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Vittoria Oggetto: Dolci lombardi  26 Mar, 2012 - 11:07  Profilo Rispondi citando   

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Torta all’arancia

Ingredienti:

2 arance spremute,
la scorza grattugiata di 1 arancia,
250 gr di zucchero,
75 gr di burro,
3 uova intere,
300 gr di farina,
mezza busta di lievito per dolci,
mezza bustina di vanillina,
un pizzico di sale

Preparazione:

Unire il burro allo zucchero, aggiungere le uova, poi la spremuta delle due arance e poco alla volta la farina mescolata con il lievito, la vanillina e il sale. In ultimo unire anche le scorzette d'arancia. Mettere l'impasto in una pirofila foderata di carta forno e cuocere a 180° per 30 minuti in forno.

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airOne Oggetto: Poesia milanese  25 Mar, 2012 - 16:14  Profilo Rispondi citando   

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airOne Oggetto: Poesia milanese  25 Mar, 2012 - 15:48  Profilo Rispondi citando   

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El mercaa

Al sabet cont i amis in sul mercaa:
a Sest vecc la piazza de la Gesa
l'era on giardin de banch tutt coloraa,
con tanta gent in ball a fà la spesa.

Gh'era in gir on cines cont i cravatt,
on ciccion, coi tappee, vestii d'indian,
e on mamalucch, consciaa come Pilatt,
coi radis per i cai, dent e scalmann.

De front al campanili on bontempon
el sonava la fisa e la grancassa
e de gionta el cantava anca i canzon:
el ciamavom l'orchestra del Tirazza.

On omon el mangiava i lampedin
e in mudand el stortava dò cadenn,
poeu el cominciava el gir cont el piattin,
ghe davom quatter ghei senza fà scenn.

Se on quei vun el mondava propi nient,
lù el ghe diseva: el g'ha l'abbonament?

Gianluigi Sardi
(da Fioeu de paes, poesie in dialetto sestese, Sesto San Giovanni 1984)

Traduzione

Il mercato
Al sabato con gli amici sul mercato
a Sesto vecchia, nella piazza della chiesa
era un giardino di banchi tutti colorati,
con tanta gente intenta a fare la spesa.

C'erano in giro i cinesi con le cravatte,
un grassone coi tappeti, vestito da indiano,
e un mammalucco conciato come Pilato,
con le radici per i calli, i denti e gli scalmanni.

Di fronte al campanile, un buontempone
suonava la fisarmonica e la gran cassa
e in aggiunta cantava anche le canzoni
lo chiamavamo l'orchestra del Tirazza.

Un omone mangiava le lampadine
e in mutande attorcigliava due catene,
poi iniziava il giro col piattino,
gli davamo quattro soldi senza far scene.

Se qualcuno non dava proprio nulla
lui gli diceva: “Ha l'abbonamento”?

soldatini Oggetto: vi auguro Buona Domenica  25 Mar, 2012 - 15:34  Profilo Rispondi citando   

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Ho cercato di capire ma per me e' ostrogoto gustetevelo voi

Vittoria Oggetto: Canzone milanese...  25 Mar, 2012 - 10:09  Profilo Rispondi citando   

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airOne Oggetto:   24 Mar, 2012 - 15:17  Profilo Rispondi citando   

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Grazie Cadice per aver postato questa bella poesia che ripropongo nella sua traduzione.



Primavera


L'ho vista questa mattina sul balcone

quando ho aperto le finestre:

cantava l'usignuolo, cippava il passerino,

intanto che due piccioni

beccavano le briciole sopra un tombino...

E' scoppiata sui rami e sopra le siepi

sulle piante del mio giardino

vestita di sole, di rosa, e di luce,

è scoppiata sui tetti;

un botto, in una lattina, ha messo due foglie,

e germoglia, germoglia di vita nuova...

Per strada, una ragazzina

mano nella mano col suo ragazzo

ha fatto la prima prova di un bacino,

che meraviglia!

Dentro una conchiglia, in "gestazione"

qualcosa che continua a crescere

e presto nascerà o maschio o femmina...

magari in piena estate...


E' primavera, fiatano gli orticelli

tutti verdi e pettenati....

insalatina fresca e rapanelli,

contenti di essere raccolti...

E' primavera fin dietro le porte:

si pulisce, si imbianca, si sitema,

e la padrona per non essere di meno

si da da fare col sistemare:

grembiulini da allungare,

gli abiti del padrone...

e abiti invernali, fuori a prendere il sole.


Tu sei la benvenuta

o benedetta, splendida stagione,

per quelli che ti hanno atteso,

per quelli che al tuo arrivo,

in fondo al cuore, si sentono più buoni.
cadice Oggetto:   24 Mar, 2012 - 13:17  Profilo Rispondi citando   

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Buon fine settimana.

Primavera...

L'hoo vista stamattina sul poggioeu
quand hoo dervii i finester:
cantava el rossignoeu, cippava el passarin,
intant che duu pivion
beccaven di freguj sora on tombin...
L'è s'cioppada sui ramm e sora i sces,
sui piant del mè giardin
vestii de sô, de rosa e de biancor,
l'è s'cioppada sui tecc;
on butt, in d'on tollin, l'ha miss dò foeuj,
e germoeuj e germoeuj de vita noeuva...
Per strada, ona tosetta
de man al sò gin-gin.
l'ha faa la prima proeuva d'on basin,
che meraviglia!
Denter ona conchiglia, in "gestazion"
quaicoss che va dree a cress
e apress el nassarà o mas'c o tósa...
magari in pièna estaa...

L'è primavera, fiàden i ortesei
tutt verd e pettenaa...
insalatina fresca, ravanei,
content de vess cattaa...
L'è primavera fin dedree di uss:
se netta, se pittura, se guarniss,
e la resgiora, per non vess de men,
la truscia col guarneri:
scossaritt de slongà
la muda del resgiô...
e pagn d'inverno, foeura, a ciappà 'l sô.

Te siet la benvegnuda
o benedetta, splendida stagion,
per quei che t'hann spettaa,
per quei che al tò rivà,
in fond al coeur, se senten pussee bon!

Vittoria Oggetto: Stramilano  24 Mar, 2012 - 10:12  Profilo Rispondi citando   

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Stramilano 25 marzo 2012

La Stramilano nasce nel 1972 grazie all’idea di Renato Cepparo che lanciò questa manifestazione che è un classico di ogni primavera.Tutto nacque a partire dall’inaspettato successo della corsa Milano-Proserpio, una gara tra pochi amici per un percorso di circa 43 km . Era il remoto settembre del 1971.La prima Stramilano ebbe luogo il 14 marzo 1972. La gara si svolse in notturna e bisognava pecorrere l’intera cerchia della Successivamente l’organizzazione fu rilevata dal gruppo sportivo Fior di Roccia, ed i partecipanti aumentavano di anno in anno, fino a raggiungere le 50.000 unità : non a caso a Milano, tale manifestazione veniva definita “Stramilano dei 50.000“.Col passare del tempo a tale evento sportivo vennero apportate diverse modifiche. Il percorso venne abbreviato a 12 km ed alla Stramilano non competitiva venne affiancata, la Stramilano Agonistica, dal 1976, riservata agli atleti, sulla distanza della “mezza maratona“.Inoltre, alla manifestazione principale si decise di affiancare anche la “Stramilanina“, per i bambini, con un percorso di 6 km. Negli ultimi anni, questo evento è stato realizzato ed organizzato anche in città estere, come ad esempio la Stralugano.circonvallazione esterna di 22 km. I partecipanti furono ben 4000.









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airOne Oggetto: Poesia milanese  23 Mar, 2012 - 20:18  Profilo Rispondi citando   

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Primavera

O ravetton fiorii, s'giaffa de giald
sul verdesin stremii di camp, di praa
mezz inranghii, l'inverno l'è passaa
l'è mort e sotterraa, prest riva el cald.

Foeura in su l'era, assee stà rintanaa
arent al fogoraa! L'è chì el ruffald
de primavera. Daj, tegniv bel sald
ch'el porta el temp d'april despettenaa.

Se derva el coeur, rinassen i speranz
scampana l'allegria in l'aria ciara.
Via despiasè, rangogn, magon, via, via!

Se sent da la cassina a muggì on manz
ziffola el vent, vola on pattell, se sara
on uss, se increspa el foss… Oh, Lombardia



Primavera

O rapaccione (1) fiorito, macchia (2) di giallo
sul verdino spaventato dei campi, dei prati
mezzo assiderato (3), l'inverno è passato
è morto e sotterrato, presto arriverà il caldo.

Fuori sull'aia, si sta rintanati
attorno al fuoco. E' qui l'anticipo (4)
di primavera. Dai tenetevi ben saldi
che porta il tempo di aprile spettinato.

Si apre il cuore, rinascono le speranze,
scampana l'allegria nell'aria chiara.
Via i dispiaceri, i brontolii, le magagne, via, via!

Si sente dalla cascina il muggire del manzo
fischia il vento, vola uno straccio, si chiude
un uscio, si increspa l'acqua del fosso...
Oh, Lombardia




1) Rapaccione un tipo di erba che si usava per i bachi da seta. 2) S'giafa letteralmente significa schiaffo, ma evidentemente l'autore lo intende con una macchia, uno spruzzo di colore: 3) Inranghii in realtà si dovrebbe scrivere Inrenghii o irrenghii da aggranchiato, assiderato. 4) Ruffald, qui usato a mio parere, impropriamente, è sinonimo di Zovald, zovalda che sta per spavaldo. Secondo il Cherubini Ruffald potrebbe avere un'origine antica in quell'Onofrio Rufaldo che fu uno dei capitani di Francesco Sforza.


Quando si ha a che fare col dialetto è facilissimo imbattersi in termini storpiati, scritti in una grafia impropria, ma questo non significa incapacità da parte dell'autore. Come abbiamo già scritto e ripetuto, il dialetto è più che mai una lingua viva nel senso che subisce continue trasformazioni, adattamenti che variano da località a località anche se poi si parla di "milanese". Altro che lingue morte!
soldatini Oggetto: Ben tornata Primavera  23 Mar, 2012 - 15:06  Profilo Rispondi citando   

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Primavera

Dal Dialetto milanese...

O ravetton fiorii, s'giaffa de giald
sul verdesin stremii di camp, di praa
mezz inranghii, l'inverno l'è passaa
l'è mort e sotterraa, prest riva el cald.

Foeura in su l'era, assee stà rintanaa
arent al fogoraa! L'è chì el ruffald
de primavera. Daj, tegniv bel sald
ch'el porta el temp d'april despettenaa.

Se derva el coeur, rinassen i speranz
scampana l'allegria in l'aria ciara.
Via despiasè, rangogn, magon, via, via!

Se sent da la cassina a muggì on manz
ziffola el vent, vola on pattell, se sara
on uss, se increspa el foss… Oh, Lombardia
( la traduzione a voi milanesi)


Vittoria Oggetto:   23 Mar, 2012 - 09:59  Profilo Rispondi citando   

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Vittoria Oggetto: Personaggi milanesi  22 Mar, 2012 - 20:41  Profilo Rispondi citando   

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El Tecoppa

Il Tecoppa è una figura singolare, creata da Edoardo Ferravilla sulla fine dell'Ottocento e nei primi anni del Novecento; è divenuta subito popolare. È stata creata per il teatro, fra i molti personaggi pensati e realizzati dal singolare attore, il quale amava scegliere le sue figure fra la gente di bassa umanità, figure e tipi capaci di colpire la sua fervida fantasia. Il Ferravilla amava queste figure, le studiava, le accarezzava nella mente, le coltivava lungamente nell'animo, le modellava nello spirito immaginoso, caustico, satirico, direi, in un certo senso, portiano, sebbene per molti altri aspetti la satira di Ferravilla fosse ben diversa da quella del nostro grande poeta; alle volte la sua satira rasentò il cinismo. Ho detto che le figure ideate dal Ferravilla rimanevano a lungo nella sua mente, nel suo spirito; poi, quando le sentiva, ben modellate e, in un certo senso, vive, le portava sulla scena, le presentava al suo pubblico, e se le vedeva aderenti alla realtà non le mutava più; quelle figure rimanevano sempre uguali, col passare del tempo, col moltiplicarsi delle repliche delle varie commedie.
Cosi è stato anche del Tecoppa; il Ferravilla, a differenza di altri personaggi, lo presentò in più di una commedia, in più di una farsa: cambiavano le situazioni, le parole; però la figura, il personaggio rimaneva sempre uguale, sempre lo stesso.
Il Massimelli, il Caprotti, lo zio Camola, il maester Pastizza, il sôr Panera, ecc. si presentavano in un solo lavoro, in un solo vaudeville, il Tecoppa no: l'abbiamo visto ed ascoltato più volte, ma sempre nella stessa veste: cilindro ammaccato in testa, lunga palandrana nera, panciotto a vari colori, pantaloni neri o a scacchi, sdrusciti; positura un poco dinoccolata, gesto misurato, parlata scarsa, spesso ingarbugliata per il molto bere, così l'abbiamo ascoltato in parecchie combinazioni. Il Ferravilla gli creò attorno diverse situazioni; lo presentò come famoso e popolare cocchiere pubblico, il famoso brumista, come giocatore del lotto, lo fece imbroglione d'occasione, o falsario d'abitudine, ce lo presentò come accusato in pretura; però, sotto tutti i diversi aspetti e avventure, il Tecoppa rimase sempre lui, il piccolo farabutto dalle modeste imprese ' dalle minuscole truffe, furbo in apparenza, ciurmatore, ladro di piccole cose, e in fondo simpatico, anche perché costantemente lontano dai fatti di sangue. Per questo il Tecoppa scese dal palcoscenico e entrò nella vita usuale della città, limitandosi però a starsene al margine, anche, se per caso, egli veniva in piazza del duomo ed entrava in galleria.
Forse lo stesso Ferravilla, creando e dando vita al personaggio, non pensava a tanta popolarità.
Popolarità favorita istintivamente dai molti imitatori dello stesso Ferravilla, imitatori di quella bassa società da lui studiata e abilmente interpretata e, poi, imitata anche da altri. Dobbiamo però essere sinceri e aggiungere che nessuno dei molti imitatori, nessuno dei troppo facili creatori di scene, più o meno shoc che, è riuscito a comprendere, in fondo, lo spirito del personaggio. Gli imitatori, senza accorgersene, ne favorirono, sì, la popolarità, ma solamente in superfice; eppure anche il Tecoppa potrebbe interpretare, molte situazioni d'oggi, ma occorrerebbe la grande possibilità di capire e di intuire, come l'aveva il grande Ferravilla.
Come nacque il personaggio del Tecoppa?...
Ferravilla amò sempre il teatro, ancora prima che alle scene si votasse come attore stabile.
Frequentava tutti i teatri d'occasione, anche quelli improvvisati nei cortili delle osterie il sabato o al pomeriggio e alla sera di domenica, come ancor oggi avviene.
Fra i teatri improvvisati da dilettanti o da professionisti d'occasione, era quello della filodrammatica « Gustavo Modena » che girovagava nelle corti delle osterie di Porta Ticinese, con discreta fortuna.
Di quel complesso faceva parte un certo De Toma, fabbro di professione, il quale aveva però una certa abilità comica; egli era abituato ad un proprio intercalare: « Dio t'accoppi... Dio te coppa! ».
Il De Torna era tipo curioso: un poco corpulento, ma molto dinoccolato. Gli piaceva il bere e spesso il suo dire era ostacolato dai molti grappini ingeriti, anche il suo alito era interrotto da numerosi e rumorosi rutti ad ondate, causati dal molto alcool ingurgitato e che ora gli torturava la gola e la voce.
La figura, il modo di dire e di fare del personaggio, rimasero assai impressi nella mente del Ferravilla: rimase a lui impresso anche quel suo intercalare « Dio ti accoppi! ».
Anche quando il Ferravilla arditamente buttò i libri mastri del suo padrino (egli fu allevato dal ragioniere Giacomo Vigliezzi, apprezzato professionista milanese, amministratore, fra l'altro, del vecchio Teatro Re) e rinunciò alla professione a sua volta di amministratore, per diventare attore comico nella compagnia creata da Cletto Arrighi per far rivivere il teatro milanese, non abbandonò la figura, coltivata nella sua mente, rinverdita dalle frequenti scappate al teatro del De Toma.
Però ci pensò su parecchi anni.
Il Tecoppa apparve, la prima volta, in una farsa dal Ferravilla chiamata, Felice Manara; titolo che fu poi mutato in « Tecoppa e C. ». Lo stesso Ferravilla così definì il suo personaggio « Tecoppa può essere universale: la sua figura morale, il suo carattere potrebbero trovar posto in tutte le commedie: egli è l'uomo strisciante coi ricchi, superbo coi poveri, gaudente e nemico del lavoro, ed infatti Tecoppa non fu mai iscritto alla Camera del Lavoro ».
Il singolare personaggio, ripeto, fu l'unico fra quelli ferravilliani ad apparire in parecchie farse; però fu sempre uguale a se stesso: allampanato, un po' curvo, colle mani nelle tasche dei pantaloni, dall'andatura dondolante sulle esili gambe, cogli occhi sempre socchiusi e comunque abbassati, il grande naso paonazzo e i baffoni spioventi, sempre gocciolanti di grappa. Strano miscuglio di generosità e di viltà, di nobiltà e di bassezza, di furberia e di ingenuità.
Tipiche le sue espressioni, alcune maligne, quasi mai licenziose, quasi sempre furbe e mai eroiche: «Meglio essere vigliacchi per mezz'ora che morti per tutta la vita».
Ma assai meglio della parola, valeva il gesto, l'atteggiamento del personaggio. Nessuna bocca potrà mai imitare l'intonazione del Ferravilla.
Per questo piacemi di ripetere quanto ho già detto e cioè che quasi tutti gli attori del teatro milanese, professionisti o dilettanti, hanno imitato sulle scene questo personaggio, ritraendone più le fattezze che lo spirito, in modo che non gli hanno saputo dare vita, una vita duratura, nel senso giusto della parola, come ho cercato di spiegare.
Del resto è bene ricordare che tutti i personaggi del teatro ferravilliano sono morti, col loro grande interprete, col loro creatore.
Il Tecoppa non visse solamente sulle scene: il Ferravilla - anche questo è bene ripeterlo - pescò i suoi personaggi nella vita del suo tempo, li pescò e li foggiò scegliendoli tutti fra gli individui di non elevata umanità.
Il Tecoppa, ancora prima che Ferravilla gli desse vita e nome, lo si poteva incontrare in qualche rione, in qualche osteria di periferia; era lui, anche se vestiva in foggia diversa. Lo stesso Ferravilla, come abbiamo ricordato, lo aveva scovato in un'osteria del subburbio.
Anche se non fosse apparso sulla scena sarebbe rimasto nell'aria di certi bassifondi: anche se non avesse assunto, una forma, si sarebbe sentito nello spirito, nell'animo di molti popolani. Non gli occorreva un volto particolare.
Ora, forse, il Tecoppa non potrebbe presentarsi così dinoccolato; se venisse creato or a, si presenterebbe, forse, col cappello calato sugli occhi e col mitra imbracciato. (Severino Pagani)





Piero Mazzarella (ultimo Tecoppa)

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Vittoria Oggetto: Poesia milanese  21 Mar, 2012 - 17:54  Profilo Rispondi citando   

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L'ospizi di vecc

Odor de verz buii,
de saraa sù, de muff,
de corp vecc che deslenguen
dì per dì; facc sbasii,
oeucc sbarattaa in del voeuj,
man che tremmen; sui bocch
senza pù dent, paroll
appenna ciccioraa
che voeuren dì nagotta.
Forsi de tant in tant
(lusnad subit smorzaa)
ghe passa per la ment
on quai ricord. E vann
(on pover rosc sbandaa)
ognidun per sò cunt
a quell apontament
che i scassarà per semper;
e l'è domà on sbadilli
fiacch de l'eternitaa.

Gino Toller Melzi

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Vittoria Oggetto: Cucina lombarda  20 Mar, 2012 - 11:35  Profilo Rispondi citando   

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Risotto al vino rosso con rognoncino

Ingredienti per quattro persone:

320 g di riso Arborio
1 rognone di vitello di circa 400 g
70 g di burro
1 cipolla
vino rosso (Bonarda o Barbera)
brodo di carne
Grana Padano grattugiato
sale
pepe

Preparazione:

Pulite il rognone incidendolo per il lungo così da togliere la parte centrale spugnosa. Lavatelo bene, quindi tagliatelo nel senso della larghezza ricavando 8 fettine sottili che terrete da parte; tritate grossolanamente il resto.
In un tegame fate sciogliere 30 g di burro, unite la cipolla mondata e tritata, fatela soffriggere fino a quando sarà appassita, quindi aggiungete il rognone tritato; salate, pepate e proseguite la cottura per 2-3 minuti, mescolando continuamente.
Versate nel tegame il riso, fatelo intridere bene di condimento, quindi sfumatelo con 2 bicchieri di vino, mescolate e portate a cottura, unendo un mestolo di brodo caldo alla volta.
In una piccola padella fate saltare in una noce di burro le fettine di rognone, voltandole una sola volta e togliendole dal fuoco appena saranno rosate; salatele leggermente.
Quando il risotto sarà giunto a cottura, spegnete il fuoco e mantecatelo con il burro restante e 2 cucchiai di grana. Mescolate un’ultima volta, quindi distribuite la preparazione nei piatti individuali, completate con 2 fettine di rognone a testa e servite.

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airOne Oggetto:   19 Mar, 2012 - 16:16  Profilo Rispondi citando   

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La tromba d'oro di Eddie Calvert per un brano indimenticabile.

Una scelta molto apprezzata Lili. Un sincero grazie!

Air0ne
CiaoLili Oggetto: AUGURI a tutti i Papà  19 Mar, 2012 - 06:17  Profilo Rispondi citando   

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Oh Mein Papa! Ciao Airone!


_________________
Il mondo è un enorme teatro all’aperto dove, sullo sfondo d’una scenografia naturale, si rappresentano commedie, drammi e tragedie. Noi siamo attori e pubblico. L.Batà
Vittoria Oggetto: Aforisma...  18 Mar, 2012 - 09:56  Profilo Rispondi citando   

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M'HINN PIASUU.... ...e hoo faa la traduzion in milanes (Angela Turola)

Che fortuna avegh ona gran
intelligenza: te manchen mai
i stupidad de dì.

Anton Cechov

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airOne Oggetto:   17 Mar, 2012 - 18:49  Profilo Rispondi citando   

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Giovanni Raiberti (Milano 1805 - Monza 1861) fu letterato e medico. Nel 1842, dopo avere per alcuni anni svolte le funzioni di direttore dell'ospedale civico di Monza, fu nominato chirurgo primario dello stesso ospedale dove rimase fino al 1859. Notevole la sua produzione letteraria e poetica.
Nella prefazione di un suo libro scriveva: "Figuratevi quanto io debba trovare assurdi coloro i quali, mentre io scrivo ai milanesi di cose milanesi, mi consigliano di adoperare la lingua generale che non ha leggiadria nè colorito, se non in quanto si fa bella delle penne dei dialetti".

RAIBERTI E I VINI

Quella parte del libretto di Raiberti che discorre dei vini (anzi del vino, come tiene a precisare l'autore), è veramente interessante soprattutto per tre motivi. Il primo perché indica in modo tassativo il criterio informatore nel rapporto tra mensa e vino, ed il secondo perché accenna alla situazione delle vigne in Lombardia, nella prima metà del secolo scorso, il terzo perché ci si presenta una arguta e brillante polemica contro i vini stranieri (salva una sola eccezione come vedremo) e una altrettanto arguta e brillante difesa dei nostrani e particolarmente lombardi.
Raiberti incomincia con l'ammonire: « Dunque intendiamoci bene, per quanto vini scelti o sceltissimi teníate a servizio della tavola, abbiate sopra di tutti e prima di tutto il vino da tavola, che sia saporito, leggero, trasparente, non nero carico, non azzurrognolo per carità! (che sono vini grossi dolciastri,, indigesti) non aspro, non acido, che non abbia fiore, che non senta di muffa
o di doga guasta. Insomma il legittimo e onesto e ben conservato vino nostrale, di cui la Lombardia dal bene al meglio abbonda quasi dappertutto ».
Infatti trentacinque anni prima Carlo Porta nel « brindes per l'entrada in Milan de Franzesch I, con la soa miee » li aveva magistralmente descritti.

Vorrev mettegh li tucc in spallera
I nost scabbi, scialos e baffios:
Quel bel limped e sodo d'Angera,
Quel de Casten brillant e giusos,
Quii grazios de la Santa e Osnagh,
Quel magnifegh de Omaa, de Buragh,
Quel de Vaver, posaa e sostanzios,
Quel sinzer e piccant de Casal
Quii cordial de Canonega e Oren,
Quii mostos, nett e s'cett e salaa
De Suign, de Biassonn, de Casaa,
De Bust Piccol, Buscaa, Parabiagh,
De Mombell, de Cassan, Noeuva e Des,
De Magenta, de Arlun, de Vares,
E alter milla, milion de vin bon...

Dunque allora la Lombardia era produttrice di vini, non solo, ma vini particolarmente adatti alla mensa, in relazione alla situazione della zona e del clima, e cioè saporiti, profumati, ma leggeri e poco gradati, l'ideale quindi per pasteggiare bene, e cioè seguire il gusto delle vivande senza caricare lo stomaco a danno di queste.
Oggi purtroppo la Lombardia, propriamente detta (fatta eccezione quindi dell'Oltrepò pavese che fa parte del territorio lombardo solo per ragioni amministrative e storiche) della Valtellina, addirittura separata dalle Prealpi, e del Bresciano separato dall'Adda) non è più produttrice di vini. Abbiamo le poche vigne a Montevecchia, ad Angera, che non appartengono più ad una produzione commerciale, e quelle di S. Colombano al Lambro che difendono ancora egregiamente una secolare tradizione.
Per quanto mi riguarda sono in attesa che mia figlia, mi presenti del vino di Bussero, che sta producendo con una piccola vigna scovata a stento e rimessa in vita in quel territorio della Martesana.
E Raiberti aggiunge che il vino da tavola deve essere in tavola tosto che comincia il pranzo, o anche prima, essendo assai più giusto che egli aspetti noi, anziché noi attendiamo lui.
Scherzosamente egli immagina l'anfitrione che fa aspettare un « eterno quarto d'ora » con qualche cosa sulle ginocchia, con fuori tanto di occhi e di lingua... tira, tira, tira! Finalmente vi è riuscito!
Farci aspettare tanto tempo e poi cominciare con vini furbi e manipolati! Bando ai nomi celebri, e soprattutto non accreditabili!
« Adesso, dottore, voglio farti provare un vino particolarissimo, che ho fatto proprio io con le mie mani ». Dopo averlo assaggiato, narra Raiberti, non ho potuto a meno di rispondergli: « Sarà che io non me ne intendo, ma bevo più volontieri quei vini che fanno gli altri coi piedi! ».
E a proposito dei vini stranieri già il Porta aveva scagliato l'anatema:

Che Toccai, che Alicant, che Sciampagn,
Che pacciugh, che mes'ciozz forester!
Vin nostran vin di noster campagn,
Ma legittem, ma s'cett, ma sinzer.
Per el stomegh d'on bon Milanes
Ghe voeur roba del noster paes.

E Raiberti, col suo infallibile umorismo ci parla di due vini francesi, lo sciampagna e il bordò. « Il primo lo chiamerò il principe dei vini buffi, perché difatti è un vino a lazzi e a smorfie, un impostore che illude con una quantità che pare non finisca mai, dacché và tutto in bollicine e con una bottiglia si riempiono venti o venticinque di quei calici a cannocchiale fatti apposta per lui. Molta parte del suo merito, senza far torto al merito reale, consiste in quel colpo che fà il turacciolo sprigionandosi con violenza e salendo alla soffitta fra gli applausi dei commensali ».
Per Raiberti, il principe dei vini seri è il bordò. Perché? Per essere saporito, egli dice, leggero, molle, passante, che è quanto dire pasteggiabile per eccellenza. Anche i grandi pensatori potrebbero diffondere rapidamente le loro dottrine se avessero il supremo ingegno di renderle pasteggiabili, con una espressione limpida, facile, amena. Ma invece riescono così aspri duri e indigesti che il mondo se ne spaventa e non può avezzarsi al loro vino. Sì, il bordò è il re dei vini, o il vino dei re, perché possiede tutte le miti virtù del vino da pasto ».
Ma Raiberti ha in cuore un vecchio rancore: il prezzo esagerato, e quindi (disgrazia!) proibitivo.
Allora lasciamo in disparte per ragioni prosaiche le rive della Garonna e della Gironda, e accontentiamoci di quelle del Lambro e del Seveso.
Dopo aver letto queste righe ho frugato nella mia modesta biblioteca enologica, ho preso per il collo una bottiglia di bordò che avevo lasciato da parte da molti anni in cerca di una occasione propizia, e me la sono bevuta precisamente pasteggiando e da solo, come lieto esperimento delle teorie raibertiane, scegliendo però il 10 ottobre 1977 per due ragioni: la prima perché in quel giorno ho compiuto il primo cinquantennio di toga iniziando il secondo, poi perché non ho avuto le preoccupazioni di Raiberti circa il costo, essendo un lontano dono di riconoscenza professionale. Ho bevuto, forse, gratis!
Non posso, a costo di tediare, che richiamare alcuni spunti dell'opera del Raiberti dove l'autore, sempre per quel senso divinante che hanno certi talenti, e profittando del tema « vino » denuncia principi sacrosanti, come quello che riguarda la particolarità della nostra terra a produrre i più bei vini del mondo.
Abbisognano, dice Raiberti, terreni magri per eccellenza? Ma noi abbiamo il magro e il grasso, l'asciutto e il bagnato, le costeriere, le scogliere, i poggi a scalinate e le colline, i terreni vulcanici. Tutto noi abbiamo in Italia, tutto., fuorché l'Italia (ed oggi siamo ancora come allora perché ce l'hanno distrutta i politici, naturalmente non a prenderli uno per uno, ma messi tutti
insieme, (Senatores boni viri, senatus mala bestia). L'abbondanza ci fà negligenti come quei ragazzi che, sapendo di essere ricchi non vogliono studiare.
E riporta un esempio. Un amico monzese offre a Raiberti una bottiglia del 1834 (siamo nel 1850) vino rosso che ha perso colore per averlo distribuito sul vetro della bottiglia. « Aveva simultaneamente, dice Raiberti, una delicatezza e un vigore, una grazia, una fragranza da farmelo credere un vino venuto da Dio sa dove. Ebbene era di Busnago! ».
E aggiunge: « Noi siamo ancora a quella di non saper fare il vino che coi piedi, ma se ci adoperassimo intorno anche la testa, e quel corredo di scienze enologiche e di scrupolose e indefesse cure onde acquistarono celebrità i vini della Francia, anche i vini Italiani raggiungerebbero le tre grandi qualità di merito commerciale, pasteggiabilità, durabilità, navigabilità ».
Dunque sappiamo che, purtroppo molto in ritardo, gli italiani hanno seguito il consiglio di Raiberti, espresso 125 anni or sono, in un modesto libretto di galateo anfitrionico, ed oggi l'Italia è la prima produttrice di vini nel mondo, con una varietà tale da rendersi in senso assoluto insuperabile.

I BRINDISI
Raiberti detesta i brindisi. Ed è naturale non solo in lui, ma anche in tutti coloro che, conosciuti come poeti di talento, e buoni improvvisatori, ad ogni fine pranzo, quando lo stomaco è carico e si sente il bisogno di un poco di distrazione per poter digerire, ecco che la massa dei convitati vi chiede un brindisi.
Il medico poeta osserva che però la disgrazia è di pochi, anzi limitata a quei pochissimi che, scrivendo, hanno la responsabilità delle proprie parole e sono ridotti a mal partito di non lasciarsene scappare una che non sia confessabile in faccia ad un pubblico rispettabile. Per gli altri tutti, di solito è una noia e niente più.
E, secondo me, storicamente utile constatare come, a tavola, la società umana sia tremendamente statica. Si è passati dalla candela, all'energia elettrica, dal vapore all'atomo, ma la poetica di fine tavola, la cosidetta poesia conviviale è nata ai tempi dei « carmina burana » e fiorisce ancora oggi in senso artistico, sia pure ridotta, mentre impera ancora il brindisi d'occasione e che mai tramonterà.
Quello che dice Raiberti nel 1851 ce lo racconta Luigi Medici nel 1960 nel suo « Incontro di anime », dove riporta una lettera a lui diretta dal compianto poeta veronese Berto Barbarani, che tra l'altro dice: « È un destino che ci si fraintenda sempre, noi dialettali; se ad un banchetto si rovescia un bicchiere sulla tavola c'è sempre qualche sciocco che ti scaraventa: "Poeta, ci faccia sopra qualche cosa!". (Io non ti dico che cosa ci farei sopra) ma se fai della poesia sul serio ti mandano al diavolo! Basta! Mi sono sfogato un poco con te che mi comprendi ».
D'altra parte anch'io (purtroppo ci sono anch'io!) ho dovuto correre ai ripari col metodo di aver compilato uno schema fisso di carattere generico:

El poetici de strapazz
Pien de gass
L'è quell tal che foeuravia
Quand ocor de l'allegria
El ven a taj
Come i ong per pelà l'aj.

per completare poi, secondo gli avvenimenti interessanti il convivio. Fino ad ora me la sono sempre cavata « senza infamia e senza lodo ».
E torniamo a Raiberti, egli racconta come esempio salutare ai « fabbricatori di versi » un suo caso risalente al 1837. Il 4 novembre di quell'anno il poeta viene invitato da don Carlo Villa per festeggiare l'onomastico con una festicciola all'oratorio di Ceriano, seguita da un pranzo. Largo di cuore, come di fortuna, la tavola di don Villa era sempre aperta ai buoni amici, i quali attendevano quella data con un certo desiderio perché si trattava di passare alcune ore nella più schietta ed esilarante allegria.
Raiberti pensa di prepararsi con delle sestine e racconta che verso la fine del pranzo, che fu spaventosamente generoso, si è fatto miracolosamente un alto silenzio, cosicché egli, nonostante i vini eroici che aveva in corpo si diede a declamare il suo brindisi. Questo brindisi, tra l'altro lo riporta per intero nel suo libretto con questo preambolo: « Volete sentirli quei poveri versi? se no, saltateli perché l'esempio cammina istessamente ». E qui il poeta si rammarica « e chi non li capisse stia certo che non vale la pena di farseli spiegare. Peltraltro è un peccato che, dopo Carlo Porta, tutta Italia non intenda il vernacolo di Meneghino. I dotti inglesi studiano l'Italiano a posta per gustare il Dante. I dotti italiani non dovrebbero prendere cognizione del più bonariamente malizioso, comico e bisbetico tra i loro dialetti? ».
Purtroppo Raiberti non immaginava che un secolo dopo solo i dotti si sarebbero occupati del dialetto milanese, e i milanesi lo avrebbero sacrificato alle comodità della lingua unitaria, per cui si è dovuta mettere in atto una terapia che darà forse i suoi frutti perlomeno in senso conservativo se non propriamente divulgativo.
A livello universitario, una commissione sta approntando un vocabolario italiano-milanese, che collegato ai precedenti vocabolari milanese-italiano (Cherubini, Banfi, Angiolini, Arrighi) potrà dare la possibilità a chiunque di conoscere il dialetto, correggerne e completarne la parlata se lo parla, acquisire la possibilità di capirlo e di eventualmente usarlo se non lo parla.
È un patrimonio che va strettamente difeso.
E prima di chiudere questa mia specie di carellata sul libretto di Raiberti, mi sembra utile, in tema di brindisi, intrattenerci un momento su quello che ha infiorato il banchetto in onore di Gioacchino Rossini.
Questo brindisi, racconta il poeta, quando fu scritto e precisamente nel 1838, parve cosa di audacia insolita, e mise in orgasmo le spie, e fece lavorare i cagnotti; «così abbiate la pazienza, ci dice, di rileggerlo adesso, e poi mi saprete dire, per mia tranquillità se vi sono dentro principi di un rivoluzionario furente ».
Queste sestine, oltre a dimostrare le brillanti qualità del loro compositore, ci dicono anche che il Raiberti era un profondo conoscitore della musica
Rossiniana, e un espressivo musicologo, meglio di qualsiasi altro critico del ramo, e non tralasciava però l'occasione per esprimere il suo intimo patriottismo, onde penso di riportare qui alcune sestine a sostegno sia delle qualità di musicologo, come di quella di patriota, e certamente il finale che attribuisce la qualità di « padrona » all'Italia, può aver fatto arricciare il naso a qualche austriacante nostrano.

Byron, Volta, Canova, Walter-Scott
Trovaran chi ghe metta sudizion;
Raffael el spaventa Bonarott,
Giuli Cesar el var Napoleon:
Ma in musica, femm minga zerimoni,
I alter hin gent de coo, Lù l'è on demoni.

De già che hoo nominaa el gran Capp de cà
Diroo che Lù l'è staa predestinaa.
Per via che la soa musica la va
Col secol del commercio e di soldaa;
Ch'el g'ha daa on pien, ona rabbia, on moviment
De fa bajà i person senza talent.

Gh'è novitaa, gh'è foeugh, gh'è frenesia,
Gh'è on cor semper de trott o de galopp,
On avegh semper roba de tra via,
On trasà fina el bell perchè l'è tropp,
E buttà in d'on spartii tanti motiv
Che on alter ghe n'ha a sbacch per fin ch'el scriv.

In sti mee scarabocc, sur Cavalier,
Se mi ghe foo la cort, vuj ch'el me coppa:
No hoo faa che incornisà quatter penser
De Milan, de l'Italia, de l'Europpa...
A proposit de Italia, e pienti lì,
Sàl, sur Rossini, cosse gh'hoo de dì?

Che sta povera Donna strapazzada.
Serva strasciada, che la perd i tocch.
Dopo che la n'ha faa tanta sventrada,
Adess de Omoni ne fa propri pocch:
Ma quijpocch che la fa, no se cojonna,
in ancamò i fioeu de la Padronna!

Ambrogio Maria Antonini
(da "Almanacco della Famiglia meneghina" 1978)

Vittoria Oggetto: Parchi di Milano  17 Mar, 2012 - 10:34  Profilo Rispondi citando   

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Parco Lambro

Il Parco Lambro è uno dei più grandi della città di Milano. Per anni, coi suoi oltre novecentomila metri quadrati, è stato il maggiore in assoluto. Oggi il comune ne dichiara una superficie minore, tenendo conto di quanto perduto negli anni con la costruzione della tangenziale e l'ampliamento e la sistemazione del cimitero di Lambrate.
È situato a nordest della città, nella zona 3, e confina con il territorio di Segrate. La sua caratteristica principale è l'omonimo fiume che lo attraversa e ne traccia l'andamento.

La storia

Il progetto di Enrico Casiraghi si poneva l'obiettivo di riprodurre una sintesi del tipico paesaggio lombardo, dalla collina alla pianura ricca di acque e dalla vegetazione tipica dei diversi ambienti: la collina con le valli e due piccoli laghi, la pianura intersecata dal fiume e da innumerevoli rogge immissarie ed emissarie; boschi di querce e carpini bianchi, salici lungo le sponde, cascine con prati irrigui e arativi. Purtroppo del parco originale rimane molto poco, perché molti alberi furono tagliati per ricavarne legna da ardere, durante la guerra, e ripiantati in seguito con una piantumazione non selettiva.
È nota la storia dell'inquinamento del fiume, dagli anni settanta in avanti, con le acque "biologicamente morte", di colore variabile a seconda degli scarichi, perennemente ricoperte di schiume dense e maleodoranti. Anche i caratteristici laghetti alimentati dalla fitta rete di rogge sono stati prosciugati a causa dell'inquinamento chimico da molti anni. A tutto ciò si sommarono gli effetti dell'incuria e dell'abbandono e persino della compromissione dell'ordine pubblico, con prostituzione e spaccio e consumo di droga.

Exodus, la svolta

Oggi la situazione è cambiata dal punto di vista ambientale, da quello sociale a da quello della manutenzione del patrimonio arboreo e delle strutture e il punto di svolta coincise con l'entrata nel parco della comunità Exodus. Dalle siringhe infilzate nei tronchi di un ferito Parco Lambro degli anni ottanta alla rinascita e riconquista di questo polmone verde, grazie proprio all’impegno di Exodus. La storia di questi venticinque anni è raccontata in diversi libri del fondatore della comunità, don Antonio Mazzi.

I festival del proletariato giovanile

Nel 1975 (a partire dal 29 maggio) e nel 1976 (26-30 giugno) si svolsero al Parco Lambro le ultime due edizioni del Festival del Proletariato Giovanile, organizzato dalla rivista Re Nudo: era la più importante manifestazione musicale e controculturale italiana dell'epoca.

Le cinque cascine

Le cascine ricomprese nell'area del parco sono cinque: Cascina San Gregorio Vecchio, Cascina Mulino Torrette, Cascina Cassinetta San Gregorio, Cascina Bibliotec e Cascina Mulino San Gregorio. Solo la prima, situata in viale Turchia, è ancora attiva come azienda agricola, con seminativi e aree a foraggio che rammentano le tradizionali marcite, mentre gli edifici (nuclei abitativi, stalle e fienili) sorgono attorno ad una corte quadrata; puntando in particolare su queste attività, il comune ha promosso una campagna per rilamnciare il ruolo di succursale campestre dell'intero parco nei confronti della città.

In via Marotta, si trova la seconda cascina, completamente ristrutturata, che è diventata la sede di Exodus e che ha conservato le ruote a pale e le macine dell'antico mulino. Nella stessa via si trovano altri due edifici radicalmente ristrutturati e appartenenti alla Cascina Cassinetta San Gregorio. La Cascina Biblioteca in via Casoria, che è stata in attività fino agli anni settanta, è diventata la sede di una comunità per disabili, mentre la Cascina Mulino San Gregorio, in via van Gogh, ospita le Guardie Ecologiche Volontarie (GEV).

Flora e attrezzature

Parco Lambro: salici piangenti nell'avvallamento che ospitava un laghetto. Nella vasta estensione del parco, sono molte le specie arboree presenti. Tra le tante, segnaliamo la robinia e la sofora, albero dei tulipani, il mirabolano a foglia rossa, il ciliegio da fiore giapponese, il cipresso calvo, faggio, il ginkgo, l'ippocastano, lo storace americano, il noce nero d’America, alcune varietà di olmo , pioppo cipressino e pioppo nero, platani, querce, il tiglio, il bagolaro e il salice piangente.

I viali del parco superano lo sviluppo di quattro chilometri e una parte è dedicata anche alla viabilità ordinaria che viene parzialmente limitata nei giorni festivi. Esistono due aree attrezzate per il gioco dei bambini, una pista di skateboard, che i giovani frequentatori hanno oramai designata come Lambrooklyn, e campi da calcio. (web)















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soldatini Oggetto: Per airone e vittoria  17 Mar, 2012 - 08:27  Profilo Rispondi citando   

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