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Vittoria Oggetto:   30 Gen, 2013 - 17:55  Profilo Rispondi citando   

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Preghiera

Lo sapevate che i nostri avi, prima di mettere a letto i bimbi alla sera, facevano recitare loro questa preghiera, e poi, baciare la terra? Il gesto del baciare la terra rappresentava,evidentemente, un gesto di umiltà e, forse, rinviava anche all'idea della fragilità dell' essere umano ("ricordati che sei polvere..."), ma è bene anche ricordare che nella tradizione biblica la terra è considerata la sgabello dei piedi di Dio. Certo forse ai piccoli sfuggivano tutti questi rimandi... anche perché il medesimo gesto, in altri contesti, era trattato alla stregua di un vero e proprio castigo, come accadeva talvolta nelle scuole, dove non di rado si costringevano i bambini a fare con la lingua una o più croci per terra. (nonna Giuse)


Signor, Vù sii in ciel
mi sont in terra,
per amor Voster basaroo la terra,
terra sont e terra tornerò
e per amor Voster la basaroo.

Signore Voi siete in cielo,
io sono in terra,
per amor Vostro bacerò la terra,
terra sono e terra tornerò
e per amor Vostro la bacerò.

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puffetta Oggetto:   30 Gen, 2013 - 15:17  Profilo Rispondi citando   

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EL RISOTT A LA MILANESA



"Gina, Gina, stavòlta che el risòtt
voeui cural mi. Prepara bella netta
la padella, che sem in sett o vòtt.
El broeud te ghe l'ee bon? Si'? De manzetta?
Famel on poo saggià. Bon, bon, va la',
sent che odorin? El fa resuscità.

El ris l'e' de vialon rivaa su jer?
L'e' mondaa? Torna a dagh ona passada.
Sù, sù, mett in padella el tò butter
e on tochell de scigola ben tridada.
Mett a foeugh, fà tostà movend sul fond
col mestolin e tirel d'on bell biond.

Dent el ris. Ruga, bagnel cont el vin
bianch, magher (mezz biccer). Dent el zaffran.
Ruga. Fagh sugà el vin. Sent che odorin!
Sugaa? Gio' el broeud da man a man.
Boffa sòtt che'l dev buj a la piu' bella
da vedell a sparà in de la padella.

Bagnel del tutt e rangiel giust de saa.
Lassel coeus. Brava. Gratta gio' el granon.
Oi, oi sòtt, sòtta foeugh chel sè incantaa!
Gina, che risottin, che odor de bon'
Ten rigaa veh! Adasi e deppertutt.
Varda, l'e' quasi all'onda. On trii minut.

Giò che l'e' pront. L'e' moll? Fa nient, el ven.
Dent el grana abbondant e on bell tocchel
de butter peu mantecchel ben, ben, ben,
menand su' svelt ch'l ven bon e bell.
Quest chi si', l'e' on risott che var la spesa,
on risott pròpi faa a la milaanesa!

Còtt al punt, mantecaa a la perfezion,
bell, mostos, el te fà resuscità
anca un mòrt che creppaa d'indigestion.
Tirel giò e mett in tavola che in la'
con tant d'oeucc e sopiren duardand chi.
Sèrvel, che vegni subit anca mi"

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puffetta Oggetto:   29 Gen, 2013 - 17:38  Profilo Rispondi citando   

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O bèll faccin, el rest el s'induvina,
gh'è no bisogn de mèttel in vedrina,
come el fudèss una mercanzia
de dagh inpast al primm che passa via.

Sant'Agostin, che de sti robb el s'intendeva,
"innocentemente attraenti" lu diseva,
e certament l'è no una culpa
a fa bèl ved de oss e poeu de pulpa.

Però tusann, avii un pò de prudenza,
savi distin't tra el lecit e la licenza.
Per fa quèst l'è assee buna creanza,
come la Marietta e anmò ne vanza!

Lee al so Carlin ch'el borbottava,
per un vesti un pò curt, la ricordava:
"dai pee ai ginoeucc
per tucc i oeugg",
"dai ginoeucc in su
domà per vu...."
....oh Carlin!

O bel visino, il resto si indovina,
non c'è bisogno di metterlo in vetrina,
come se fosse una mercanzia,
da dare in pasto al primo che passa per la via.

S'Agostino che di queste cose se ne intendeva,
"innocentemente attraenti" lui diceva,
e certamente non è una colpa
a mostrar le ossa e poi anche la polpa.

Però ragazze, abbiate un pò di prudenza,
sappiate distinguere tra il lecito e la licenza.
Per far questo basta buona creanza,
come la Marietta e ancora ne avanza!

Lei al suo Carlino, che brontolava,
per un vestito un pò corto, le ricordava:
"dai piedi alle gioncchia per tutti gli occhi"
"dalle ginocchia in su solo per voi.....
........oh carlino!!!

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Vittoria Oggetto: leggenda di Milano  29 Gen, 2013 - 07:53  Profilo Rispondi citando   

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Fiabe della Lombardia: I giorni della merla La leggenda dei tre giorni della merla si perde nell'onda del tempo. Sappiamo solo che erano gli ultimi tre giorni di gennaio, il 29, 30 e 31, e in quei dì capitò a Milano un inverno molto rigido. La neve aveva steso un candido tappeto su tutte le strade e i tetti della città.
I protagonisti di questa storia sono un merlo, una merla e i loro tre figlioletti. Erano venuti in città sul finire dell'estate e avevano sistemato il loro rifugio su un alto albero nel cortile di un palazzo situato in Porta Nuova. Poi, per l'inverno, avevano trovato casa sotto una gronda al riparo dalla neve che in quell'anno era particolarmente abbondante. Il gelo rendeva difficile trovare le provvigioni per sfamarsi; il merlo volava da mattina a sera in cerca di becchime per la sua famiglia e perlustrava invano tutti i giardini, i cortili e i balconi dei dintorni. La neve copriva ogni briciola.
Un giorno il merlo decise di volare ai confini di quella nevicata, per trovare un rifugio più mite per la sua famiglia. Intanto continuava a nevicare. La merla, per proteggere i merlottini intirizziti dal freddo, spostò il nido su un tetto vicino, dove fumava un comignolo da cui proveniva un po' di tepore. Tre giorni durò il freddo. E tre giorni stette via il merlo. Quando tornò indietro, quasi non riconosceva più la consorte e i figlioletti: erano diventati tutti neri per il fumo che emanava il camino. Nel primo dì di febbraio comparve finalmente un pallido sole e uscirono tutti dal nido invernale; anche il capofamiglia si era scurito a contatto con la fuliggine. Da allora i merli nacquero tutti neri; i merli bianchi diventarono un'eccezione di favola. Gli ultimi tre giorni di gennaio, di solito i più freddi, furono detti i «trii dì de la merla» per ricordare l'avventura di questa famigliola di merli. (web)





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Ilcarro Oggetto:   28 Gen, 2013 - 22:40  Profilo Rispondi citando   

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Le menti sono come i paracadute.
Funzionano solo quando sono aperte.
Albert Einstein






zetax Oggetto:   28 Gen, 2013 - 22:23  Profilo Rispondi citando   

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Vittoria!
Che bel regalo
Grazie!
Vittoria Oggetto: Personaggi illustri a Milano  28 Gen, 2013 - 11:22  Profilo Rispondi citando   

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La giovinezza di Albert Einstein, il ribelle

Uno dei personaggi simbolo del secolo appena concluso visse per alcuni anni a passeggio tra piazza Duomo e il teatro alla Scala.

Einstein scese la mattina avvolto nella solita vestaglia stazzonata. I capelli spettinati, gli occhi spiritati. Diede un bacio distratto alla moglie e consumò il suo caffé con lo sguardo perso nel vuoto. La moglie intuì immediatamente che qualcosa bolliva in pentola. Einstein si alzò per andare a sedersi al piano come usava fare nei momenti in cui aveva bisogno di ritrovare la sua concentrazione. Mentre si allontanava disse di aver avuto un’idea formidabile. Suonò un po’ di Mozart. Vecchia passione giovanile il compositore austriaco, quando in compagnia del suo violino intratteneva parenti e amici suonando i suoi pezzi preferiti. Ogni tanto smetteva di suonare e appuntava su un foglio alcune parole con la sua tipica grafia illeggibile. Poi riprendeva a picchiare sui tasti. Le note del piano erano inframezzate dalla voce di Einstein che diceva: «È un’idea formidabile, un’idea fantastica». Poi si fermava, qualche appunto ancora, e la musica riprendeva. Dopo mezz’ora, glissando le insistenze della moglie che gli chiedeva spiegazioni su questa sua nuova idea, decise di ritirarsi nello studio al piano di sopra. «Non voglio essere disturbato». Così disse e furono le ultime parole che pronunciò prima di quindici giorni di assoluto silenzio chiuso nel suo studio. Ricorda la moglie che usciva solo per questioni igieniche e apriva la porta solo quando lei gli portava i pasti. Due settimane dopo, bianco e stremato, avvolto nella stessa vestaglia di quella fantastica mattina, Einstein tornò al piano di sotto appoggiando un blocco di fogli sul tavolo e dicendo: «Ecco qua». Era la teoria della relatività.

LA FAMIGLIA - Cosi nacque quella che è probabilmente la più importante teoria scientifica del XX secolo, elaborata da un bizzarro personaggio che da più parti viene definito come l’icona del secolo da poco concluso. Ma pochi sanno che buona parte della sua giovinezza Einstein la spese a passeggiare tra il Duomo e piazza della Scala. Albert Einstein nacque nel 1879 a Ulm, una piccola cittadina sul Danubio. Sua madre, Pauline Koch, era l’agiata e giovane figlia di un mercante di grano. Hermann Einstein, il padre, vantava il tipico aspetto prussiano con i baffetti castani e il pince-nez. Appassionato di matematica si dava arie da grande imprenditore anche se la sua vita non fu che una lunga sequela di fallimenti imprenditoriali. Hermann aveva un fratello, Jakob, ingegnere elettrico con un grande talento per le applicazioni di una recente scoperta: l’elettricità. Jakob, forse impietosito dai fallimenti del fratello, lo costrinse a trasferirsi a Monaco per diventare suo socio nella società che forniva l’illuminazione a gas alla città. Presto la società mutò e si specializzò in istallazioni di reti elettriche e di apparecchi per illuminazione. Proprio al seguito della Elektro-Technische Fabrik J. Einstein & Co., i fratelli Einstein approdarono in Italia. Fu l’ingegner Lorenzo Garrone a convincerli che l’Italia del Nord era terreno fertile per quel tipo di attività. Così che nel 1893 si trasferirono in una bella casa di Pavia che era stata di Ugo Foscolo, allettati dalla prospettiva di poter avere in appalto la costruzione di una centrale idroelettrica che fornisse elettricità alla città.

RIBELLIONE - In quel periodo il giovane Einstein costruì l’uomo che sarebbe diventato in futuro. Negli anni della vecchiaia, con una punta di tristezza, ricordò il giorno in cui il padre per la prima volta gli mostrò una bussola il cui ago continuava a spostarsi per indicare sempre il nord. Lì il giovane si vide dischiudere un mondo intero, fatto di forze insondabili e invisibili che gli fecero da guida nelle sue scelte future. Quella stessa bussola, dice la leggenda, sembra che fosse sempre nella tasca di Einstein come una sorta di oggetto totemico. Ma intanto Albert cresceva come un ribelle. Contrario all’autoritarismo in ogni sua forma, rinunciò alla cittadinanza tedesca per evitare il servizio militare e per lo stesso motivo fu cacciato dalla scuola. Ma poco gli importava. L’Italia lo fece rifiorire dopo i grigi anni di Monaco, avvolto nella pesantezza mentale della Germania. Le lettere di quel periodo mostrano l’amore incondizionato che aveva per l’Italia, per la luce, l’arte, l’atmosfera che si respirava nelle nostre città. L’unica lamentela che sembrava muovere era che Pavia appariva più sporca di Monaco. Il giovane Einstein passò buona parte di quel periodo a lavorare con il padre e lo zio ma nella sua testa stava maturando un progetto, l’iscrizione al Politecnico federale svizzero di Zurigo. Albert lasciò l’Italia per la Svizzera nel 1896, per terminare la scuola secondaria da cui era stato cacciato e poi avviarsi allo studio della fisica e della matematica al Politecnico.

IN SVIZZERA - Nel frattempo gli Einstein non navigavano in buone acque. Il progetto della centrale idroelettrica di Pavia era sfumato e, subissata dai debiti, l’impresa dei fratelli Einstein fallì. Jakob decise di farsi assumere da un’altra ditta e il padre di Albert, Hermann, nel 1896 decise di trasferirsi a Milano dove aprì una nuova società per la costruzione di dinamo e motori. Hermann, lo abbiamo già detto, non aveva il senso degli affari e la società non ottenne mai grandi risultati, ma la famiglia Einstein era felice nella grande casa di via Bigli. Albert dalla Svizzera inviava notizie sui suoi strabilianti miglioramenti scolastici e appena le pause dallo studio glielo permettevano faceva ritorno a Milano. Pare di vederlo quel giovanotto sicuro di sé, con il cappello di feltro tirato indietro sui folti capelli neri che cammina a passi rapidi e irrequieti per piazza della Scala o davanti al Duomo. Come a Zurigo anche a Milano Einstein ammaliava tutti quelli che incontrava. Lo sguardo acuto dei luminosi occhi castani, l’increspatura sarcastica della bocca dalle labbra carnose, l’atteggiamento irridente del filosofo e del libero pensatore lo rendevano immediatamente popolare in qualunque ambiente. E se questo non bastava allora ci pensava l’inseparabile violino con cui suonava Mozart a qualunque ora del giorno e della notte. Forse la sua esuberanza, il suo fascino lasciavano dimenticare la trasandatezza del suo aspetto, i capelli lunghi e costantemente arruffati, gli indumenti spesso, per distrazione, portati alla rovescia e abbottonati male. I lacci delle scarpe perennemente sciolti. La madre ogni volta che lo vedeva tornare a casa parlava con le amiche del suo «continuo scherzare e ridere e del fare musica che non lascia spazio ad altro».

E POI L'AMORE - Ma i periodi belli non durano per sempre. Fosche nubi si stavano addensando sulla pacifica vita degli Einstein. Albert al Politecnico aveva conosciuto una ragazza, Mileva Maric. La madre Pauline non voleva che i due ragazzi continuassero a vedersi. Mileva era serba e, si sa, i serbi sono «loschi e forestieri» e le loro donne sono «facili». Albert apparteneva a una famiglia ebrea tedesca della media borghesia e doveva aspirare a una donna migliore. Nel 1901 Albert fece ritorno definitivo in Italia. Il Politecnico era finito. Era laureato, ora doveva cercare un impiego. Gli scontri con la famiglia, in particolare con la madre, sulla questione di Mileva si fecero sempre più accesi. I ragazzi si frequentavano ormai da anni, era ovvio che non si trattava di una infatuazione passeggera, eppure Pauline cercava di fare di tutto perché il figlio troncasse quella relazione. Albert visse periodi bui in quegli anni, come unico conforto aveva le lettere che Mileva gli spediva da Zurigo, dove stava terminando gli studi, e le affascinanti chiacchierate di fisica con l’amico di una vita Michele Besso. Fu proprio in Italia, tra una passeggiata e l’altra, che Einstein gettò le basi di quelle che furono le sue successive ricerche. Ricordò in un diario che proprio avvolto dal nostro sole si perse a pensare alle onde di luce e a che cosa avrebbe visto se avesse avuto la possibilità di viaggiare a cavallo di una di queste onde. All’esterno, come gli capitava spesso, sembrava in trance, come fosse approdato in un mondo tutto suo. Questo tratto del suo carattere lo accompagnò per tutta la vita. Ricorda chi gli era vicino che a volte si assentava, anche nell’ambiente più chiassoso, per convogliare tutte le sue energie su un unico pensiero.

FINE DELL'AVVENTURA - A Milano studiò la questione degli elettroni e il loro ruolo riguardo a calore, materia e radiazione. Ma quello che non gli riusciva di fare era di trovare un lavoro. Indiscutibilmente tutti a Zurigo erano a conoscenza delle sue straordinarie capacità, ma sapevano anche di quanto fosse refrattario all’autorità e un ribelle in ambiente universitario non serve a nulla. In tanti lo ostacolarono in quegli anni proprio perché esasperati dal suo carattere. Albert riuscì a fuggire da quell’opprimente clima familiare solo quando un amico gli promise che lo avrebbe raccomandato per un posto da impiegato all’ufficio svizzero brevetti di Berna. Quello che la sua famiglia ignorava ancora era che Mileva aspettava una figlia e Albert aveva deciso di sposarla. L’avventura italiana degli Einstein terminò tragicamente nel 1902, in ottobre. La salute di Hermann Einstein ebbe un crollo, forse aggravato da nuovi problemi di soldi. Albert fu richiamato a Milano d’urgenza. Sul letto di morte il padre ebbe solo il tempo di dargli la sua benedizione riguardo al matrimonio con Mileva, poi morì. Era il 10 ottobre. Dopo che le ceneri furono tumulate nel Cimitero Monumentale di Milano, la famiglia Einstein si allontanò dall’Italia oppressa dai debiti contratti negli anni. Il piccolo stipendio di Albert non poteva bastare per tutti. E gli anni che seguirono non furono facili. Ma Albert seguì il suo destino, vinse il premio Nobel e divenne uno dei più importanti fisici della storia dell’umanità. Il curioso ometto che ci fissa da decine di poster, magliette e tazze, il padre della bomba atomica, che quando seppe del bombardamento di Hiroshima disse «Se dovessi rinascere, farei l’idraulico», visse alcuni dei giorni più felici della sua vita proprio a Milano.

(Corriere della sera)







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puffetta Oggetto:   27 Gen, 2013 - 15:03  Profilo Rispondi citando   

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Anche nei campi di concentramento,dove l'orrore divenne realtà,lì pure fiorì la poesia..Ecco i versi di alcuni piccoli prigionieri..

FILO SPINATO

Su un acceso rosso tramonto,
sotto gl'ippocastani fioriti,
sul piazzale giallo di sabbia,
ieri i giorni sono tutti uguali,
belli come gli alberi fioriti.
E' il mondo che sorride
e io vorrei volare. Ma dove?
Un filo spinato impedisce
che qui dentro sboccino fiori.
Non posso volare.
Non voglio morire.

Peter, bambino ebreo ucciso dai nazisti nel ghetto di Terezin

LA PAURA

Di nuovo l’orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia ogni altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.
I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.
Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.
Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore.
Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!

Eva Picková - anni dodici - morta il 18/12/1943

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airOne Oggetto:   27 Gen, 2013 - 12:44  Profilo Rispondi citando   

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Lontan de ti, Milan

Canzone composta nel novembre del 1943, nello Stalag 328 del campo di concentramento di Leopoli, in Polonia. Vi era in questo campo un gruppo abbastanza numeroso, e naturalmente unito, di milanesi, fra cui si contavano note personalità come Enzo Paci, Roberto Rebora, Novello ed altri. Per costoro questo canto ebbe quasi valore di simbolo durante tutto il periodo di prigionia. Si diffuse più tardi anche nel campo di Wietzendorf, a 12 km. da Belsen, dove gli internati di Leopoli furono trasferiti nel gennaio del '44. Per il suo tono, più nostalgico che apertamente antinazista, questa canzone non trovò notevoli difficoltà alla propria diffusione. Le parole, in dialetto milanese, sono di Camillo Mariani, la musica di Mario Vezzosi. Testo e musica sono ripresi da « Comunicazioni di Beppe Battaglini ».

Quand a la sera ven scùr
Me ven frecc adoss
E pensi a cà.
Sti sentinej tucc sti mùr
Me strengen el goss,
Me fan magonà.

Se guardi intorna a chi gès
D'on alter paes
Lontan de ti,
Pensi che a cà di me vecc,
Sora milla tecc,
Vedi 'l Domni lusì.

Milan... Milan...
Che nostalgia senti in coeur per ti!
Milan... Milan...
Te se 'l ricord de tucc i me bej dì.
Te set la vita
Pei tò ambrosian;
La gioia infinita,
Milan.

Milan... Milan...
Nanca pu 'l sòl lusiss senza de ti
Milan,
Te sogni nott e dì.
Podi no viv e me par de morì,
Se sont lontan de ti.

Senza pù ti,
Davanti ai oeucc me senti pu che l'omm,
O Domm.

Fa Madonnina, ti,
Che un dì s'avvera ch'el sogn che in coeur go,
Milan ritornerò!

(da: Canti della Resistenza Italiana a cura
di T. Romano e G. Solza. Milano, Collana del Gallo Grande, 1960)

Traduzione
Quando ale sera viene buio
mi viene il freddo addosso
E penso a casa.
Ste sentinelle e tutti i muri
mi mettono un nodo alla gola
Mi mettono il magone.

Se guardo intorno mi trovo
Mi ritrovo un altro paese
Lontano da te,
Penso che a casa dei miei vecchi.
sopra mille tetti,
Vedo il Duomo luccicare.

Milano.... Milano....
Che nostalgia sento in cuore per te!
Milano.... Milano...
Ti ricordi di tutti i miei bei giorni.

Tu sei la vita
Per i tuoi ambrosiani;
La gioia infinita
Milano.

Milano... Milano...
Nemmeno più il sole luccica senza di te
Milano.
Ti sogno notte e giorno
Non posso vivere, mi pare di morire
Se sono lontano da te.

.......................................
Senza più te
Davanti agli occhi mi sento più che l'uomo,
O Duomo.

Fai Madonnina, tu,
Che un giorno si avveri il sogno che ho in cuore.
Milano, ritornerò!
Vittoria Oggetto: Per non dimenticare  27 Gen, 2013 - 11:56  Profilo Rispondi citando   

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Su un acceso rosso tramonto,
sotto gl'ippocastani fioriti,
sul piazzale giallo di sabbia,
ieri i giorni sono tutti uguali,
belli come gli alberi fioriti.
E' il mondo che sorride
e io vorrei volare. Ma dove?
Un filo spinato impedisce
che qui dentro sboccino fiori.
Non posso volare.
Non voglio morire.

(Peter, bambino ebreo ucciso dai nazisti nel ghetto di Terezin)


Vittoria Oggetto: .L'é lü, le lü, le lü l'é propri lü! .  27 Gen, 2013 - 10:11  Profilo Rispondi citando   

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Vittoria Oggetto:   26 Gen, 2013 - 13:18  Profilo Rispondi citando   

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Filetto piccante

Ingredienti:

4 fette filetto di manzo
2 spicchi aglio
100 gr olive verdi
1/2 peperoncino rosso piccante
100 gr polpa di pomodoro tritata
1/2 bicchiere vino rosso
4 cucchiai olio d'oliva
sale

Preparazione:

Fate rosolare l'aglio in 4 cucchiai di olio. Unite la carne e fatela dorare da entrambe le parti sul fuoco vivo; poi levatela dal recipiente. Nel fondo di cottura mettete le olive tritate grossolanamente, il pomodoro ed il peperoncino sbriciolato. Fate cuocere a fuoco vivo per 2 minuti, spruzzate con il vino e lasciatelo evaporare. Rimettete la carne in padella, salatela moderatamente e cuocete per un minuto. Disponete le fette di carne su un piatto da porta caldo, irroratele con il loro sugo e servite immediatamente.

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puffetta Oggetto:   26 Gen, 2013 - 10:09  Profilo Rispondi citando   

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Moment Eterna

Hoo vist la Lusnada
vegnì pussée ciara
cont el fragor del temporal.
Stralusc che‘l ruga
la s’cima del Paradìs
di Stell masaraa
Sgrisor che sgoren via
sòtta ‘l mont quarciaa
che se fann lugher d’Armonia.
Grìi che se lustren i sciampitt
e rughen on sorris de vent per sonà la sinfonia.
La lusiroeula la donda in mezz al praa
la sabetta e la sgariss
che la voeur portà el sò Fiaa sora el Lagh.
M’inlochissi dennanz a l’Eternità
e sari sù i oeucc per minga desmentegà.

Istante Eterno

Ho visto il Lampo
divenire sempre più chiaro
con il fragore del temporale
Lampo che fruga
la cima del Paradiso
delle Stelle bagnate
Brividi che volano via
sotto la montagna coperta
che si fanno scintille d’Armonia.
Grilli che si lustrano le zampette
e che rubano un sorriso al vento per suonare la sinfonia.
La lucciola dondola in mezzo al prato
zabetta e urla
che vuol portare il suo Fiato sopra il Lago.
Mi incanto dinanzi all’Eternità
e chiudo gli occhi per non dimenticare.

Elena Paredi

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Vittoria Oggetto: Curiosità  25 Gen, 2013 - 17:42  Profilo Rispondi citando   

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Le campane

Queste rime hanno un doppio senso di lettura: numeri e vocaboli.

Un duu o trii ann fa,
el Prét de Quart
l'è andaa a Quint a fà el Prevòst.
Ha fà fond a Sest,
per el paes de Settim,
vòtt campann noeuv
somigliant a quii de Dès,
che l'è el paes de Papa vúndes.

Un due o tre anni fa
il Prete di Quarto
è andato a Quinto a fare il Prevosto.
Ha fatto fondere a Sesto,
per il paese di Settimo,
Otto campane Nuove
somiglianti a quelle di Desio,
che è il paese di Papa Undecimo.

Desio (MI), citata in queste rime è la città natale di Achille Ratti, Papa Pio XI, che durante la prima udienza concessa ai Desiani,
dopo la nomina al soglio pontificio, (1922) ebbe a dire in dialetto milanese: « Me manchen tanto i mè vòtt , noeuv, campàn de Dès».
" Mi mancano tanto le mie otto, nuove, campane di Desio". Per questo i Desiani per ricordare il loro Papa, amavano dire:
" El Papa nuoev, (9) l'è nassuu a Dés (10) L'hann faa Papa vundes" ( 11) "Il Papa nuovo è nato a Desio e l'hanno fatto Papa Undici".

(nonna Giuse)

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puffetta Oggetto:   25 Gen, 2013 - 12:56  Profilo Rispondi citando   

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la chiesa di San Satiro in via Torino. Progettata dal Bramante e costruita tra il 1476 e il 1482 su un sacello altomedievale. L'aula è suddivisa in tre navate di cinque campate ciascuna. La navata centrale, larga oltre il doppio rispetto alle laterali, è coperta con volta a botte cassettonata e il suo unico punto di luce naturale è il rosone in controfacciata, essendo priva di altre finestre. Le navate laterali, invece, sono coperte con volta a crociera. I due bracci del transetto di tre campate ciascuna e sono a due navate: una maggiore, con le stesse caratteristiche della navata centrale, ed una minore, con le stesse caratteristiche delle navate laterali. La crociera è coperta da una cupola emisferica, internamente con un basso tamburo decorato con tondi in cotto raffiguranti i busti degli Apostoli, di Agostino de Fondulis (1502) e illuminata in alto dalla lanterna, che si apre sull'esterno con monofore ad arco a tutto sesto.


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In fondo al braccio sinistro del transetto, prospiciente su via Speronari, si trova l'antico sacello altomedioevale dedicato a San Satiro.
La primitiva costruzione, dal corpo circolare, è oggi visibile da Via Speronari. Si tratta di un sacello, a pianta centrale, che in dimensione miniaturizzata rievoca la sperimentazione preromanica di questa tipologia planimetrica, di memoria tardoromana e influenzata dalle basiliche costantiniane in Terrasanta. All'interno, interessanti sono le soluzioni nelle articolazioni delle volte e dei pilastri con capitelli che le sorreggono. Sia le colonne che i capitelli, differenti tra loro, provengono da costruzioni precedenti.


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Vittoria Oggetto:   24 Gen, 2013 - 21:06  Profilo Rispondi citando   

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solidea Oggetto:   24 Gen, 2013 - 15:53  Profilo Rispondi citando   

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Pussee de mila violitt (Attilio Boggiali)

Pussee de mila violitt

Hoo dervii la finestra del poggioeu
per scoltà, in sui cinqu or de sera,
el gran concert
de tutti i passaritt del mè giardin.
Me che zabètt, tutti quji passaritt
che cippen 'me dannaa
in l'aria ciara,
cont el primm soo sbiavii,
con l'acqua, el vent,
la nev gelada
o el gris de la scighera,
in del nass generos
d'ogni mattina
o in del morì del dì
prima de sera.
El parariss on frecass,
ma l'è nò vera.
L'è ona musica,
on orchestra,
on'armonia,
fada de mila violitt,
miss tucc insema.
In del scoltaj
par pù de vess al mond,
sto mond tutt pien de rògn
e de penser,
ma l'è quajcoss de grand,
de pussee bell,
de tant meraviglios,
ch'el mett domà ona voeuja
de sconfondes
in mezz al verd di piant,
al fresch di foeuj,
e a rampegass sù in alt
semper pussee.
O incantesim, d'on'ora desligada
de tutti quij sò gropp
taccaa a la terra:
tanta musica in l'aria
e in del mè coeur.



Più di mille violini
traduzione

Ho aperto la finestra del balcone
per ascoltare, verso le cinque di sera,
il gran concerto
di tutti i passerotti del mio giardino.
Me che pettegoli, tutti quei passerotti
che cinguettano come dannati
nell'aria chiara,
col primo sole pallido,
con l'acqua, il vento,
la neve gelata
o il grigio della nebbia,
nel nascere generoso
d'ogni mattina
o nel morire del giorno
prima di sera.
Sembrerebbe un baccano,
ma non è vero.
E' una musica,
un orchestra,
un'armonia,
fatta di mille violini,
messi tutti insieme.
Nell'ascoltarli
pare non essere più al mondo,
questo mondo tutto pieno di rogne
e di pensieri,
ma è qualcosa di grande,
di più bello,
tanto meraviglioso,
che mette solo voglia
di confondersi
tra il verde delle piante,
al fresco delle foglie,
e ad arrampicarsi
sempre più in alto.
Oh incantesimo, d'un'ora slegata
da tutti quei suoi nodi
attaccati alla terra:
tanta musica nell'aria
e nel mio cuore.




puffetta Oggetto:   24 Gen, 2013 - 14:08  Profilo Rispondi citando   

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soldatini Oggetto: Anche se  24 Gen, 2013 - 12:25  Profilo Rispondi citando   

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Biagio Marin e' di Grado ed io non conoscendo il dialetto, penso la poesia sia scritta in veneto, Voi della scuola milanese
avete piu' affinita' con i dialetti . E' cosi'. Vi auguro Buona giornata

PAESE MIO

Paese mio,
picolo nío e covo de corcali,
pusào lisiero sora un dosso biondo,
per tu de canti ne faravo un mondo
e mai no finiravo de cantâli.

Per tu 'sti canti a siò che i te 'ncorona
comò un svolo de nuòli matutini
e un solo su la fossa de gno nona
duta coverta d'alti rosmarini
di Biagio Marin

PAESE MIO

Paese mio,
piccolo nido e covo di gabbiani,
posato leggero su di un dosso biondo,
per te di canti ne farei un mondo
e mai non smetterei di cantarli.

Per te questi canti, perché ti incoronino
come un volo di nuvoli mattutini
e uno solo sulla fossa della nonna mia
tutta coperta di alti rosmarini.




Vittoria Oggetto:   23 Gen, 2013 - 18:34  Profilo Rispondi citando   

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La Gerusalemme Liberata

(Traduzione di Domenico Balestrieri) Clorinda è a terra, ferita da Tancredi che la crede un francese...)

«T’ee vensgiuu, e te pardonni de bon coeur;
pardonna anch ti, no dighi a tro corp gramm,
ma all’anema, che quella no la moeur;
damm el battesem, che possa salvamm.»
Con sti paroll l’otten quell che la voeur,
c’han on cert tender, che no soo spiegamm.
Tancred el resta con la ment confusa
Tutt morisnaa, e coj lacrem, c’hin in brusa
Pocch de lontan che sorg foeura del Mont
On acqua ciara, e la cor sgiò bell bell;
là, par fa sto Battesem, el và pront
a teunn col moriott, scusand con quell;
ma quand l’è lì par desquattagh la front,
el tremma tutt, ghe se rescia la pell;
pensee, quand el la ved, e ‘l la cognoss:
l’è de stucch, ghe se scaggia el sangu addoss.
L’è staa in cas da venigh on azzident;
ma in quell punt el s’è faa de stomegh fort,
e soffegand l’affann internament
el dà la vitta a chi l’ha daa la mort;
intant, che ‘l la battezza, del content
la par pù allegra de chi riva in port,
e la dis coj oeucc viv, sebben la tas:
«El Paradis l’è avert, voo in santa pas.»
La bella faccia l’è bianca, e smortinna,
la bella faccia primma inscì vermeggia:
la guarda al Ciel; l’è propri on Angerinna;
e ‘l Ciel par compassion in lee el se speggia;
la sporg peù al Cavaglier la soa maninna
in segn de pas già senza forza, e freggia;
no la mostra inquiett, no la se storg,
la passa via, che se ‘n po’ gnanch accorg.
Vedend Tancred, che no la fiada pù,
allora el se abbandonna al so magon;
allora sì, ch’el và foeura de lù
par creppacoeur, e par desperazion.
No ‘l g’ha spiret in corp da tegniss su,
e stramortii el và in taera a tombolon;
a guardà i att, el sangu, la cera smorta
ponn seppellill insemma con la morta.


La Gerusalemme Liberata

(canto XII - ottave 66-70)- (Torquato Tasso) Clorinda è a terra, ferita da Tancredi che la crede un francese...)

«Amico, hai vinto: io ti perdon..perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l’alma sì; deh! Per lei prega, e dona
battesimo a me ch’ogni mia colpa lave.»
In queste voci languide risuona
Un non so che di flebile e soave
Ch’al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.
Poco quindi lontan nel sen del monte
Scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empié nel fonte,
e torno mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man, mentre la fronte
Non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide, la conobbe, e restò senza
E voce e moto. Ahi vista! Ahi conoscenza!
Non morì già, ché sue virtuti accolse
Tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l’acqua a chi co ‘l ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: «S’apre il cielo; io vado in pace».
D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a’ gigli sarian miste viole,
e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e ‘l sole;
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.
Come l’alma gentile uscita ei vede,
rallenta quel vigor ch’avea raccolto;
e l’imperio di sé libero cede
al duol già fatto impetuoso e stolto,
ch’al cor si stringe e, chiusa in breve sede
la vita, empie di morte i sensi e ‘l volto.
Già simile a l’estinto il vivo langue
Al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.

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