire») e dall’altro ben si confanno al peculiare tipo di lettura che il libro presenta.

Quello che ci viene presentato è un itinerario attraverso autori molto diversi, una serie di “stazioni” che iniziano con Plutarco e Marco Aurelio e arrivano fino a Calvino, Paul Celan, Yves Bonnefoy, che di Ossola è stato collega al Collège de France. Una scelta molto ampia, in cui non mancano i classici, italiani e stranieri, una scelta che impegna ogni volta l’autore in una sorta di dialogo serrato, alla ricerca di quello che davvero conta, di ciò che sta dentro il testo, magari nascosto e periferico, ma che può sempre dirci qualcosa di importante, di essenziale, qualcosa da riporre nel nostro, comune, thesaurus della memoria. È una lettura molto personale e selettiva, in cui il raffinato apprezzamento formale si intreccia strettamente con una dimensione religiosa, direi di carattere profetico. Non a caso il termine “meditazione” appare spesso, dedicato sia agli autori che ai loro critici. Ad esempio Petrarca è ricondotto a «quel solco agostiniano che Maria Zambrano aveva così acutamente ricostruito (e da altra parte hanno poi tracciato Pierre Hadot e Michel Foucault): quello della letteratura come “esercizio spirituale”, da Marco Aurelio ad Agostino, da Petrarca a Rousseau».

In questa prospettiva appare rivelatore un verso, «che ’nvisibilmente i’ mi disfaccio» (RVF, CCII,4), «il più doloroso verso che la letteratura occidentale conosca prima di Baudelaire», scrive Ossola, che lo legge come il rovescio dell’annuncio creaturale di Agostino, nel De cathechizandis rudibus (XXV,46) là dove si invita a riflettere come l’uomo esca alla luce grazie all’invisibile formazione divina («Domino Deo invisibiliter formante»): «dall’”invisibilmente formarsi” del dono biblico all’”invisibilmente disfarsi” dell’”alma stanca”, dello “stanco mio cor vago”(RVF, CCXLII)…il fluire del Canzoniere è impercettibilmente ossessivo, variazione all’infinito d’una monodia che s’insinua, notturna ronda alla nuda scena dell’Assenza: “che ’nvisibilmente i’ mi disfaccio”».

Le poesie di Michelangelo vengono rilette attraverso Baudelaire, Marguerite Yourcenar e l’amato Ungaretti e si sottolinea la «ricerca spirituale conscia della nostra finitudine e tuttavia raccolta nel “beneficio di Cristo”, beneficio di grazia e di perdono». Ma possiamo qui solo dare qualche idea di una messe davvero ricca di scandagli, di provocazioni condotti a partire dai testi più diversi e che confluiscono nel denso capitolo finale, Per il XXI secolo: «Siamo già cittadini d’Europa nel quotidiano, ma molto manca perché essa sia patria, elegga i fondamenti della propria storia, i manuali dei propri classici, la propria memoria condivisa». A tale prospettiva questo libro intende dare un contributo, riprendendo nel titolo e nell’ispirazione due versi di Paul Celan («nel vivaio /delle comete») per dire che «è il momento di convocare il lascito di molti millenni che scongiuri l’”animale totalitario” che da decenni va crescendo, senza volto, nutrito dall’incuria di sé, dallo spegnersi di responsabilità e speranza, dall’affidarsi a effimeri eventi…L’Europa dovrà combattere contro i demoni della propria repleta sazietà. Dovrà ritrovarsi, con gli indigenti, indigente della propria dignità, bisognosa di darsi nome con i senza nome».



Inviato da Riccardo

©RIPRODUZIONE RISERVATACarlo Ossola, Nel vivaio delle comete.Lina Bolzoni


liliana Oggetto: L'orosco  29 Gen, 2018 - 09:43  Profilo Rispondi citando   

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Oroscopo, 9 italiani su 10 lo leggono. L'allerta della scienza: "Attenzione alla profezia che si autoavvera"L'anno nuovo è fatto di buoni propositi ed oroscopo, ma la scienza lancia un allerta in merito.

"Sono pochissimi gli italiani che riescono a resistere al richiamo di riviste, quotidiani e persino libri con le previsioni segno per segno dell'anno che verrà. Anche chi normalmente non li legge, all'inizio del nuovo anno in genere gli dà uno sguardo. Così possiamo stimare che a consultare gli oroscopi in questi giorni siano 9 persone su 10, con un 3% di compulsivi, ovvero persone che si fanno pesantemente influenzare in ogni aspetto della vita". Parola dello psichiatra Tonino Cantelmi, professore di cyberpsicologia alla Università europea di Roma (Uer), che sull'argomento ha svolto varie ricerche.

"Siamo tutti suggestionabili e influenzabili: è il paradosso dell'irrazionale nell'era della tecnologia, che risponde a un bisogno ancora insoddisfatto, nonostante i grandi progressi della scienza, quello di controllare il futuro. In Italia, poi, tendiamo a essere superstiziosi. E se c'è chi guarda agli oroscopi con scetticismo, o come una forma di gioco collettivo, l'illusione ancora regge: nella migliore delle ipotesi sappiamo che è una sciocchezza, ma leggiamo lo stesso le previsioni per il nostro segno zodiacale". E le nuove generazioni? "Fra i giovanissimi gli oroscopi hanno molto successo, soprattutto quelli proposti sui social e online", assicura Cantelmi all'Adnkronos Salute, convinto che l'astrologia sia "davvero un grande affareche si nutre della speranza di poter controllare in qualche modo il nostro futuro.

Italiani popolo di creduloni? "Ai maghi, cartomanti e simili i nostri connazionali credono ancora: almeno 4 su 10 si fidano di indovini e chiaroveggenti, con la speranza di avere informazioni soprattutto su denaro, salute, amore e lavoro", continua Cantelmi. Curiosamente "non c'è molta differenza di ceto sociale, o di genere. Se le donne chiedono consigli sulla vita affettiva e sentimentale e sulla salute, gli uomini si concentrano su denaro, affari e lavoro". E non si tratta solo di persone semplici e ingenue: "Professionisti della finanza, attrici e persone di potere si affidano da anni con servigi di maghi e indovini", dice lo psichiatra.

"Il mio consiglio - suggerisce - è quello di provare con un proposito per il nuovo anno: non guardiamo l'oroscopo del 2018. Anche perché c'è un fenomeno in psicologia, quello della profezia che si autoavvera. Se veniamo suggestionati, alla fine ci condizioniamo e senza accorgerci facciamo realizzare il vaticinio che ci aveva tanto colpito. Meglio evitare, dunque. Fosse per me - conclude Cantelmi - gli oroscopi sarebbero da abolire".

Buon inizio settimana a tutti L.M.





















Patrizia51 Oggetto:   28 Gen, 2018 - 18:18  Profilo Rispondi citando   

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Il mare c'è sempre, ed è bellissimo.... Niente mi rimette in pace con il mondo quanto il mare....




(foto oggi)

I left my soul there,
Down by the sea
I lost control here
Living free

Morcheeba - The Sea




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Preferisco le eccezioni - Wislawa Szymborska
Patrizia51 Oggetto:   25 Gen, 2018 - 17:47  Profilo Rispondi citando   

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Sembra che il ministro (ancora per poco) della Pubblica Istruzione Valeria Fedeli abbia promosso l’uso del cellulare in classe, cosa precedentemente bandita.
Nell'intervista fatta a Alberto Contri (Libera Università di Lingue e Comunicazione - IULM), che si occupa da 40 anni di pubblicità, di multimedialità interattiva e di comunicazione integrata sul fronte creativo, manageriale, istituzionale e speculativo, l'esperto esprime tutte le sue perplessità su questa decisione (qui l'intervista integrale ‘Smartphone in classe? Chi l’ha deciso non conosce le ricerche sugli effetti collaterali’).
"Questa è una follia bella e buona - dice - un vero e proprio delitto, che testimonia purtroppo una palese ignoranza in campo neurologico e pedagogico. Neurologi e linguisti sono oramai unanimemente d’accordo nel sostenere che prima dei sette-nove anni occorre evitare di far mettere le mani sulla tastiera di un computer (figuriamoci di un cellulare, cosa che invece avviene già dai due anni in su). La scrittura a mano è fondamentale per aiutare il cervello a sviluppare un linguaggio strutturato.
A proposito della scrittura, ha spiegato in maniera assai semplificata, accade questo: quando scriviamo le prime lettere dell’alfabeto sul quaderno di prima elementare, un impulso parte da alcuni neuroni del nostro cervello, lungo il braccio arriva alle dita alle quali impartisce il comando di comporre la lettera richiesta. Un istante dopo, dalle dita e dalla mano vengono inviati a ritroso altri impulsi a quell’area del cervello da cui era partito l’ordine, andando così a completare un ricordo fatto di due elementi: l’ordine di disegnare la lettera, e il resoconto – se così si può dire – di come il disegno è avvenuto: il ricordo complessivo andrà a costruire il linguaggio. È del tutto evidente che i tasti quadrati del pc rimanderanno indietro impulsi tutti uguali per lettere tutte diverse, con i successivi problemi
La nostra mente usa invece ad un tempo una quantità di linguaggi completamente differenti: basti accennare a profumi, odori, sensazioni, stati d’animo, intuizioni, che agiscono e interagiscono su assi ben più che tridimensionali, e in forma completamente analogica. Ecco perché i neurologi, i linguisti, i docenti più coscienti ed avanzati sostengono che occorre sviluppare prima e più che si può l’approccio analogico della nostra mente, così da poter meglio padroneggiare più avanti il complesso mondo digitale che dovrà essere al nostro servizio, e non viceversa.
Sembra che i “saggi” nominati dal Miur non siano mai entrati in una classe in cui i ragazzi usano i cellulari e non trovo nemmeno una minima eco del crescente numero di ricerche realizzate in tutto il mondo, che dimostrano come gli effetti collaterali dell’uso del cellulare in classe (ma anche dei computer) ne superano di gran lunga i benefici. Sembra che gli estensori non siamo mai entrati in una classe in cui i ragazzi hanno i cellulari a disposizione. Come mai in Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti e molti altri Paesi si è giunti a vietarne l’uso? Semplicemente perché l’attenzione, storicamente già così difficile da ottenere, si perde del tutto nell’uso che gli studenti ne fanno (è dimostrato) per fare tutt’altro. "

Del resto, si è scoperto recentemente che tutti grandi del web, da Steve Jobs a Bill Gates, hanno tenuto lontano il più possibile i propri figli da questi mezzi.... un motivo ci sarà, allora... L'unica "speranza" è che, essendo la decisione (cellulari sì o no) ultima affidata agli insegnanti, ci siano fra questi persone in grado di fare la scelta più giusta, anche se la strada sembra ormai talmente "spianata" verso questa tendenza che difficilmente si potrà tornare indietro, se pensiamo poi che in Finlandia già dal 2014 nella scuola primaria non è più obbligatorio l'insegnamento della scrittura in corsivo....

Il problema è oramai talmente compreso e diffuso in tutto il mondo che persino un brand multinazionale come la Coca-Cola ci ha costruito su un video divertente che è nello stesso tempo un forte atto di denuncia





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Preferisco le eccezioni - Wislawa Szymborska
liliana Oggetto: C'è sempre un domani  24 Gen, 2018 - 10:24  Profilo Rispondi citando   

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E allora ricomincio da capo e cambio articolo:


C’è sempre un che di speciale nel dire “Da domani inizio di nuovo”.

Che si tratti di riprendere in mano un sogno, di ri-cominciare a prendersi più cura di sè, di cercare un nuovo lavoro o di qualunque altra cosa “NUOVA”, c’è nel nuovo un che di affascinante,

Buona giornata a tutti Liliana


liliana Oggetto: Il piacere del pessimismo  23 Gen, 2018 - 14:46  Profilo Rispondi citando   

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Chiedo scusa se modifico la pagina ma credo che il mio computer ha bisogno di revisione.Un saluto Liliana








liliana Oggetto: Invecchiamento  21 Gen, 2018 - 10:04  Profilo Rispondi citando   

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È molto diverso invecchiare da ricchi o da poveri

di Cristina Da Rold

dal web

Parlare di healthy ageing, cioè di mantenimento di una buona qualità della vita in età anziana è oggi oltremodo complesso. L'aspettativa di vita della popolazione si è andata allungando, con il risultato che in paesi come l'Italia la percentuale di over 65 è molto elevata, ed è un fatto che richiede di ripensare l'organizzazione del sistema sociale del lavoro. Ci si scontra però con almeno due grosse questioni: primo, adattare la struttura del mercato del lavoro in modo che riesca a far fronte a una fetta sempre maggiore di popolazione che invecchia e, secondo, fare in modo che le persone invecchino in salute, cioè che gli anni di vita guadagnati, siano anni sani guadagnati. Si tratta di due questioni legate insieme a doppia mandata, dal momento che è necessario da un lato che chi invecchia non diventi un costo ingestibile per i sistemi sanitari nazionali, e dall'altro mantenere gli anziani in salute affinché possano continuare a contribuire al mercato del lavoro.

La strategia che i governi stanno mettendo in atto per adattare i propri sistemi all'invecchiamento della popolazione si basa infatti su quest'ultimo assunto, che si traduce nella maggior parte dei paesi in un allungamento della vita lavorativa, cioè alzare l'età pensionabile.Il problema sotteso a questa dinamica però è che si tratta per la maggior parte dei paesi di politiche che perdono di vista un aspetto importantissimo: quello delle disuguaglianze sociali. Pensare semplicemente di allungare la vita lavorativa delle persone in modo che – auspicabilmente – riescano a usufruire successivamente di una pensione migliore in vista di una vecchiaia più agiata, è infatti un punto di vista miope. Le disuguaglianze sociali sono qualcosa che si origina lungo l'intera vita di una persona o di una comunità. Solo prevenendo l'insorgenza di eccessive disuguaglianze sociali già dall'inizio della vita lavorativa si può pensare di affrontare il tema dell'invecchiamento della popolazione in modo sostenibile.Questo in estrema sintesi il messaggio di un recente rapporto di OCSE intitolato, per l'appunto, “Preventing Ageing Unequally”, pubblicato lo scorso 18 ottobre.






































































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