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Patrizia51 Oggetto:   29 Set, 2019 - 16:55  Profilo Rispondi citando   

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VANGELO di oggi

Lc16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:"C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento». Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».

Questa parabola ci scuote, scuote soprattutto noi che viviamo nell’abbondanza di una società opulenta, che sa nascondere così bene i poveri al punto di non accorgersi più della loro presenza. Ci sono ancora mendicanti sulle strade, ma noi diffidiamo delle loro reale miseria; ci sono stranieri emarginati e disprezzati, ma noi ci sentiamo autorizzati a non condividere con loro i nostri beni. Dobbiamo confessarlo: i poveri ci sono di imbarazzo perché sono “il sacramento del peccato del mondo” (Giovanni Moioli), sono il segno della nostra ingiustizia. E quando li pensiamo come segno-sacramento di Cristo, sovente finiamo per dare loro le briciole, o anche qualche aiuto, ma tenendoli distanti da noi. Eppure nel giorno del giudizio scopriremo che Dio sta dalla parte dei poveri, scopriremo che a loro era indirizzata la beatitudine di Gesù, che ripetiamo magari ritenendola rivolta a noi. Siamo infine ammoniti a praticare l’ascolto del fratello nel bisogno che è di fronte a noi e l’ascolto delle Scritture, non l’uno senza l’altro: è sul mettere in pratica qui e ora queste due realtà strettamente collegate tra loro che si gioca già oggi il nostro giudizio finale.

Fonte: Enzo Bianchi - Monastero di Bose

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Patrizia51 Oggetto:   30 Ago, 2019 - 11:46  Profilo Rispondi citando   

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Buddha non era buddista.
Gesù non era cristiano.
Maometto non era musulmano,
erano Maestri che insegnavano l'Amore.
L'Amore era la loro religione.


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Patrizia51 Oggetto:   26 Ago, 2019 - 13:17  Profilo Rispondi citando   

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Il Papa: "La porta del Paradiso è stretta, ma è aperta a tutti"

25/08/2019 "Il Signore non ci riconoscerà per i nostri titoli, ma per una vita umile e buona, una vita di fede che si traduce nelle opere", spiega Francesco commentando il Vangelo di domenica 25 agosto sulla questione della salvezza. Il Pontefice ha poi rivolto un appello per l'Amazzonia in fiamme: "Quel polmone di foreste è vitale per il nostro pianeta".

Il Vangelo di oggi 25 agosto (ieri per chi legge) «ci presenta Gesù che passa insegnando per città e villaggi, diretto a Gerusalemme, dove sa che deve morire in croce per la salvezza di tutti noi». Con questa parole papa Francesco esordisce alla preghiera dell'Angelus di fronte ai fedeli riuniti in piazza San Pietro. «In questo quadro, si inserisce la domanda di un tale, che si rivolge a Lui dicendo: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". La questione era dibattuta a quel tempo, e c’erano diversi modi di interpretare le Scritture al riguardo, secondo i versetti che prendevano. Gesù però capovolge la domanda – che punta più sulla quantità: “sono pochi?...” – e invece colloca la risposta sul piano della responsabilità, invitandoci a usare bene il tempo presente. Dice infatti: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno"».

Cosa vuol dire, allora, la porta stretta? Chiarisce il Pontefice: «Gesù fa capire che non è questione di numero, non c’è il “numero chiuso” in Paradiso! Ma si tratta di attraversare fin da ora il passaggio giusto, che è per tutti, ma è stretto. Questo è il problema. Gesù non vuole illuderci, dicendo: “Sì, state tranquilli, è facile, c’è una bella autostrada e in fondo un grande portone”. No, Gesù ci dice le cose come stanno: il passaggio è stretto. In che senso? Nel senso che per salvarsi bisogna amare Dio e il prossimo, e questo non è comodo! È una “porta stretta” perché è esigente, l'amore è esigente sempre, richiede impegno, anzi, “sforzo”, cioè una volontà decisa e perseverante di vivere secondo il Vangelo. San Paolo lo chiama "il buon combattimento della fede". Ci vuole lo sforzo di tutti i giorni, di tutto il giorno, per amare Dio e il prossimo».
....

(segue - da Famiglia Cristiana)

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liliana Oggetto: Dopo il Ferragosto  16 Ago, 2019 - 08:56  Profilo Rispondi citando   

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Bruni Pierfranco Dopo una giornata tanto festosa,le parole di questo scrittore:"Pierfranco Bruni" hanno acceso ancora nell'anima quanto rimane di una festa, come quella del ferragosto.

La fine di un amore sembra la fine di tutto, ma è soltanto l’inizio di un viaggio verso altre isole. Lontani ricordi o soltanto segni che ritornano con voci che danzano tra la terra della danza greca e i culti orientali. Ci sono dervisci danzanti che mi indicano l’infinito che non vedo. Osservo e vedo soltanto colori ombrellati in una spiaggia affollata da follie. Il mare non è un orizzonte. Un urtare di onde tra le dune e accenni di rocce. Sguardi che osservano nell’accecante sole Mediterraneo. Voci con le distanze dei ricordi chiamano destini. Il Mediterraneo racconta le parole della Magna Grecia. Ferragosto e gli ombrelloni. La linea del mare è un ondeggiare tra Archita, Pitagora, Taranto e Sibari. Il mito si dichiara con le sue ombre. Le luci, la nostalgia. Ferragosto è tra le strade di sole a picco sulla piazza con i festeggiamenti già trascorsi e quelli che raccontano domani i poi ancora domani. Ma il mare è una pianura.

Penso al cerchio. Mi raccontava mio nonno, nelle sere d’estate, che il grano giallo si sfidava con la spada luccicante il cielo stellato di riflessi di sole. Nelle campagne c’è il sale e la raucedine delle maree. Ci alzavamo all’alba per sorseggiare il giorno. Tutto è passato e non mi manca il tempo della mia infanzia. Non mi manca. Porto tutto dentro di me. I miei pensieri diventati parola si schierano come corridoi di tramonti. Roma, in questi giorni, è semplicemente una solitudine. Tra questa gente è festa. Mi viene incontro un bimbo con un gelato. Sorride. Mi dice in un dialetto che traduco: “Perché porti bracciali e collane? Perché intorno al collo hai sciarpe di lino bianco e blu? Anche oggi che il sudore ti scivola sulle mani”. “Perché gli sciamani si lasciano trascinare dal tempo e hanno bisogno di simboli per farsi spazio tra gli anni che passano e ci confondono e il la pashimine di lino combatte il sole che sembra una freccia lanciata da lontano per colpire”. Così ho improvvisato una risposta. Vado verso lungomare. Il volto del mare mi parla. Mi racconta con voce lenta e mi strazia nuovamente con l’avventura di Maria Maddalena. Io credo ai viaggi di San Paolo e non mi invento il destino o il sacro. Mi affascina questa donna della perdonanza. Come una zingara che danza nel deserto e racconta i suoi amori. Tutto ha un senso. Il sogno. Immagino il volto di Cristo e gli occhi del Cristo mi seguono mentre passeggio nella grande chiesa del paese.

Ancora una volta quello sguardo sembra raccogliermi come quando mi venne in sogno. Il sogno. Ero in una casa davanti al mare e tutta la notte ho ascoltato la mareggiata. Poi il sonno. Ma nel sonno Cristo mi ha parlato e mi ha raccontano sempre la storia della Maddalena. “Non giudicare. Mai. Affidati al mio silenzio e osserva il mio sguardo quando il timore ti prenderà l’anima. Tutti hanno errori da consegnarmi. Il primo sei tu. Quanti tormenti ti hanno lacerato e ti lacerano. Hai studiato la vita di Giuda. Hai scritto su di lui e sui Vangeli. Mi hai cercato ed io ti sono venuto incontro. Lo senti il mio battito? Siamo tutti come Maria Maddalena. Non dimenticare l’immagine della mia mano che sulla sabbia, pensando a Maria Maddalena, ha inciso parole ed ha traghettato i segni dell’amore”. Mio nonno aggiunse: “Sempre devi accettare. Lo so che per te il perdono non ha senso perché non credi nel peccato. Ma non sono fatti soltanto tuoi. Il peccato c’è perché deve esserci il perdono. Tutto qua. Quando hai bisogno di me io lo saprò e ti verrò incontro. Ma tu non lasciar scorrere l’acqua della fontana del tuo paese senza raccoglierla tra le mani e berla. L’acqua non ha soltanto l’atto della purificazione. L’acqua è un navigare tra le onde delle tue inquietudini. Tu appartieni ad una terra che ha visto nascere un santo a te molto caro. San Francesco di Paola. Anche se adesso abiti altrove. San Francesco ha unito i mari e le terre con il suo mantello. Ora vai verso il giorno e ritorna spesso tra le strade del tuo paese e tra le fontane. Quando eri ragazzo ti perdevi tra gli anfratti e nel caldo dell’estate ti spingevi sino al mare. In quel mare greco di Pitagora. Ma il mare greco porta le voci anche di San Paolo. Non lo dimenticare. Non lo dimenticare mai. Spiegami: quale è la differenza tra Maria Maddalena, Giuda e Pietro?”. Così nel sonno mi parlò Cristo. Il Cristo in Croce. Poi mi sono svegliato. Mi trovo sulla spiaggia. Con gli ombrelloni nel giorno di Ferragosto. Chissà perché mi sono ricordato di questo sogno? Dovrei interpretarlo? Ma Freud non mi ha mai convinto. Io resto nel mistero dei simboli. Perché cercare rivelazioni? Ma perché il Cristo in Croce con San Francesco mi ha parlato di Pilato e di Giuda e dei miei scritti sui Vangeli? E poi perché Maria Maddalena? A ripensarci, ora, devo cercare di leggere tra le righe dei segni per capire o per comprendere. Mia madre un giorno mi disse: “Il sole brucia l’uliveto, la fiumara scorre e tuo nonno aspetta la luce dell’alba. Quanti cavalli tra le ortiche delle campagne. Tuo nonno amava una cavalla bianca e tua nonna custodiva i colombi. Quante estati a rincorrere tuo nonno per farlo rientrare la sera prima della luce della luna. Non ci siamo mai chiesti perché. Aspettava sempre la luna per ritornare. Prima di lasciare la campagna accendeva un falò arrostiva due fichi fresche, un pezzo di pane e poi ripartiva con la sua cavalla bianca. L’indomani il falò era diventato un tappeto di cenere”.

Fece una pausa. Poi. Mia madre: “Portava sempre con sé due libri. “La città del Sole” di Tommaso Campanella e il Vangelo di Luca. Li conosceva a memoria. Diceva che l’uomo ha bisogno di sentirsi in una città dove il sole è un cuore e la tua terra è cuore e anima. Ed ha bisogno di ascoltare Cristo attraverso il racconto di Luca, l’allievo di Paolo. Ma non dava mai giustificazioni. Partiva all’alba e tornava con la luna”. Anche questo ricordo, questo raccontare nel ricordo ha il respiro del mistero. Ormai sono entrato nell’età del mistero e tutto ciò che mi tocca si fa simbolo, segno, mito. Come il greco mare che mi abita e che io abito anche quando vivo tra Roma e Gerusalemme. Gerusalemme e Roma. Le mie due partenze e i miei due viaggi che sempre mi hanno accompagnato. I miei viaggi. Il Cristo in Croce, il mare della Magna Grecia, Taranto mi hanno consegnato dei messaggi. Ho scritto libri che raccontano storie e viaggi. Farò ancora in tempo a scrivere un mio libro su Maria Maddalena? Ci riuscirò? Ecco. Sono entrato nel suo tempo e nella sua parola. “…Non puoi fare a meno del simbolo e del mistero di Maria Maddalena… sui piedi della Croce il suo pianto non è solo consolazione… Il suo incontro non è solo un destino… Il suo annuncio è oltre la rivelazione”. Mi ha lasciato con queste parole. Il Cristo in Croce e San Paolo sono il mio viaggio. E i dervisci danzanti? “Giravano Come cerchi Nel vento Un volo Con lo sguardo Tra i destini Il bianco E cappelli turchi Il loro giro Un viaggio Nell’infinito Alla ricerca di Dio. Senza perdersi Il gioco è infinito”.

Le parole. Ora ritornano, osservando il mare della Magna Grecia nei colori ombrellati e nella schiuma di un mare che mi bagna i piedi. Le parole ritornano. Ferragosto è un ricordo di antichi riti. Molti anni fa. Ancora mio nonno. Il giorno di Ferragosto di un’epoca che è vento mio nonno partì come sempre all’annuncio dell’alba. Non c’era ancora luce e neppure un bagliore di calore. Prese il suo carrozzino e la sua cavalla bianca e trovò il suo silenzio tra gli uliveti. Lo cercammo per la festa del pranzo del 15 di agosto. E poi ancora la sera. Ritornò quando la luna stava per consegnarsi all’ora antelucana. Ci guardò senza sorprendersi. Mio nonno sorrise soltanto. Aveva tra le labbra un sigaro e fumava e disse semplicemente: “Ecco. Ferragosto è trascorso. Il mare è grandioso e la campagna brilla. Non c’è motivo di sguardi inquieti. Si contempla anche con una giacca di velluto e un pantalone spigato. La pazzia è un sorriso che ci fa sentire leggeri”. Ci lasciò così e andò a riposare su un letto con materassi di foglie di spighe e qualche chicco di grano. Dormì a lungo.

Ferragosto era già memoria. La memoria è una lunga pazienza nel passaggio delle stagioni. Gli ombrelloni nei colori non hanno più scia di luci. Si aspetta la sera. Le ombre. Tra le stagioni e il paesaggio è un cader di stelle. Dopo il 10 agosto. Sono smarrito. Ferragosto è nella notte che avanza. La mia terra. I miei ricordi. Le nostalgie. Sto scrivendo un nuovo libro e vivo di porti. Non ho rimorsi e neppure rimpianti. Le stelle sono tutte precipitate. Cosa ci resta se ora il 15 agosto va via? Restano a cucire gli strappi. Amori antichi. Le donne che mi hanno accompagnato. Ora i colori dell’Oriente sono foglie tra le rughe della sabbia. La Magna Grecia? Ma cosa sarebbe senza l’Oriente? “Danzano In un volteggiar Di cerchi Ed hanno l’assenza nello sguardo L’attesa è amore imperfetto E vivono Nel cerchio magico Dell’incanto”.

Un tempo avrei firmato questi versi. Non c’è più tempo. Vado via con i miei anni a raccogliere le stelle che non si sono viste cadere il 10 agosto. Tutto finisce!




Patrizia51 Oggetto:   11 Ago, 2019 - 12:11  Profilo Rispondi citando   

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Vigilanza e sapienza

Dal Vangelo secondo Luca 12,32-48

..... Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». .....

... Come viandanti e pellegrini ignari del momento e dell’ora della partenza, ma sicurissimi di dover partire, o come le dieci vergini in attesa, nel cuore della notte, dell’arrivo dello sposo, o come dei servi che aspettano l’arrivo del padrone di casa, o più semplicemente come fedeli che si nutrono di speranza. Non solo quindi vigilanti in vista di una partenza ed un incontro finale, ma anche pronti a cogliere il momento che passa, il momento della grazia, della conversione o magari l’occasione quotidiana che ci viene offerta di compiere il bene. La liberazione di Dio dalla schiavitù dell’Egitto avviene nel cuore della notte, una notte già preannunciata dai profeti, ma di cui si ignorava il momento preciso: ecco allora la necessità della vigilanza e dell’attesa. Noi ne diventiamo capaci quando la nostra fede in Dio si traduce in completo abbandono alla sua volontà e certezza della sua indefettibile fedeltà.
Dinanzi alle continue sollecitazioni del mondo è davvero illuminante per noi la Parola di questa Domenica che potrebbe coglierci distratti e in vacanza o magari più rilassati e disponibili.

(Padri Silvestrini)


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moniaxa Oggetto:   04 Ago, 2019 - 09:50  Profilo Rispondi citando   

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una bellissima lode all'all'ALTISSIMO



https://www.youtube.com/watch?v=yfC285eSiXU
Patrizia51 Oggetto:   28 Lug, 2019 - 19:04  Profilo Rispondi citando   

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Breviario Laico, UN PADRE A SUO FIGLIO

28 Luglio 2019

1. Non temere la solitudine perché è in essa che i nostri propositi si fortificano. 2. Segui solo il difficile, non lasciarti tentare dal facile: il difficile può portare al miracolo, il facile è per i pigri. 3. Fa’ che ogni tua azione sia sollecitata dalla bellezza, dall’onestà e sia sempre avvolta nell’umiltà e nella bontà! 4. La bontà, la chiarezza, la sincerità e il coraggio devono essere i pilastri dei tuoi pensieri, con la bontà si può conquistare tutto e tutti …

Giacomo Manzù

È una riflessione un po’ particolare quella che oggi propongo nella festa dei genitori della Madonna, Gioacchino e Anna, che il calendario segnala. Vorrei, infatti, lasciare quasi tutto lo spazio ai dieci consigli che il celebre scultore Giacomo Manzù aveva lasciato a suo figlio Pio in uno scritto del 5 luglio 1960, quando costui stava per «iniziare i primi passi decisivi nella vita». Ecco gli altri moniti: «5. Non lasciarti mai affascinare dal denaro; consideralo un mezzo, non un’aspirazione. Non essere mai avaro né con te stesso né con gli altri; è il più terribile dei peccati e porta alla grettezza e alla miseria. 6. Non temere la bella e legittima amicizia della donna, ma tieniti sempre lontano dalla volgarità; questa uccide l’anima. 7. Non essere mai debole, anche se questo ti costa doloroso sacrificio; ma nello stesso tempo sii sempre dolce. 8. Il tuo vivere e la tua concezione della vita sia libera da ogni pregiudizio, ma sostenuta da quella disciplina morale che fa l’uomo libero e coraggioso. 9. Non prendere l’abitudine di raccomandarti a Dio, ma ringrazialo sempre per tutto quello che fai di bello e di buono. 10. Non dimenticarti mai le preghiere».

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

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Patrizia51 Oggetto:   25 Lug, 2019 - 19:01  Profilo Rispondi citando   

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Io invece sono un po' Marta .... mi piace accogliere e curare gli ospiti, solo dopo mi siedo con loro e parlo e scolto.... Gesù avrebbe rimproverato anche me....

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assodipicche Oggetto: La reazione di Marta  23 Lug, 2019 - 12:31  Profilo Rispondi citando   

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Luca però non ci racconta della reazione di Marta! Io, per esempio, nei panni di Marta, avrei smesso di affannarmi e servirli; mi sarei seduto, bello tranquillo a fare le smorfiette come Maria. E li avrei lasciati senza mangiare.
E tu pensa....mi sarei persino guadagnato il paradiso!
Patrizia51 Oggetto:   21 Lug, 2019 - 11:54  Profilo Rispondi citando   

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Luca 10,38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Parola del Signore.


Il valore di una persona ai nostri giorni la si misura dalle capacità di cui è dotata e soprattutto dall’efficienza. Su questa scia è maturata una nuova eresia moderna quella che chiamiamo efficientismo. È stata violentemente contestata dallo stesso Signore: egli ha dato il massimo del suo amore nell’immolazione e nell’immobilità totale della croce. Ciò nonostante noi continuiamo a pensare che anche nei confronti del Signore possiamo esprimerci al massimo quando il nostro agire per lui può esprimersi al meglio. Siamo quasi istintivamente tifosi di Marta che si occupa e si preoccupa per molte cose, che vuole con zelo dare la migliore accoglienza al Signore e ai suoi discepoli. Saremmo tentati anche noi di rimproverare Maria che, prostrata ai piedi di Gesù, si bea delle sue parole e della sua presenza. Spesso i devoti, gli asceti, i mistici sono ritenuti dei fannulloni. Anche nei confronti di noi monaci, chiusi nei nostri monasteri, spesso isolati dal mondo, molti ci chiedono che cosa facciamo lì, dentro. Simpatica la risposta di un giovane monaco che rimbalzò la domanda, chiedendo ad un visitatore: «Ma voi che fate fuori?».
Ecco allora che le due sorelle, protagoniste del vangelo di oggi, più che vederle in contrapposizione o competizione tra loro, le dobbiamo vedere come due modi diversi di dare la migliore accoglienza a Cristo o servendolo a tavola o ascoltando la sua Parola.

(Padri Silvestrini)

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Patrizia51 Oggetto:   14 Lug, 2019 - 18:50  Profilo Rispondi citando   

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Luca 10,25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

BUONI SAMARITANI DEL MARE
Lavoro un po’ di fantasia, immagino Gesù che racconta qui e oggi la parabola del SAMARITANO (Luca 10, 25-37). C’è una barca che sta affondando nel Mediterraneo. Passa una motovedetta della Guardia di Finanza e non si ferma perché c’è un divieto del Governo. Passa uno yacht di vacanzieri e tirano diritto per non rovinarsi la vacanza. Passa un peschereccio, con un equipaggio misto di siciliani e tunisini che sta rientrando con il pescato. Si accostano alla barca, tirano su bambini, donne, uomini. Devono buttare a mare un bel po’ di pesce per fare loro posto. E fanno rotta verso il porto del loro centro abitato e si mettono d’accordo per portare ciascuno a casa propria qualcuno dei migranti: tutti trovano sistemazione per la notte, e prima una doccia, vestiti puliti e poi la cena. E fanno circolare la notizia, altre famiglie si rendono disponibili chi ad accogliere, chi ad accompagnare dal medico, giochi per i bambini, parte una colletta per far fronte alla necessità...
Chi è il mio prossimo? Chi si è fatto prossimo di chi? Un politico col Vangelo in mano ha detto che il prossimo è il vicino, il connazionale, quello della mia religione: prima gli italiani! Mi pare che raccontando la parabola Gesù, capovolgendo la domanda dello scriba (chi è il mio prossimo?) in una controdomanda (chi si è fatto prossimo di colui che era nel bisogno?), abbia abbattuto ogni tipo di confine, distinzione, priorità, preferenza... Il discepolo di Gesù deve farsi prossimo di chiunque è nel bisogno: sul ciglio di una strada o in balìa delle onde, malmenato dai briganti o fuggito dalla fame e dall’ingiustizia, connazionale o straniero, uguale o diverso.
Scatta subito la domanda: ma come si fa ad accoglierli tutti? Questa risposta la deve dare la politica, ma la politica come la intendeva don Milani: quando c’è un problema, uscirne da soli è avarizia, uscirne insieme quella è la politica. Uscirne insieme, gli uni e gli altri, non gli uni contro gli altri. Insieme tutte le regioni d’Italia, insieme tutti i paesi dell’Europa, insieme i popoli del benessere... Strada difficile, perché vuol dire essere disposti a rimettere qualcosa, a fare un passo indietro, a ripartire dagli ultimi. Difficile? Impossibile? È semplicemente Vangelo.

Antonio Cecconi (FB)

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Patrizia51 Oggetto:   08 Lug, 2019 - 12:21  Profilo Rispondi citando   

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... e sempre a proposito di immigrazione....

Papa Francesco: "I migranti sono il simbolo di tutti gli scartati"

08/07/2019 Nella messa a loro dedicata nel senso anniversario della visita a Lampedusa il Pontefice ribadisce l'impegno dei cristiani a salvare e aiutare coloro che "sfidano le onde di un mare impetuoso" in cerca di umanità e salvezza e invita a non dimenticare mai che "sono persone

“Sono persone. Non si tratta solo di questioni sociali”. Durante la Messa dedicata ai migranti in San Pietro, papa Francesco parla del dramma di questi anni che si consuma nel Mediterraneo, nel sesto anniversario della storica visita a Lampedusa, la prima in assoluto fuori dalle mura leonine, quella che ha posto un segno distintivo al suo pontificato.

Il coro, vestito di nero in segno di lutto per tutti gli uomini le donne e i bambini morti in mare, canta il “kyrie eleison” mentre Francesco chiede di guardare “con amore i profughi e gli oppressi” e ricorda Giovanni Paolo II che disse: “I poveri, nelle molteplici dimensioni della povertà, sono gli oppressi, gli emarginati, gli anziani, gli ammalati, i piccoli, quanti vengono considerati e trattati come ‘ultimi’ nella società”.

Nella basilica tanti migranti, tante mamme con i loro bambini, accompagnati dai cooperanti di diverse sigle che si occupano dell’accoglienza. Francesco incardina la sua omelia intorno alle Beatitudini. La dedica agli “ultimi che sfidano le onde di un mare impetuoso”. Persone “scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli”.

Poi accenna alle periferie delle città, dense di persone oppresse, maltrattate, scartate. Invita tutti i cristiani ad occuparsi di loro, a divenire "angeli che salgono e scendono" e prendono tra le loro braccia questa umanità dolente, a cominciare dai più piccoli, salvandoli dai flutti e dalla morte.

“Il mio pensiero – dice – va agli ‘ultimi’ che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea”.

E infine spiega che “‘non si tratta solo di migranti!’, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata. Viene spontaneo riprendere l’immagine della scala di Giacobbe (simbolo della preghiera e del rapporto uomo-Dio ndr). In Gesù Cristo il collegamento tra la terra e il Cielo è assicurato e accessibile a tutti. Ma salire i gradini di questa scala richiede impegno, fatica e grazia. I più deboli e vulnerabili devono essere aiutati. Mi piace allora pensare che potremmo essere noi quegli angeli che salgono e scendono, prendendo sottobraccio i piccoli, gli zoppi, gli ammalati, gli esclusi: gli ultimi, che altrimenti resterebbero indietro e vedrebbero solo le miserie della terra, senza scorgere già da ora qualche bagliore di Cielo”.

Famiglia Cristiana

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liliana Oggetto: Il mare  04 Lug, 2019 - 11:11  Profilo Rispondi citando   

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Diamo la parola al mare?




Il mare spesso parla con parole lontane, dice cose poco conosciute, che soltanto quanti conoscono l'amore, possono apprendere dalle onde, che si muovono,come il movimento del cuore.

Romano Battaglia a tal proposito ha scritto un bellissimo libro: "Una rosa dal mare" e da:"Pensieri e e Parole.it." ancora Bellissime e forse anche insostituibili parole, che il mare lascia intuire, ma solo con le sue onde lascia conoscere.

L'emigrazione clandestina, ha forse visualizzato lembi di mare, costringendo a guardare scene dolorose...

Scriviamo anche un piccolo pensiero che riguarda il mare è quanto oggi è costretto a guardare?..........


liliana Oggetto:   04 Lug, 2019 - 11:05  Profilo Rispondi citando   

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Renzi si muova!



Ultima modifica di liliana il 04 Lug, 2019 - 13:46, modificato 1 volta in totale
liliana Oggetto:   04 Lug, 2019 - 11:04  Profilo Rispondi citando   

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Ultima modifica di liliana il 04 Lug, 2019 - 13:52, modificato 2 volte in totale
liliana Oggetto:   04 Lug, 2019 - 11:01  Profilo Rispondi citando   

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Parole di Padre Francesco

"sull'Emigrazione"

La compassione cristiana – questo "soffrire con", con-passione - si esprime anzitutto nell’impegno di conoscere gli eventi che spingono a lasciare forzatamente la Patria e, dove è necessario, nel dar voce a chi non riesce a far sentire il grido del dolore e dell’oppressione.





Ultima modifica di liliana il 04 Lug, 2019 - 13:37, modificato 2 volte in totale
liliana Oggetto: Emigranti  04 Lug, 2019 - 10:50  Profilo Rispondi citando   

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Ultima modifica di liliana il 04 Lug, 2019 - 14:03, modificato 7 volte in totale
Patrizia51 Oggetto:   23 Giu, 2019 - 17:06  Profilo Rispondi citando   

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Breviario Laico, PASSEGGIANDO

23 Giugno 2019
Riflessioni con Card. Ravasi

Nelle azzurre sere d’estate, me ne andrò per i sentieri, punto dalle spighe, calpestando l’erba tenera: sognando, ne sentirò ai miei piedi la freschezza. Lascerò che il vento avvolga la mia testa scoperta. Non parlerò, non penserò a nulla. Ma nell’anima mi salirà l’amore infinito e andrò molto lontano, passeggiando come un vagabondo, attraverso la Natura, felice come con una donna.

Arthur Rimbaud

Per questo inizio d’estate ho tradotto, senza i tradizionali «a capo», una poesia di Arthur Rimbaud, grande poeta francese dell’Ottocento, intitolata Sensazione. Le emozioni che essa descrive sono immediate, eppure avvolgono tutto l’essere umano penetrando nelle profondità dell’anima, creando pace e serenità e, alla fine, fiorendo in un «amore infinito». Questa esperienza, ritengo, è facilmente comprensibile; tuttavia non è praticabile agevolmente ai nostri giorni. Innanzitutto perché, per trovare campi di grano, prati in fiore, silenzi maestosi, bisogna fare lunghi percorsi stressanti in auto rischiando anche di finire in mezzo a picnic rumorosi e sguaiati.
Inoltre non si è più abituati a un atto che nel mondo greco era coniugato con la stessa filosofia, il passeggiare: si trattava del «peripatetismo» che significava appunto un percorso pacato trasformato in metafora della ricerca del pensiero, al punto tale che si era configurata una scuola detta «peripatetica», quella dei discepoli di Aristotele. Ed è paradossale che, nei nostri tempi più banali e volgari, sia divenuto un termine per designare le prostitute, le «passeggiatrici» appunto.
In realtà il vero «passeggiare» dovrebbe essere un antidoto alla frenesia della vita moderna, un’oasi per riflettere, una parentesi per guardare il mondo e comprendere gli altri. È questo che ci manca per ritrovare pace e vincere l’inquietudine e la tensione.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

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Patrizia51 Oggetto:   09 Giu, 2019 - 17:46  Profilo Rispondi citando   

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Vangelo Lu. 6,37

“Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

Commento

Per quanto sia teoricamente fin troppo noto che il modo con cui gli altri s’avvicineranno a noi sarà determinato da come noi stessi ci saremo accostati a loro, questa scontata e pluridimostrata verità diventa troppo spesso difficile da applicare nella pratica quotidiana. Può essere utile, allora, esaminare meglio la natura che contraddistingue i nostri rapporti: chissà che, dove si riscontra un disagio, questo non abbia preso origine da un approccio sbagliato di cui siamo i primi responsabili.

Quindi oggi...

occorrerà essere molto attenti a stabilire nel modo giusto un primo approccio o a rimediare ad una falsa partenza già avvenuta. Se c’è qualcosa che stride nel rapporto che sappiamo, a mettere per primi la sabbia dentro gli ingranaggi siamo stati proprio noi.

Citazione

La vita è come una cloaca: quello che ci tiri fuori dipende da quello che ci metti dentro.
Tom Lehrer

Vo.Ve.Vi. Voce del Verbo Vivere

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Patrizia51 Oggetto:   03 Giu, 2019 - 16:31  Profilo Rispondi citando   

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ESEMPIO

3 Giugno 2019

Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che cambi in esempio.

Albert Camus

Così annotava nei suoi Taccuini Albert Camus e le sue sono parole che meritano riflessione. Certo, ai nostri giorni bisognerebbe dire che è necessario cominciare ad avere un pensiero, tanto grande è la vacuità che alberga in molte scatole craniche e in una massa che si accontenta di slogan e di luoghi comuni. Se fosse vero il celebre motto cartesiano (come lo è per certi versi) del Cogito ergo sum, dovremmo dire di trovarci spesso di fronte a spettri più che a creature umane, a larve che vagano senza la consistenza della consapevolezza e quindi del pensiero.

Ribadito questo, bisogna però riconoscere che non basta avere idee, anche giuste, se esse rimangono solo come uno sfarfallio della mente, un gioco di progetti e non guidano all’agire, all’amare, al creare. Soprattutto il pensiero autentico, vagliato, calibrato, insomma «pensato» seriamente, deve diventare principio di vita e di testimonianza. In questa luce mi sembra suggestivo proporre il monito evangelico contro quelli che sono ipocriti, «dicono e non fanno», come i due figli della parabola narrata in Matteo 21,28-31. Essi ben sanno quale sia il loro dovere, per altro ricordato loro dal padre, eppure ecco i due esiti contraddittori: da un lato, il figlio che lascia tutto nel limbo del pensiero e delle apparenze e, d’altro lato, il figlio che traduce il monito non in parole ma in obbedienza al padre, in lavoro, in impegno. Il pensiero costituisce la vera grandezza dell’uomo solo quando si fa esempio.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

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